Striscia la Notizia chiude? In realtà era già finita da un po’: il pubblico ha spento il programma che Mediaset non voleva cancellare

Striscia la Notizia team – credit photo @mediaset

Più che una notizia, una morte annunciata. Anzi, un epilogo inevitabile. Striscia la Notizia potrebbe chiudere definitivamente, secondo un’indiscrezione rilanciata da Dagospia. Mediaset starebbe valutando il futuro del programma e tutte le strade condurrebbero verso la cancellazione. L’azienda, però, non ha ancora comunicato alcuna decisione ufficiale. Il condizionale resta dunque obbligatorio, almeno sul piano formale.

Sul piano televisivo, invece, il pubblico ha già emesso la sentenza. Gli spettatori avevano cominciato a spegnere Striscia la Notizia molto prima che Mediaset aprisse una riflessione sul suo futuro. La possibile cancellazione non ucciderebbe il programma di Antonio Ricci: prenderebbe semplicemente atto di una fine che gli ascolti, i rinvii e la perdita dell’access prime time avevano già certificato.

La crisi cominciò a mostrare tutta la propria gravità nell’estate del 2025, quando Mediaset affidò a “La Ruota della Fortuna” la fascia che Striscia occupava da decenni. L’azienda presentò il cambiamento come una soluzione di palinsesto e continuò a promettere il ritorno del Gabibbo, delle Veline e degli inviati. Prima settembre, poi novembre, infine gennaio. Ogni rinvio rafforzò l’impressione che il tg satirico avesse perso il proprio posto naturale e che Pier Silvio Berlusconi non sapesse più dove collocarlo.

La Ruota della Fortuna ha chiuso Striscia prima di Mediaset

Mediaset non ha avuto il coraggio di cancellare apertamente uno dei programmi simbolo della propria storia. Ha scelto una strada più lenta: togliere a Striscia la fascia che ne aveva costruito l’identità, affidarla a Gerry Scotti e aspettare la risposta del pubblico. La risposta arrivò subito. “La Ruota della Fortuna” conquistò l’access prime time di Canale 5 e dimostrò che la rete poteva vivere anche senza il tg satirico.

Quel successo non rappresentò soltanto una vittoria di Gerry Scotti. Mostrò la distanza tra un programma capace di rinnovare un formato antico e una trasmissione che continuava a riproporre quasi immutati linguaggio, rituali e personaggi. La Ruota recuperò un gioco storico, lo adattò al ritmo contemporaneo e restituì agli spettatori un appuntamento semplice e riconoscibile. Striscia, invece, difese fino all’ultimo la propria liturgia.

Il programma di Antonio Ricci aveva dominato per decenni la fascia successiva al Tg5. Aveva trasformato il Gabibbo in un’icona, inventato il Tapiro d’oro, lanciato conduttori, inviati e Veline e imposto nel linguaggio comune la frase: «Adesso lo dico a Striscia». Quando qualcuno denunciava una truffa, un’opera pubblica incompiuta, uno spreco di denaro o una barriera architettonica, il tg satirico rappresentava spesso l’ultima porta alla quale bussare.

Quel meccanismo, però, aveva perso forza. Il pubblico non percepiva più molte campagne come denunce capaci di incidere sulla realtà. Le considerava segmenti di un format che ripeteva sé stesso: inseguimenti, tormentoni, risate fuori campo, smorfie dei conduttori, servizi sui ritocchi estetici e polemiche contro i programmi concorrenti. Anche gli attacchi ad “Affari Tuoi” e ai suoi pacchi avevano smesso di produrre scandalo. Sembravano piuttosto il tentativo di indebolire un rivale che sottraeva pubblico a Canale 5.

La prima serata doveva salvarla, invece ha mostrato la crisi

Nel gennaio 2026 Mediaset concesse a Striscia l’ultima possibilità: cinque appuntamenti in prima serata, con Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti, sei Veline, una band diretta da Demo Morselli, un nuovo studio e ospiti di richiamo. Antonio Ricci mantenne al centro lo spirito storico del programma e provò ad allargarlo fino a coprire oltre due ore.

Sulla carta, il passaggio in prima serata sembrava una promozione. Nei fatti, rappresentava una prova quasi impossibile. Striscia aveva costruito la propria efficacia sulla rapidità: servizi brevi, battute, stacchetti e cambi continui di argomento. L’access prime time ne conteneva i limiti e valorizzava il ritmo. La prima serata, invece, chiedeva al programma di reggere una durata molto più ampia senza trasformarsi in altro.

Ricci affrontò il bivio più pericoloso. Se avesse cambiato radicalmente il format, avrebbe cancellato l’identità di Striscia e avrebbe creato qualcosa di simile a “Le Iene”. Se avesse difeso la formula tradizionale, avrebbe dilatato fino allo sfinimento meccanismi che il pubblico conosceva da quasi quarant’anni. Scelse la seconda strada.

La prima puntata del 22 gennaio sembrò premiarlo. Maria De Filippi accettò il ruolo di inviata speciale, Alessandro Del Piero e Roberta Bruzzone parteciparono alla serata e il programma raccolse 2 milioni e 783mila spettatori con il 18,61 per cento di share. Ricci commentò: «Esperimento riuscito. Grazie a tutti». Quel risultato superò anche l’obiettivo di due milioni e mezzo che Pier Silvio Berlusconi aveva indicato.

L’entusiasmo durò una settimana. Il secondo appuntamento scese a circa 1 milione e 807mila spettatori con il 12,3 per cento. Il terzo raccolse poco più di 1 milione e 700mila persone e fermò lo share intorno all’11 per cento. La quarta puntata raggiunse 1 milione e 773mila spettatori con l’11,7 per cento. Il 19 febbraio il gran finale chiuse con circa 1 milione e 480mila spettatori e il 10,3 per cento, mentre “Don Matteo” superò i 3 milioni e 600mila e conquistò quasi il 22 per cento.

In cinque puntate, Striscia perse quasi metà del pubblico dell’esordio. Nessun comunicato poteva nascondere il dato: la curiosità aveva sostenuto il debutto, ma il format non aveva trattenuto gli spettatori.

Il pubblico ha preso la decisione al posto di Mediaset

Mediaset non ha dovuto pronunciare una condanna. Ha consegnato il programma al pubblico e ha lasciato che gli ascolti decidessero. Gli spettatori hanno confermato ciò che i rinvii e la perdita dell’access prime time avevano già suggerito: Striscia non occupava più il centro della televisione italiana.

Il problema non riguardava soltanto Greggio, Iacchetti, le Veline o gli inviati. Riguardava un linguaggio che apparteneva a un’altra epoca. Vittorio Brumotti che passa dal bike trial agli inseguimenti degli spacciatori, le rubriche sui ritocchi dei personaggi famosi, le battute reiterate e le risate registrate non esercitavano più lo stesso richiamo. Il programma continuava a parlare con il tono di chi detta l’agenda, mentre il pubblico aveva già spostato altrove la propria attenzione.

Antonio Ricci ha sempre rivendicato la libertà, la longevità e l’indipendenza editoriale della propria creatura. Proprio questa fedeltà ha reso Striscia riconoscibile per decenni, ma alla fine l’ha imprigionata. Il programma non poteva cambiare senza rinnegare sé stesso e non poteva restare uguale senza consumarsi. Qualunque scelta avrebbe prodotto una perdita.

Pier Silvio Berlusconi ha evitato finora un annuncio definitivo. Il silenzio tutela il peso storico di Antonio Ricci dentro Mediaset e consente all’azienda di non intestarsi apertamente la fine di un monumento televisivo. Ma anche il silenzio comunica una decisione. Dopo l’ultima puntata del 19 febbraio, Mediaset non ha annunciato una nuova stagione, non ha indicato una collocazione e non ha presentato un progetto di rilancio.

La fine di un programma che ha cambiato la televisione

Una possibile cancellazione non autorizza a rimuovere il ruolo che Striscia la Notizia ha svolto nella storia della televisione italiana. Il programma ha raccontato truffe, sprechi, soprusi e inefficienze quando molti telegiornali ignoravano quei temi. Ha creato un rapporto diretto con i cittadini e ha dato visibilità a denunce che altrimenti non avrebbero raggiunto milioni di persone.

Striscia ha influenzato anche il costume nazionale. Ha imposto personaggi, premi satirici, tormentoni e modelli televisivi. Ha trasformato le Veline in un fenomeno culturale, discusso e criticato, ma impossibile da ignorare. Ha costruito un genere ibrido tra informazione, comicità, varietà e denuncia che molte altre trasmissioni hanno imitato.

Proprio per questo la sua fine meriterebbe chiarezza. Un programma che ha inseguito politici, truffatori e personaggi pubblici per ottenere risposte rischia ora di uscire di scena senza una parola definitiva. Nessun annuncio, nessun bilancio, nessun riconoscimento esplicito dell’eredità che lascia.

Se Mediaset confermerà la cancellazione, formalizzerà soltanto ciò che gli spettatori avevano deciso mesi prima. Striscia la Notizia non chiude oggi: ha cominciato a chiudere quando ha perso l’access prime time, ha proseguito quando La Ruota della Fortuna ha conquistato il suo pubblico e ha completato il percorso quando l’esperimento in prima serata ha dimezzato gli ascolti. Il programma che per quasi quarant’anni ha invitato gli italiani a non voltarsi dall’altra parte si avvia così verso l’uscita più amara: non una censura, non una decisione brutale dell’azienda, non un ultimo scandalo. Semplicemente, il telecomando del pubblico.