La condotta di Ferenc Venturelli, il ventenne reggiano che si fa chiamare Eterno sui social, segna un nuovo punto di basso livello nel panorama della ricerca di visibilità ad ogni costo.
Nel disperato tentativo di accumulare interazioni e qualche follower in più, l’ex militante leghista ora approdato a Futuro Nazionale ha inscenato l’ennesima trovata ad uso e consumo della propria bolla virtuale: strappare e dare alle fiamme una copia del Corano in un parco cittadino, per poi postare il video su Instagram con uno slogan propagandistico d’accatto.
Un’esibizione di una banalità sconcertante, che punta unicamente a solleticare la pancia dell’odio e dell’insofferenza per guadagnare qualche minuto di notorietà, mascherando la totale assenza di argomenti concreti dietro la solita provocazione da avanspettacolo.
Il ridicolo autogol politico e la frettolosa fuga dei suoi alleati
Non sorprende che, di fronte alle inevitabili conseguenze legali, il giovane abbia subito imboccato la strada del vittimismo d’ordinanza, paragonando le sue azioni alla libertà di espressione e lanciando cupi e ridicoli presagi sul futuro del Paese per giustificare un gesto che di politico non ha nulla.
Anche all’interno dell’ambiente politico in cui cerca accreditamento, l’operazione si è rivelata un goffo autogol. La presa di distanza è stata immediata, con i vertici che hanno frettolosamente ridimensionato il suo ruolo a quello di un semplice tesserato di cui valutare l’espulsione per tutelare l’immagine del partito, lasciando il giovane provocatore isolato nella sua stessa messa in scena.
La lezione delle istituzioni a un personaggio in cerca d’autore
A mettere in luce la miseria del gesto è arrivata anche la reazione delle istituzioni cittadine. Il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, ha stigmatizzato l’episodio, sottolineando che l’incendio di un testo sacro non è un’opinione né una forma di dissenso, ma solo una sconsiderata offesa rivolta a migliaia di persone.
L’ennesimo tentativo di costruirsi un personaggio da martire dei social si chiude così nell’unico modo possibile: con una formale condanna istituzionale, l’imbarazzo dei suoi stessi compagni di fazione e l’attesa di dover rispondere della propria bravata davanti ai giudici.







