Vasco Rossi, la confessione spiazza i fan: «Sono morto non so quante volte. Resto solo, inchiodato ai miei pensieri»

Roma, concerto di Vasco Rossi – IPA @lacapitalenews.it

Sul palco è Vasco Rossi, il Kom che riempie gli stadi, trascina decine di migliaia di persone e da quasi mezzo secolo trasforma fragilità, rabbia, paura e desiderio di vivere in canzoni cantate da generazioni diverse. Quando però si spengono le luci e la folla scompare, rimane un uomo solo con se stesso. Ed è proprio quel Vasco che adesso ha deciso di raccontare ai fan con parole che colpiscono per la loro crudezza: «Per vivere fino in fondo la vita bisogna morire da vivi. Io, per esempio, sono morto non so quante volte».

Il rocker di Zocca affida la riflessione a un post sui social accompagnato, quasi per contrasto, da due fotografie scattate durante un concerto. Nelle immagini c’è l’artista circondato dall’energia del pubblico; nelle parole compare invece l’uomo che racconta la solitudine, i pensieri dai quali non riesce sempre a scappare e quella sensazione di rimanere «inchiodato» a se stesso.

Non è la prima volta che Vasco parla della propria fragilità psicologica e della depressione. Lo ha fatto nelle interviste, nei suoi scritti e soprattutto attraverso le canzoni, fin dagli inizi della carriera. Questa volta, però, parte da una riflessione ancora più ampia: per vivere davvero bisogna accettare che alcune parti di noi muoiano lungo il percorso.

Vasco Rossi: «Per vivere bisogna morire da vivi»

«Si muore e se ti va bene muoiono anche certe convinzioni, le brutte idee, qualche modo di vedere sbagliato, o di pensare», scrive Vasco.

La morte della quale parla non è naturalmente quella fisica, ma il crollo delle certezze che accompagna alcuni passaggi della vita. Ci sono momenti, spiega, nei quali sembra che «ti sta crollando tutto intorno», e proprio attraversando quelle crisi possono morire convinzioni, pensieri e modi di guardare il mondo che fino a quel momento sembravano intoccabili.

Vasco non trasforma il proprio messaggio in una ricetta universale e non promette scorciatoie. Al contrario, racconta la sofferenza come qualcosa attraverso cui, in alcuni momenti della propria esperienza, ha dovuto necessariamente passare.

«Sono momenti necessari anche questi», osserva. Parole che assumono un peso particolare proprio perché arrivano da uno degli artisti italiani che più hanno costruito la propria immagine pubblica sull’energia, sull’eccesso e sulla capacità di dominare platee gigantesche.

«Sto spesso da solo e non posso evadere da me stesso»

Poi Vasco abbandona le riflessioni generali e parla direttamente di sé. «Anche quando ero giovane avevo questo aspetto psicologico un po’ ballerino», confessa. Oggi trascorre molto tempo da solo e la notorietà rende persino più complicato fare quello che per molte altre persone rappresenta la via più immediata per interrompere il flusso dei pensieri: uscire, confondersi tra la gente, cambiare ambiente e distrarsi. «Non è che proprio posso evadere da me stesso…», racconta. E così capita di rimanere «un po’ inchiodato».

È probabilmente questa l’immagine più potente del suo racconto. L’uomo capace di muovere folle immense che, quando rimane solo, non riesce semplicemente a uscire dalla porta e diventare uno sconosciuto qualsiasi. Vasco può lasciare un palco, una città, una stanza, ma non può lasciare Vasco Rossi.

Ed è allora che restano i pensieri.

La depressione e quel dolore dopo la morte di Massimo Riva

Il tema non compare oggi per la prima volta nella vita del cantante. Vasco ha raccontato apertamente in passato di avere attraversato la depressione e ha individuato uno dei momenti più duri della propria esistenza nel periodo successivo alla morte di Massimo Riva, chitarrista, collaboratore e soprattutto amico.

Riva morì nel 1999, a soli 36 anni. A quella perdita si aggiunse successivamente quella dell’amico d’infanzia Mario Giusti e Vasco raccontò che proprio in quegli anni il proprio equilibrio cominciò a cedere fino all’esplosione della depressione nel 2001. Il cantante non nascose neppure di essersi rivolto ai medici e di aver affrontato il problema attraverso le cure.

Una scelta che rende ancora più importante distinguere quel racconto dal post pubblicato oggi: Vasco non sta annunciando una nuova diagnosi né sta dicendo di attraversare attualmente un episodio depressivo. Sta raccontando il proprio rapporto con la solitudine, la fragilità e quei momenti nei quali la mente può diventare un posto dal quale risulta difficile allontanarsi.

“Jenny è pazza”, quando Vasco cantava già i suoi demoni

In realtà bisogna tornare molto più indietro per trovare la depressione dentro la storia artistica di Vasco Rossi.Addirittura al 1977, quando nel suo primo 45 giri comparve “Jenny è pazza”. Per molti anni si sarebbe potuto immaginare dietro quella Jenny una donna realmente conosciuta dal cantante. Vasco ha poi spiegato che non era così. Jenny rappresentava anche una parte di lui, le sue paure e quello stato che negli anni Settanta si sarebbe definito più facilmente «esaurimento nervoso».

Nel 2020 lo spiegò utilizzando una parola molto più precisa: «Oggi si chiama depressione». Significa che quel tema attraversa praticamente tutta la sua produzione artistica. Prima ancora degli stadi, dei record, del Kom e delle folle oceaniche, esisteva già il ragazzo di Zocca che cercava di mettere in musica qualcosa che sentiva dentro e che all’epoca risultava persino più difficile raccontare pubblicamente.

Il Vasco degli stadi e quello che resta solo

Forse è proprio il contrasto tra le fotografie scelte per accompagnare il post e le parole scritte sotto a renderlo così efficace. Nelle immagini vediamo il Vasco che conoscono tutti: palco, luci, concerto, energia. L’uomo davanti al quale si radunano decine di migliaia di persone e che sembra possedere una riserva inesauribile di forza. Nel testo compare invece l’altro.

Quello che sta spesso solo, che ammette di avere avuto fin da giovane un equilibrio psicologico «un po’ ballerino». Quello che non sempre riesce a distrarsi perché, semplicemente, «non posso evadere da me stesso».

Sono due immagini apparentemente opposte che appartengono però alla stessa persona e, in fondo, spiegano anche una parte del rapporto che Vasco ha costruito con il suo pubblico. Perché molte delle sue canzoni più amate non raccontano l’invulnerabilità, ma esattamente il contrario: la paura, le cadute, la solitudine, l’ansia di vivere e la necessità di rialzarsi.

«Sono morto non so quante volte»

Alla fine resta quella frase: «Io, per esempio, sono morto non so quante volte». Vasco parla delle convinzioni che cadono, delle idee che cambiano e dei momenti nei quali sembra che il mondo costruito fino a quel momento non possa più reggere. Non li racconta come esperienze piacevoli e nemmeno come qualcosa da cercare. Dice che, nella sua esperienza, bisogna attraversarli. È il Vasco più lontano possibile dalla caricatura del rocker immortale.

A 74 anni, dopo una vita trascorsa a cantare davanti a folle sempre più grandi, non racconta di avere trovato una formula definitiva per stare bene e neppure di essere diventato impermeabile ai propri pensieri. Racconta invece di restarci qualche volta dentro, «un po’ inchiodato».

E forse è proprio questa la confessione che sorprende di più: dietro l’uomo che sul palco sembra poter scappare da qualsiasi cosa rimane qualcuno che, una volta spenti i riflettori, sa perfettamente che esiste un posto dal quale nessuno può davvero evadere. Da se stesso.