Garlasco, il giudice che assolse Alberto Stasi torna a parlare: “Il ragionevole dubbio va digerito, esiste il non lo so”

Stefano Vitelli arriva con dieci minuti di anticipo e con una certezza: non parlerà delle parole del ministro Nordio. «No, assolutamente no», taglia corto. È il giudice più evocato d’Italia in queste settimane, perché il suo nome è legato a uno dei passaggi più discussi della storia giudiziaria italiana recente: l’assoluzione di Alberto Stasi nel processo di primo grado per l’omicidio di Chiara Poggi.

Vitelli è all’Hotel Principe di Piemonte di Torino per presentare Il ragionevole dubbio di Garlasco, scritto con il giornalista de La Stampa Giuseppe Legato. Ed è proprio quel titolo a spiegare perché, dopo tutti questi anni, tutti lo cercano. Perché il 17 giugno 2009, quando era giovane giudice a Vigevano, decise che le prove raccolte contro Stasi non bastavano. Non era convinto. Non era certo della sua colpevolezza. E in un processo penale, senza certezza oltre ogni ragionevole dubbio, non si condanna.

Il ragionevole dubbio che torna al centro di Garlasco

La frase che Vitelli ripete ancora oggi resta una lama fredda dentro il dibattito pubblico: «Non c’erano gravi indizi, verificati e precisi, tutti insieme. La sommatoria di più zeri non dà luogo all’unità». Una formula che, nel pieno della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco e con un altro indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, suona più attuale che mai.

Rispondendo alle domande del giornalista Luca Ferrua, Vitelli chiarisce un punto che spesso viene travolto dal rumore delle tifoserie: assolvere non significa proclamare l’innocenza assoluta. «Certi vostri colleghi mi chiedono: “Ma allora per lei Stasi è innocente?”. No. Non ci siamo capiti. Non si riesce a fare digerire il ragionevole dubbio. E invece, va digerito».

È il cuore del suo ragionamento. Il diritto penale non può trasformarsi in un televoto. Non può piegarsi al bisogno collettivo di avere subito un colpevole, un volto, una chiusura emotiva. «Il ragionevole dubbio è una cosa costituzionale. Esiste il “non lo so”. Esiste il grigio. Esiste in tutti noi. Esiste e devi assimilarlo. Ma al tempo della polarizzazione estrema non è semplice».

Il caso Chiara Poggi e le squadre mediatiche

Vitelli racconta anche il momento in cui iniziò a leggere gli atti del caso Garlasco. Era il 9 novembre 2008, il giorno dopo la nascita di suo figlio. Appoggiò le carte sul letto della moglie che aveva appena partorito. Un’immagine privata, quasi domestica, che misura meglio di ogni cronologia la durata eccezionale di questa vicenda. «Siamo al 14 maggio del 2026. Mio figlio è quasi maggiorenne, e io mi trovo ancora a parlare di Garlasco. Fate voi».

Non entra nella nuova inchiesta. Non commenta gli sviluppi investigativi. Ma descrive il clima che circonda il caso come qualcosa di raro e inquietante: «Qualcosa che non avevo mai visto. È inquietante, tutto diventa bianco e nero. Si formano squadre mediatiche. È difficile fare digerire il ragionevole dubbio, quando si creano le tifoserie».

Il punto è esattamente questo: Garlasco non è mai stato soltanto un processo. È diventato un campo di battaglia emotivo, mediatico, social, giudiziario. Ogni dettaglio viene trasformato in una bandiera. Ogni perizia in un’arma. Ogni dichiarazione in una prova definitiva, almeno fino alla successiva.

La pressione sui magistrati

Vitelli ammette anche un altro aspetto, spesso rimosso: fare il magistrato sotto una pressione simile non è semplice. «Non è che perché vinciamo un concorso noi magistrati siamo immuni dalle aspettative di giustizia che provengono dall’esterno e dalle pressioni mediatiche. C’è il rischio di essere condizionati e disturbati. Bisogna esserne consapevoli».

È una frase pesante, perché arriva da chi quella pressione l’ha attraversata in prima persona. E perché ricorda che la giustizia, per funzionare, deve resistere proprio quando l’opinione pubblica pretende una risposta immediata, netta, rassicurante.

Alla fine, Vitelli chiude ricordando sua madre. Aveva la quinta elementare, ma gli ripeteva una frase che lui considera ancora decisiva: «È meglio un colpevole fuori, che un innocente dentro». Una frase semplice, quasi antica. Ma forse è proprio lì che il caso Garlasco continua a bruciare: nel punto esatto in cui la voglia di verità incontra il limite del dubbio.