Garlasco, il mistero delle parole spezzate di Sempio: tra fruscii, audio disturbati e frasi mai davvero chiare si gioca la nuova inchiesta

Andrea Sempio, Ipa

C’è un fruscio continuo, un rumore di fondo che sembra divorarsi le parole una sillaba dopo l’altra. Il motore dell’auto, il vento che entra dai finestrini, i suoni della strada. E in mezzo a quel caos acustico, secondo gli investigatori, si nasconderebbe una parte decisiva della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco.

Perché è proprio dentro quelle intercettazioni ambientali, registrate mentre Andrea Sempio parla da solo in macchina, che la procura ritiene di aver trovato frammenti fondamentali del nuovo impianto accusatorio: il movente, un interesse sentimentale mai corrisposto, il rancore verso Chiara Poggi e persino il riferimento a un presunto video intimo della ragazza.

Ma quanto valgono davvero quelle parole? E soprattutto: quanto è sottile il confine tra ciò che si sente davvero e ciò che il cervello finisce per interpretare?

Le frasi che per la procura cambiano tutto

Il cuore della nuova inchiesta è una conversazione del 14 aprile 2025. Andrea Sempio ascolta in auto un podcast sul delitto di Garlasco e inizia a parlare tra sé e sé. La registrazione è estremamente disturbata, quasi incomprensibile all’ascolto diffuso pubblicamente. Eppure, nella verbalizzazione degli investigatori, emergono frasi considerate pesantissime.

“…lei ha detto: ‘non ci voglio parlare con te’…”, direbbe Sempio imitando una voce femminile. Poi ancora: “…e io gli ho detto ‘riusciamo a vederti’…” e subito dopo “…e da un lato l’interesse non era reciproco…”.

Per la procura quei passaggi farebbero riferimento alle tre telefonate effettuate verso casa Poggi nell’agosto del 2007. Telefonate che, secondo gli investigatori, non sarebbero state indirizzate all’amico Marco Poggi ma proprio a Chiara.

E non finisce lì. Sempre nello stesso dialogo comparirebbe il riferimento a un presunto video intimo della ragazza: “…lei dice ‘non l’ho più trovato’ il video…”, quindi “…con quel video… e io ce l’ho… dentro la penna…”.

Frasi spezzate, quasi sussurrate, che gli inquirenti leggono come il racconto di un rapporto mai chiarito e di un possibile risentimento maturato dopo un rifiuto.

“Quello che ascoltate online non è l’audio originale”

Ma su quei file si gioca anche una battaglia tecnica enorme. Perché una cosa è ascoltare gli audio circolati sui siti d’informazione o in televisione, un’altra è lavorare sui file originali custoditi dalla procura.

A spiegarlo è Marco Perino, uno dei pochi periti fonici forensi italiani specializzati in analisi audio investigative. “Bisogna partire da un punto fondamentale: ciò che si ascolta sui media non è mai il file originale. Ogni inoltro, ogni copia, comporta una perdita di qualità se non effettuata con metodologie forensi”.

Perino descrive il lavoro del consulente fonico quasi come un intervento chirurgico sul suono: “Si lavora sul rapporto segnale-rumore. Il rumore va ridotto, la voce isolata e migliorata, ma ogni intervento deve essere documentato scientificamente e deve poter essere ripetuto anche anni dopo da un altro consulente”.

E soprattutto avverte sul rischio più delicato: il condizionamento. “Se io parto dall’idea che una persona sia colpevole, il cervello tenderà a interpretare i suoni in quella direzione. Per questo un perito fonico non interpreta: scrive soltanto ciò che sente”.

Il problema delle parole “c’era” e “via”

Ed è proprio su questo terreno che si muove una delle intercettazioni più controverse dell’intera indagine. Nel verbale notificato a Sempio compare infatti un altro audio, registrato il 12 maggio 2025. L’indagato parla ancora da solo in macchina e commentando le tracce di sangue nella villetta di via Pascoli pronuncia una frase che la procura considera cruciale.

“Quando sono andato io… sangue c’era”. Ma gli stessi verbalizzanti annotano che il passaggio potrebbe anche essere interpretato come “quando sono andato via”. Una differenza minima all’ascolto. Immensa sul piano investigativo.

“A volte lo stesso audio ascoltato da una persona comune restituisce parole diverse rispetto a quelle che riesce a cogliere un perito fonico”, spiega ancora Perino. “Noi siamo allenati a lavorare dentro il rumore, a distinguere frequenze e suoni che per altri restano confusi. Ma proprio per questo bisogna attenersi soltanto a ciò che è realmente intelligibile”.

La partita decisiva si gioca nel rumore

Anche Stefano Cimatti, investigatore e criminologo che da anni collabora con procure e tribunali, insiste sul problema tecnico delle intercettazioni in auto. “Basta un finestrino aperto, il motore, la pioggia o l’aria condizionata per compromettere l’ascolto”.

Per questo, spiega, si lavora sui file originali con software avanzati capaci di isolare le frequenze vocali e ridurre i rumori di fondo. “È come una fotografia: la copia online non avrà mai la nitidezza dell’originale. Solo sull’originale puoi davvero schiarire, ingrandire, isolare dettagli”.

Ed è qui che si concentra ormai una parte decisiva del nuovo giallo di Garlasco. Perché l’inchiesta sembra poggiare anche su parole spezzate, sillabe mangiate dal rumore e frasi sospese tra ciò che si sente davvero e ciò che si pensa di sentire. Per gli investigatori, dentro quei fruscii si nasconde un retroscena rimasto invisibile per diciotto anni. Per la difesa, invece, il rischio è che si stia costruendo una interpretazione su suoni troppo fragili e troppo ambigui.

E così, nel caso che da quasi vent’anni ossessiona l’Italia, tra Dna, impronte e alibi, la verità passa adesso anche attraverso un audio disturbato dentro un’auto in corsa.