La Rai riesce ancora una volta a superare se stessa. Quando sembra aver raggiunto il fondo dell’opacità, del familismo editoriale e delle carriere inspiegabili, Viale Mazzini trova sempre una botola nuova da spalancare. Questa volta il capolavoro porta il nome di Claudia Conte, giornalista e conduttrice che la prossima stagione conserverà il proprio spazio su Radio1, ma con una collocazione decisamente più prestigiosa: non più il martedì notte dalle 23.30 a mezzanotte, bensì il giovedì mattina dalle 10.30 alle 11.
Una promozione vera, nel cuore della fascia più importante della radio pubblica. Conte condurrà “Impronte”, programma dedicato al benessere degli animali domestici. Il passaggio arriva pochi mesi dopo la confessione televisiva con la quale la giornalista aveva ammesso una relazione sentimentale con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, rispondendo a una domanda diretta con parole inequivocabili: «È una cosa che non posso negare».
Da allora nessuna spiegazione pubblica, nessuna ricostruzione completa, nessun chiarimento sul possibile conflitto d’interessi tra quella relazione e la precedente conduzione de “La mezz’ora legale”, trasmissione dedicata proprio a sicurezza, legalità e ordine pubblico. Soltanto silenzio. Un silenzio che, a giudicare dai nuovi palinsesti, non ha danneggiato la carriera della conduttrice. Al contrario, l’ha accompagnata dalla notte al mattino.
Dalla legalità agli animali, la promozione che nessuno spiega
Il problema non riguarda il diritto di Claudia Conte a lavorare, né la sua vita privata in quanto tale. Il punto riguarda la Rai, il servizio pubblico e i criteri con cui assegna spazi, programmi e fasce orarie finanziate anche dal canone dei cittadini. Quando una conduttrice legata sentimentalmente, per sua stessa ammissione, a un ministro del governo ottiene una collocazione migliore sulla principale rete radiofonica nazionale, la trasparenza non rappresenta un optional. Diventa un obbligo.
I vertici Rai dovrebbero spiegare perché abbiano scelto proprio lei, quali risultati d’ascolto abbiano valutato, quali competenze specifiche abbiano ritenuto decisive e quale progetto editoriale giustifichi il salto dalla legalità al benessere degli animali. Dovrebbero farlo con numeri, curriculum, criteri comparativi e procedure verificabili. Invece Viale Mazzini continua a comportarsi come un condominio privato nel quale le porte si aprono senza che nessuno debba rendere conto di chi possiede le chiavi.
Conte aveva condotto “La mezz’ora legale”, programma fatto di interviste a ministri, generali, rappresentanti delle istituzioni e opinionisti impegnati sui temi della sicurezza. Proprio mentre frequentava, secondo la sua stessa ammissione, il titolare del Viminale. Nessuno sostiene automaticamente che il programma sia nato grazie a quella relazione, ma proprio per evitare qualsiasi sospetto la Rai avrebbe dovuto pretendere la massima chiarezza. Ha scelto invece la strada opposta: nessuna spiegazione e una promozione nel palinsesto.
Il silenzio dopo la confessione e il premio nel palinsesto
Quando esplose il caso, Claudia Conte lasciò intendere di voler raccontare la propria verità. Quella verità, almeno pubblicamente, non è mai arrivata. Non ha chiarito quando sarebbe iniziata la relazione, se fosse ancora in corso, quali rapporti professionali avesse intrattenuto con ambienti istituzionali vicini al ministero e come la Rai avesse valutato la situazione.
La vicenda non riguarda il moralismo e neppure la vita coniugale di Piantedosi. Riguarda l’indipendenza editoriale. Una giornalista che intrattiene una relazione con un ministro può continuare a lavorare, naturalmente, ma il servizio pubblico deve impedire che quella relazione generi anche soltanto l’apparenza di un vantaggio professionale. Qui, invece, l’apparenza è devastante: una conduttrice ammette il legame con un esponente di primo piano del governo e pochi mesi dopo conquista una fascia più prestigiosa.
Forse esistono spiegazioni impeccabili. Forse “Impronte” nasce da un progetto rivoluzionario, forse Conte possiede competenze zoologiche, veterinarie o divulgative che la Rai non ha ancora comunicato. Forse ha prevalso su decine di professionisti attraverso una selezione severissima. Il problema è che nessuno lo sa. E quando il servizio pubblico non spiega, lascia che siano i sospetti a riempire il vuoto.
Il Movimento 5 Stelle attacca: «Uno schiaffo alla credibilità»
La senatrice del Movimento 5 Stelle Dolores Bevilacqua ha trasformato l’imbarazzo in un attacco politico frontale. «La Rai affida una trasmissione del mattino, la fascia più prestigiosa della radio pubblica, a Claudia Conte, per sua stessa ammissione amante di Matteo Piantedosi», ha dichiarato, accusando Viale Mazzini di aver premiato il silenzio seguito alle rivelazioni sulla relazione.
Bevilacqua parla di «upgrade» professionale e di «schiaffo alla credibilità del servizio pubblico», collegando la vicenda al clima che circonda l’azienda. Da una parte, sostiene la senatrice, la Rai sottopone Sigfrido Ranucci a un continuo fuoco di fila; dall’altra concede spazio e visibilità a una figura legata sentimentalmente a un ministro. «Il danno d’immagine è enorme. Questi dirigenti ne devono rispondere», ha concluso.
Le parole dell’esponente pentastellata hanno un tono politico evidente, ma colpiscono un nervo scoperto. La Rai non può pretendere fiducia se applica criteri indecifrabili, tutela alcune figure e ne espone altre, promuove senza motivare e lascia che ogni decisione sembri nascere da equilibri esterni alla qualità editoriale.
TeleMeloni e la credibilità ormai consumata
Il soprannome “TeleMeloni” non nasce da questa vicenda, ma casi come quello di Claudia Conte lo rendono sempre più difficile da liquidare come semplice propaganda dell’opposizione. Il problema non consiste nella presenza in Rai di professionisti vicini al centrodestra: ogni stagione politica ha prodotto nomine, influenze e occupazioni. Il problema nasce quando l’appartenenza, la prossimità o la relazione personale sembrano contare più delle competenze e quando l’azienda rinuncia perfino a difendere le proprie scelte con argomenti credibili.
La Rai appartiene ai cittadini, non ai governi, ai partiti, ai ministri o alle loro cerchie. Ogni promozione inspiegata contribuisce a demolire questo principio. Ogni spazio affidato senza una motivazione pubblica alimenta l’idea di una televisione e di una radio ridotte a moneta di scambio. Ogni silenzio dei vertici conferma che la trasparenza viene invocata soltanto quando non disturba nessuno.
Claudia Conte passerà quindi dalla legalità agli animali, dalla tarda serata al mattino, da uno spazio marginale alla fascia nobile. Può darsi che sia la persona migliore in assoluto per parlare di cani e gatti agli italiani. Ma finché la Rai non spiegherà come e perché l’abbia scelta, quella promozione resterà politicamente indifendibile e giornalisticamente imbarazzante.
La domanda che Viale Mazzini continua a evitare
La questione finale non riguarda Conte, Piantedosi o i retroscena sentimentali. Riguarda la dignità del servizio pubblico. Chi ha deciso la nuova trasmissione? Sulla base di quali criteri? Con quale confronto tra proposte concorrenti? Quali competenze specifiche ha valutato? Quali risultati ha ottenuto il programma precedente? Quali garanzie ha predisposto per evitare conflitti d’interesse?
La Rai dovrebbe rispondere prima che glielo chiedano i partiti. Dovrebbe pubblicare criteri, valutazioni e responsabilità. Dovrebbe tutelare se stessa, i suoi dipendenti e i cittadini che la finanziano. Invece continua a nascondersi dietro i palinsesti già approvati, come se bastasse inserire un titolo in una griglia per cancellare ogni domanda.
Non basta. Questa volta il microfono affidato a Claudia Conte pesa molto più di una mezz’ora di programmazione. Pesa come il simbolo di una Rai che non prova neppure più a salvare le apparenze.







