Nel gennaio 2017, quando Donald Trump s’insediò per la prima volta alla Casa Bianca, lo fece da solo: la first lady Melania rimase a New York con l’allora piccolo Barron, dieci anni, che doveva finire l’anno scolastico (abbondavano i meme e anche le t-shirt «Free Melania»). Traslocò con calma, e quell’autunno si unì al marito, ma tenendo sempre un bassissimo profilo. Adesso Barron è alto due metri e va al college, ma Melania rimane invisibile: si può dire che abbia riportato le lancette, per le first lady, al 1960, l’era pre-Jackie Kennedy (fu la moglie di Jfk a trasformare la visibilità del ruolo, pareva, per sempre).
Il secondo mandato
Melania, nel primo mandato, è apparsa pochissimo, e se possibile nel secondo è ancora più nascosta (insistenti gossip che dal 2017 la danno residente altrove per apparire soltanto nelle ineludibili occasioni istituzionali non sono mai stati confermati).
Se qualcuno pensava che le cose cambiassero con l’uscita del documentario-biografia a lei dedicato (grande produzione Amazon-Mgm), sbagliava. Il 29 gennaio è apparsa sul tappeto rosso al Kennedy Center con il marito alla «prima», ma da allora si è vista in pubblico con Donald soltanto altre sei volte.
Le apparizioni col contagocce
Il 24 febbraio per il discorso sullo Stato dell’Unione, appuntamento istituzionale di primissimo piano. Poi il 6 aprile alla tradizionale cerimonia pasquale per i bambini sul grande prato della Casa Bianca (memorabile solo perché il marito minacciò l’Iran di fianco a un attore travestito da coniglio gigante), il 6 maggio a un ricevimento presidenziale per la festa della mamma, il 19 di quel mese al picnic per i membri del Congresso e le loro famiglie, il 4 luglio per la grande festa del 250° compleanno degli Stati Uniti, e il 19 luglio al MetLife Stadium per la finale della Coppa del mondo.
Una sola apparizione in solitaria
L’unica apparizione «in solitaria»? Il 9 aprile, quando all’insaputa del presidente era apparsa in diretta tv per un estemporaneo, clamoroso intervento nel quale — si era all’apice della polemica sugli Epstein files — dichiarò di non essere mai stata amica di Epstein o di Ghislaine Maxwell, di non aver mai volato sull’aereo di Epstein e di non aver mai visitato la sua isola privata, negando che fosse stato lui a presentarla a Trump. Nient’altro.
Le illazioni su Natalie Harp
A tenere alto il livello delle polemiche ha pensato il rampante senatore della Georgia, il democratico Jon Ossoff avviato a stravincere in uno Stato tradizionalmente repubblicano (ha 13 punti di vantaggio, se il voto confermerà i sondaggi diventerà un potenziale candidato per le presidenziali del ’28 anche se lui astutamente nega).
L’accusa del dem Ossof
Forse irritato dal volgarissimo soprannome che gli ha affibbiato Trump («jerkoff», cioè onanista) il senatore ha contrattaccato facendo illazioni sulla presunta «coperta di Linus» di Trump, la sua giovane collaboratrice Natalie Harp (trumpiana di ferro, molto religiosa, famosa per elogiarlo sempre con grandissima enfasi, cosa che la espone ad accuse di servilismo che lei ignora serenamente): «Non ha voglia di lavorare, vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie nel loro palazzo volante donato dall’emiro del Qatar», ha detto Ossoff.
L’ascesa della pupilla di Trump
Vista la sua presenza sempre più assidua accanto a Donald Trump, era solo questione di tempo prima che il nome di Natalie Harp entrasse ufficialmente nello scontro politico. L’assistente, soprannominata “la stampante umana” perché procura a Trump tutti i documenti cartacei di cui ha bisogno in ogni momento, è diventata una figura centrale e inseparabile nel suo entourage. È stata una delle pochissime persone ad accompagnarlo sul volo segreto partito dalla Turchia dopo il vertice Nato quando scattò l’allarme attentato del Secret Service, e il suo peso crescente nella cerchia presidenziale viene persino indicato come una delle ragioni dell’uscita anticipata dell’ex portavoce Karoline Leavitt.







