Garlasco, il movente contro Sempio nasce da un soliloquio 18 anni dopo: dov’è la prova che Chiara respinse davvero le sue avances?

Sempio e il video Forza Chiara

Chiara Poggi avrebbe respinto un approccio sessuale di Andrea Sempio e sarebbe stata uccisa per quel no. È la nuova spiegazione del delitto di Garlasco formulata dalla Procura di Pavia. Un movente preciso, capace di dare un’origine alla furia con cui la ragazza venne colpita almeno dodici volte.

Ma chi ha raccontato quel rifiuto?

Non risulta che Chiara ne abbia parlato con il fidanzato, con il fratello, con le cugine o con un’amica. Non sono emersi messaggi nei quali la giovane chiedesse a Sempio di lasciarla in pace, né un diario in cui avesse annotato una sua insistenza. Non è stata indicata una persona alla quale avesse confidato di aver ricevuto un’avance sgradita.

Il principale racconto del presunto approccio sarebbe arrivato diciotto anni dopo l’omicidio. A pronunciarlo sarebbe stato lo stesso Sempio, da solo nella propria automobile, mentre sapeva già di essere nuovamente indagato e commentava ad alta voce il caso.

Per l’accusa, quelle parole ricostruiscono il movente. Per la difesa, sono frasi sconnesse e decontestualizzate, forse pronunciate mentre l’indagato ripeteva ciò che aveva ascoltato nelle trasmissioni televisive.

Il soliloquio di Sempio in automobile

L’intercettazione risale al 14 aprile 2025. Una cimice registra Sempio mentre parla da solo in auto e torna sulle telefonate effettuate a casa Poggi nei giorni precedenti al delitto.

«Non ci voglio parlare con te», dice imitando una voce femminile. Poi ricostruisce la propria risposta: «Riusciamo a vederci?». Chiara, nel racconto, avrebbe riattaccato. Sempio continua: «Ah, ecco che fai la dura», per poi aggiungere che non l’aveva mai vista «in quel modo» e che l’interesse non era reciproco.

Secondo gli investigatori, quelle frasi dimostrerebbero che almeno una delle tre telefonate dirette all’abitazione dei Poggi non serviva a cercare Marco, come Sempio aveva sempre sostenuto. Il ragazzo sapeva che l’amico si trovava in vacanza con la famiglia e avrebbe chiamato per parlare con Chiara, rimasta sola a Garlasco.

Il passaggio è importante, ma non privo di problemi. Non si tratta della registrazione di una conversazione avvenuta nel 2007. È un soliloquio del 2025, composto anche da parti indicate come incomprensibili, captato quando Sempio conosceva già le accuse, seguiva la copertura televisiva del caso e sapeva di poter essere intercettato.

Il suo legale Liborio Cataliotti ha chiesto di ascoltare l’audio completo e di verificarne il contesto: «Vedremo se commentava il racconto di qualcun altro, se parlava effettivamente con se stesso o se interloquiva con un interlocutore». Sempio respinge l’accusa e sostiene di poter spiegare le captazioni.

I filmati intimi e l’ipotesi dell’ossessione

Il secondo pilastro del movente è costituito dai filmati intimi di Chiara e Stasi. I video erano conservati sul computer della ragazza all’interno di una cartella protetta da una password.

Per i carabinieri, Sempio avrebbe avuto la possibilità di accedere al computer perché frequentava l’abitazione insieme agli amici di Marco Poggi. Dopo aver visto quelle immagini, avrebbe proiettato su Chiara una «prospettiva sessuale», tentato un approccio approfittando dell’assenza della famiglia e reagito violentemente al rifiuto.

Anche nel soliloquio del 2025 compaiono frasi che l’accusa collega ai filmati: «Io ho portato il video» e «ce l’ho dentro la penna». Ma la trascrizione pubblicata dagli organi di informazione presenta interruzioni e parole non comprensibili. Sempio ha sempre negato di avere visto quelle immagini.

Marco Poggi, ascoltato dai magistrati, avrebbe a sua volta escluso di aver guardato i video insieme all’amico. Le cugine di Chiara hanno riferito che la ragazza non aveva mai parlato loro di Sempio. Neppure Stasi risulta aver raccontato di una preoccupazione della fidanzata legata alle telefonate del ragazzo.

L’ipotesi dell’ossessione nasce quindi dall’unione di elementi distinti: la possibilità materiale di accedere al computer, le telefonate alla villetta, le frasi intercettate diciotto anni più tardi e gli scritti sequestrati a Sempio, nei quali gli inquirenti individuano un rapporto problematico con la sessualità e la figura femminile.

Ognuno di questi elementi può contribuire a descrivere l’indagato. Nessuno, isolatamente, dimostra però che il 13 agosto 2007 abbia rivolto un’avance a Chiara.

Il rifiuto di Chiara diventato un fatto senza la sua voce

Il punto più delicato riguarda proprio la vittima. Nel nuovo capo d’accusa gli inquirenti presentano il rifiuto come l’innesco dell’omicidio: Sempio avrebbe agito per «odio» dopo che Chiara aveva respinto il suo approccio sessuale.

La frase attribuisce alla ragazza un gesto preciso. Chiara avrebbe detto no e Sempio l’avrebbe per questo aggredita. Ma, almeno negli elementi finora resi pubblici, la sua voce manca completamente.

Non esiste una registrazione della telefonata. Non conosciamo il giorno e l’ora esatti dell’eventuale conversazione con Sempio. Non sappiamo se la frase «non ci voglio parlare con te» sia stata pronunciata davvero da Chiara, se riguardasse un incontro personale o se Sempio stesse ricostruendo uno scenario ipotetico.

Manca inoltre il passaggio che dovrebbe collegare l’eventuale telefonata al delitto. Anche ammettendo che Sempio avesse chiesto di incontrarla e che Chiara avesse rifiutato, bisognerebbe dimostrare che lui si presentò ugualmente nella villetta, che rinnovò l’approccio quella mattina e che proprio quel secondo rifiuto provocò l’aggressione.

Non significa che il movente formulato dalla Procura sia falso. Significa che, per diventare una prova, deve uscire dalla ricostruzione psicologica e trovare riscontri contemporanei ai fatti.

Sempio può essere accusato sulla base delle tracce, delle telefonate e delle contraddizioni che gli inquirenti ritengono di avere raccolto. Ma non si può attribuire a Chiara un rifiuto trasformato nel detonatore della propria morte senza chiarire da quale elemento certo provenga quella storia.

Diciannove anni dopo il delitto, la Procura ha trovato un possibile movente. Resta da dimostrare che non sia soltanto un racconto costruito intorno al silenzio di una ragazza che non può più confermarlo né smentirlo.