Il 71 per cento della popolazione mondiale, circa 5,7 miliardi di persone, vive oggi sotto un’autocrazia. Soltanto 2,3 miliardi abitano invece in Paesi classificati come democratici. E appena il 6,6 per cento dell’umanità, secondo il Democracy Index relativo al 2024, può dire di vivere in una «democrazia completa».
Sono i numeri al centro dell’analisi di Michele Ainis contenuta in Fascismo bianco. Una fotografia che racconta un paradosso: contando gli Stati, il mondo appare quasi diviso a metà, con 88 autocrazie e 91 democrazie. Contando le persone, il quadro cambia radicalmente. La grande maggioranza dell’umanità vive sotto governi autoritari e anche lo spazio democratico mostra crepe sempre più profonde.
Il fenomeno non nasce oggi. La regressione procede da circa vent’anni e gli indicatori internazionali registrano un’accelerazione. Il livello medio di democrazia sperimentato dalla popolazione mondiale nel 2023 è tornato, secondo il Democracy Report 2024 di V-Dem, ai livelli del 1985.
Le democrazie sono 91, ma ospitano soltanto 2,3 miliardi di persone
Il dato numerico sugli Stati rischia quindi di nascondere la dimensione reale del fenomeno. Le democrazie superano persino le autocrazie, 91 contro 88, ma governano una quota molto più piccola della popolazione mondiale.
La questione, inoltre, non riguarda soltanto Russia, Cina o gli altri sistemi apertamente autoritari. Ainis mette al centro un fenomeno più difficile da riconoscere: l’erosione delle libertà all’interno delle stesse democrazie.
Parlamenti progressivamente svuotati, magistrature sottoposte alla pressione del potere politico, organi di garanzia occupati da uomini fedeli, autonomie ridimensionate e informazione sempre più controllata rappresentano i passaggi attraverso i quali una democrazia può perdere sostanza pur conservando formalmente elezioni, Costituzione e istituzioni.
È la zona grigia che gli studiosi definiscono «democratic recession», «democratic erosion» o «constitutional retrogression». Un arretramento che può procedere senza carri armati, golpe o cancellazione formale delle elezioni.
Libertà di stampa in ritirata, l’Italia scende al 49° posto
La libertà d’espressione rappresenta uno dei punti più esposti. Il World Trends Report dell’Unesco indicava già nel 2022 che circa l’85 per cento della popolazione mondiale aveva subito nei cinque anni precedenti un peggioramento della libertà di stampa nel proprio Paese.
Il prezzo lo pagano direttamente i giornalisti. Nel 2022 ne sono stati uccisi 86, mentre migliaia hanno subito aggressioni, minacce o ferimenti. Nel 2023 erano 31 gli Stati classificati in una situazione «molto grave» per la libertà dell’informazione.
Anche l’Italia arretra. Dopo essere scesa al 46° posto nella classifica internazionale nel 2024, nel 2025 è arrivata al 49°, dietro anche a Paesi come Capo Verde, Tonga e Fiji. E il rapporto 2025 di Civil Liberties Union for Europe inserisce l’Italia, insieme a Bulgaria, Croazia, Romania e Slovacchia, tra i Paesi europei nei quali si aggrava la recessione democratica.
Il problema investe contemporaneamente politica e informazione: da una parte aumentano le pressioni dei governi, dall’altra il giornalismo indipendente deve fare i conti con il crescente peso economico delle grandi piattaforme online.
Il potere si concentra e nasce la «democratura»
La trasformazione più insidiosa avviene quando le strutture della democrazia restano in piedi ma perdono progressivamente efficacia. Le elezioni continuano, le Costituzioni non vengono abolite, i Parlamenti esistono. A indebolirsi è il sistema di pesi e contrappesi che impedisce al potere politico di concentrarsi nelle mani di una sola persona o di un unico gruppo.
Da qui nasce il termine «democratura», utilizzato per descrivere i regimi ibridi che continuano a presentarsi come democratici mentre restringono progressivamente diritti e garanzie. La concentrazione del potere alimenta il culto del leader, il nazionalismo, il protezionismo e una rappresentazione della società nella quale il capo sostiene di incarnare direttamente la volontà popolare.
Il risultato è quello che Thomas Jefferson chiamava già nel 1781 «dispotismo elettivo»: la maggioranza conquista il governo attraverso il voto e utilizza quella legittimazione per indebolire i limiti posti al proprio potere.
Da democrazia a plutocrazia, il peso dei miliardari nella politica
Ainis individua infine un’ulteriore trasformazione: il rischio che la democrazia scivoli verso la plutocrazia, il governo dei più ricchi. Come esempio indica gli Stati Uniti, con la doppia elezione di Donald Trump, magnate immobiliare con un patrimonio miliardario, e il ruolo centrale attribuito nel suo secondo esecutivo a Elon Musk.
Il problema va oltre i singoli protagonisti. La concentrazione della ricchezza può trasformarsi in concentrazione del potere politico, mentre si indeboliscono proprio quelle istituzioni create per limitarlo.
I numeri raccontano così un mondo nel quale la democrazia resta maggioritaria contando gli Stati ma è ormai nettamente minoritaria contando gli esseri umani. E persino quel 29 per cento dell’umanità che continua a vivere sotto istituzioni democratiche deve fare i conti con libertà, garanzie e contrappesi sempre meno solidi.







