Ranucci non arretra e attacca la Rai e i nuovi conduttori di Report: “Scelta mediocre, non meritata”

Sigfrido Ranucci

Sigfrido Ranucci rompe il silenzio e affida a un lungo post su Facebook la sua versione della frattura che ha portato alla sua uscita da Report e alla nomina di Daniele Piervincenzi e Giulia Presutti alla guida del programma. Un testo durissimo, che non risparmia nessuno e che segna un nuovo capitolo dello scontro interno alla Rai.

“Mediocre la decisione della Rai”

Ranucci chiarisce subito il punto: non considera mediocre la professionalità dei due giornalisti, ma la decisione dell’azienda di affidare loro il programma di inchieste più longevo e riconosciuto della televisione italiana. Ricorda che un servizio realizzato per Report, mai andato in onda e da lui «risistemato un paio di volte», non basta a trasformare un inviato in un conduttore. E cita i dati di Popolo Sovrano, il programma condotto da Piervincenzi nel 2019, fermo tra il 2,4 e il 3,8 per cento di share.

L’inchiesta sul Congo

Il post entra poi nel merito dell’inchiesta sul Congo, realizzata da Piervincenzi e Righi sul caso del diplomatico Luca Attanasio. Ranucci rivendica di averla accettata «perché me l’hai chiesta tu, perché avevi bisogno di lavorare», ma precisa che si trattava di un contributo dei Lab, non di un’inchiesta principale del programma. E aggiunge che quella scelta aveva già creato tensioni con Presutti, interessata allo stesso tema.

La parte più personale

La parte più personale arriva quando Ranucci risponde all’accusa di essere in un “momento psicologico difficile”. «Non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango», scrive, ricordando la campagna mediatica che a suo dire avrebbe minato la sua credibilità fino alla rimozione dalla conduzione. Rivendica il diritto di esprimere un’opinione dopo vent’anni dentro Report e una carriera costruita sul campo: dagli attentati dell’11 settembre all’Iraq, dallo tsunami di Sumatra agli scoop su Paolo Borsellino e sulle armi chimiche a Falluja.

“Squadra leale con il pubblico”

Il racconto diventa anche un atto di difesa della squadra storica del programma, «ruvida, anche un po’ stronza, ma sempre leale con il pubblico». Una comunità professionale che, secondo Ranucci, non può essere guidata da chi non ha maturato il percorso necessario. E qui il riferimento torna a Presutti, accusata di aver mentito ai colleghi nascondendo per settimane l’accordo con la Rai. «Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità», scrive, parlando di una frattura insanabile con la redazione.

Altro che passaggio di consegne. A Report ormai è guerra aperta e Sigfrido Ranucci ha deciso di togliersi i guanti. L’ex conduttore del programma di Rai3 risponde con un lunghissimo post a Daniele Piervincenzi, scelto dalla Rai insieme a Giulia Presutti per prendere il suo posto, e trasforma la replica in una demolizione politica e professionale dei suoi successori. Senza giri di parole e, soprattutto, senza ritirare quell’aggettivo, «mediocre», che aveva fatto infuriare Piervincenzi.

«Caro Daniele, ti sei lamentato sul Domani perché ho definito mediocre la scelta di affidare a te e a Giulia Presutti la conduzione di Report. Confermo», attacca Ranucci. Poi precisa il bersaglio: «Mediocre non è la vostra professionalità, che non metto in discussione, mediocre è la scelta di mettervi alla guida del programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana».

La conclusione sarà ancora più feroce: «Non è mediocre chi non ce l’ha fatta. È mediocre chi ce l’ha fatta senza essersela guadagnata».

Ranucci smonta il curriculum di Piervincenzi: «Un servizio non fa un conduttore»

Piervincenzi aveva ricordato al Domani di essere stato mandato proprio da Ranucci in Congo per lavorare all’inchiesta sull’uccisione dell’ambasciatore Luca Attanasio. L’ex padrone di casa di Report replica ridimensionando drasticamente quell’esperienza: «Un servizio realizzato per Report, peraltro mai andato in onda, e da me risistemato un paio di volte, non fa di nessuno un conduttore».

Ranucci ricorda anche la precedente esperienza televisiva di Piervincenzi: «La tua precedente conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019, segnò performance dal 2,4% al 3,8%». Quanto all’inchiesta realizzata in Congo, sostiene di averla accettata perché Piervincenzi glielo aveva chiesto e «avevi bisogno di lavorare». E aggiunge una stilettata che tira dentro anche Presutti: quella scelta avrebbe provocato attriti proprio con lei, interessata alla stessa storia.

Ma soprattutto, puntualizza Ranucci, quel lavoro «rientrava nei Lab, i contributi che stanno fuori da Report, non dentro».

Ancora più secca la risposta alla frase con cui Piervincenzi aveva detto di comprendere lo «stato psicologico» dell’ex conduttore dopo la sua rimozione. «Ti risparmio la fatica», replica Ranucci. «Non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango, il cui unico scopo era delegittimare me, la mia storia, le persone che mi sono vicine e Report stesso».

Secondo Ranucci quell’operazione avrebbe raggiunto il risultato: «Sono stato rimosso perché sarebbe venuta meno la mia credibilità». Ma dopo vent’anni trascorsi dentro Report, rivendica, «credo di aver diritto ad esternare una mia opinione».

«Quel concorso serviva per i Tg regionali»: la stoccata alla Rai

Nel mirino finisce anche la motivazione utilizzata dalla Rai per sostenere la scelta dei nuovi conduttori. Viale Mazzini ha sottolineato che Presutti e Piervincenzi sono entrambi vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti e ha presentato la nuova conduzione come un investimento sulle professionalità interne e sul giornalismo investigativo.

Ranucci ribalta completamente l’argomento. «La Rai ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto. Non la capacità di dirigere un programma di prima serata di 160 minuti di inchieste».

Quindi mette sul tavolo il proprio curriculum. Trentasei anni di Rai, l’ingresso come assistente ai programmi, poi programmista regista, Tg3, Rainews24, l’esperienza da inviato nei Balcani, New York dopo l’attacco alle Torri Gemelle, l’Iraq, Sumatra dopo lo tsunami. E ancora l’intervista ritrovata di Paolo Borsellino e l’inchiesta sull’uso delle armi chimiche a Falluja.

A Report, ricorda, arrivò nel 2006. Seguirono dieci anni accanto a Milena Gabanelli prima di ereditarne la conduzione. «Ho imparato da lei il rigore, la lealtà, la dedizione al servizio pubblico. Ho imparato come si resiste alle pressioni della politica, difendendo il lavoro dei colleghi invece di scaricarlo».

La rivendicazione diventa una contrapposizione esplicita tra gavetta e nomine calate dall’alto. «Non sono stato calato dall’alto, ma sono stato accettato da un gruppo perché scelto da Milena Gabanelli, l’unica persona in grado di capire davvero cosa servisse a Report». E poi la stilettata: «Il merito non fa rumore quando arriva. Fa rumore solo quando qualcuno prova a scavalcarlo».

Nel mezzo trova spazio anche una frase avvelenata: «Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né ho avuto la passione per il rugby».

Su Giulia Presutti l’attacco diventa personale: «Opportunismo e furbizia»

Se con Piervincenzi Ranucci contesta soprattutto esperienza e curriculum, con Giulia Presutti il tono diventa ancora più duro. L’ex conduttore rivendica di essere stato tra i primi a credere nelle sue qualità, ma sottolinea che a Report avrebbe realizzato soltanto dei Lab e «mai un’inchiesta principale».

Poi ricostruisce il rapporto personale. Presutti, scrive, dopo un paio d’anni se ne sarebbe andata «per guadagnare di più», salvo poi chiedere di rientrare in un momento personale difficile perché «aveva bisogno di sentirsi protetta da un programma importante».

Ed è qui che parte l’affondo più pesante. Secondo Ranucci, Presutti sapeva da settimane che sarebbe diventata una delle nuove conduttrici, ma avrebbe tenuto nascosto l’accordo alla squadra: «Ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi, anche quelli più vicini».

Ranucci sostiene inoltre che da quando la nomina è diventata pubblica Presutti non gli avrebbe più risposto al telefono: «Giulia sa bene di averla fatta grossa». Poi il giudizio personale che non lascia molto spazio alle interpretazioni: «Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità. Se la cava meglio con opportunismo e furbizia».

Per Ranucci il problema ormai supera persino la valutazione professionale della giornalista. Come potrebbe, domanda, diventare «il volto credibile di una squadra di fuoriclasse ai quali ha mentito per settimane»?

La risposta è già contenuta nella domanda: «Una frattura insanabile».

E qui emerge forse la ferita più personale dell’intero post. «In questa vicenda la grande assente è la gratitudine. Non ferisce chi non ti deve nulla. Ferisce chi ti doveva tutto e ha scelto di non ricordarlo».

La guerra per Report è appena cominciata

Il terremoto dentro Report, del resto, era già esploso subito dopo l’annuncio della Rai. Gli inviati storici avevano definito «completamente irricevibile» la decisione dell’azienda e minacciato di abbandonare in blocco il programma. Bernardo Iovene e Giulio Valesini avevano inoltre rifiutato il ruolo di capi-autore dopo avere appreso dalle agenzie il nuovo assetto della trasmissione. Anche il Cdr Approfondimento e Usigrai avevano contestato duramente metodo e merito della decisione.

Ranucci adesso alza ulteriormente il livello dello scontro e trasforma la battaglia sulla successione in una questione di merito, gavetta e legittimità professionale.

«È umano, per un giornalista, desiderare di condurre il programma più importante della televisione italiana», concede ai suoi successori. Ma subito dopo arriva la mannaia: «È disumano pensare di farlo senza averlo meritato, camminando indifferenti sulle sue macerie».

E ancora: «È disumano mortificare le professionalità straordinarie che da trent’anni lo hanno reso grande anche rischiando la propria incolumità».

Poi ritorna esattamente al punto da cui era partito e a quella parola, «mediocre», che Piervincenzi gli aveva contestato. Ranucci non la ritira, non la corregge e non la addolcisce. Anzi, la trasforma nel verdetto finale sull’intera operazione Rai: «Non è mediocre chi non ce l’ha fatta. È mediocre chi ce l’ha fatta senza essersela guadagnata».

Altro che pacificazione. La nuova stagione di Report non è ancora cominciata e tra il vecchio conduttore, i suoi successori, la redazione e Viale Mazzini è già guerra totale.

Il finale è una dichiarazione di principio: per Ranucci non è mediocre chi non ce l’ha fatta, ma chi ce l’ha fatta senza meritarlo. E considera disumano «camminare indifferenti sulle macerie» di un programma costruito in trent’anni da giornalisti che hanno rischiato anche la propria incolumità.