A due mesi esatti dalla firma dell’accordo di tregua tra Washington e Teheran, la promessa di sfruttare i 60 giorni di margine per riaprire lo stretto di Hormuz e negoziare sul nucleare si è infranta.
L’intesa scade oggi in un vuoto negoziale assoluto, trasformando l’operazione militare promossa dal tycoon e da Netanyahu in uno stallo geopolitico senza via d’uscita. Senza contatti diplomatici all’orizzonte, cresce esponenzialmente il rischio di una ripresa immediata delle ostilità.
Hormuz bloccato e guerra d’attrito economica
La paralisi di Hormuz continua a congelare il transito di un quinto del greggio mondiale, infliggendo pesanti perdite economiche sia al mercato energetico globale sia ai conti pubblici iraniani. Di fronte al blocco, l’amministrazione americana punta ad inasprire la strategia della pressione finanziaria con l’annuncio di sanzioni senza precedenti da parte del segretario al Tesoro Bessent.
Sul fronte opposto, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato la decadenza del Memorandum, sottolineando come il conflitto sia ormai entrato in una nuova fase di logoramento. A complicare il quadro si aggiungono le dichiarazioni di Donald Trump, che ha evocato la possibilità di designare lo stretto come territorio statunitense; un’affermazione poi ridimensionata dalla Casa Bianca ma liquidata da Teheran tramite il viceministro Kazem Gharibabadi come un’assurdità, ribadendo la piena sovranità iraniana sulla rotta commerciale.
La linea dura di Teheran e il nodo dei negoziati falliti
L’Iran condiziona la riapertura del canale allo sblocco dei beni nazionali congelati all’estero, mostrando un atteggiamento di fermezza e disponibilità al rischio di escalation.
Le tensioni verbali hanno toccato il culmine con l’annuncio del comandante dell’esercito Amir Hatami relativo a una taglia di 30mila dollari per la cattura o l’uccisione di soldati statunitensi. I tentativi di trattativa condotti nei mesi scorsi attraverso la mediazione del presidente del Kurdistan iracheno Barzani non hanno prodotto l’esito sperato. Il tentativo di fare perno sullo speaker del Parlamento Ghalibaf non è bastato a costruire il consenso necessario per giungere a una svolta diplomatica definitiva.







