«Sapeva dei conti che giravano e che io non voglio sappiano Gomez, Ben, Giuseppe e tutti quanti». Poi la frase ancora più pesante: «Se questa girava tutti i conti a tutti quanti mi avrebbe messo in un guaio grosso». Valter Lavitola parla, questa volta in un audio inedito inviato nell’agosto 2025 all’allora compagna Natalia Potenza, e dentro quelle parole compare un nuovo pezzo del puzzle che gli investigatori stanno cercando di ricostruire attorno all’attentato contro Sigfrido Ranucci.
Lavitola è indagato come presunto mandante dell’attentato del 16 ottobre 2025 contro il giornalista e le indagini hanno già fatto emergere il progetto dell’imprenditore di spingere l’allora conduttore di Report verso una futura carriera politica. Gli investigatori, però, stanno cercando di capire se dietro quella relazione ci fosse dell’altro e soprattutto se gli interessi economici di Lavitola possano avere avuto un ruolo nella vicenda.
«Quei conti non dovevano saperli»
Il nuovo audio porta direttamente agli affari africani di Lavitola e, in particolare, al business dei crediti di carbonio. Nella registrazione l’imprenditore parla con Natalia Potenza di Sirlene, una collaboratrice brasiliana che aveva inserito in una delle società africane. È proprio riferendosi alla donna che pronuncia le parole destinate ad attirare l’attenzione degli investigatori.
«Si è occupata dell’amministrazione e dei rapporti con questi di Urban Vision; sapeva dei conti che giravano, e che io non voglio sappiano Gomez, Ben, Giuseppe e tutti quanti». Quindi aggiunge: «Semplicemente se questa girava tutti i conti a tutti quanti mi avrebbe messo in un guaio grosso».
Nella conversazione Lavitola cita Clesio Tavares Gomes, suo collaboratore, il figlio Giuseppe, estraneo alle indagini, un socio africano chiamato Ben e altri soggetti brasiliani. L’audio, da solo, naturalmente non chiarisce che cosa fossero quei conti, quale fosse la loro natura né perché Lavitola volesse mantenerli riservati. Ma proprio questo è il punto che rende la registrazione interessante: occorre capire che cosa significasse concretamente quel «guaio grosso» e perché alcune persone coinvolte nei suoi affari non dovessero conoscere determinati movimenti.
Gli affari africani erano già entrati nel radar dell’inchiesta. Gli investigatori avevano concentrato l’attenzione anche sul business del carbon credit e su alcuni rapporti tra Lavitola e Ranucci, compresa un’intervista concessa dal giornalista a una testata dello Zimbabwe e una mail nella quale Ranucci aveva anticipato allo stesso Lavitola alcuni contenuti di quel colloquio.
La domanda dei magistrati: Lavitola voleva fermare qualche inchiesta?
Ed è qui che il nuovo audio incrocia il cuore dell’indagine. La Procura deve ricostruire fino in fondo perché Lavitola avrebbe organizzato, secondo l’ipotesi accusatoria, l’attentato contro un uomo che considerava un «amico fraterno».
Una prima pista è già emersa dalle carte: Lavitola avrebbe immaginato per Ranucci un futuro politico e per sé un ruolo al suo fianco. In una conversazione arrivava a prospettargli un consenso enorme e una possibile ascesa istituzionale. Secondo la ricostruzione investigativa, l’attentato avrebbe dovuto trasformare il giornalista in un simbolo e accelerarne quella traiettoria.
Ma gli accertamenti successivi hanno aperto un’altra domanda: Lavitola aveva anche interessi economici da proteggere?
I magistrati stanno cercando di stabilire se l’imprenditore abbia esercitato pressioni sull’amico perché determinate inchieste di Report non arrivassero in televisione. Al momento è un’ipotesi investigativa da verificare, non un fatto accertato. Tra i dossier finiti sotto la lente c’è quello relativo a Banca Progetto, un approfondimento realizzato dalla trasmissione ma mai mandato in onda.
Il punto investigativo diventa quindi particolarmente delicato: ricostruire gli incontri, le richieste, gli interessi e gli eventuali favori che potrebbero essere transitati nel rapporto tra i due uomini, distinguendo ciò che apparteneva a una relazione personale da ciò che eventualmente riguardava l’attività giornalistica.
Gli incontri al Cefalù bistrot e i rapporti con imprenditori e manager
Gli investigatori stanno ricostruendo anche ciò che avveniva intorno al Cefalù bistrot, il ristorante romano legato a Lavitola dove l’imprenditore incontrava manager, uomini d’affari e altri personaggi e dove, in alcune occasioni, presentava alcune di queste persone a Ranucci.
È uno dei territori più scivolosi dell’intera vicenda. Non basta infatti dimostrare che gli incontri ci siano stati: bisogna accertare che cosa venisse chiesto, che cosa venisse eventualmente promesso e soprattutto se esista qualche collegamento concreto con le scelte editoriali della trasmissione.
Gli investigatori dovranno quindi stabilire se Lavitola abbia mai ottenuto qualcosa in cambio della propria attività di intermediazione oppure se, al contrario, una parte delle circostanze oggi finite sotto osservazione non abbia avuto alcuna conseguenza sull’attività giornalistica di Report. L’indagine serve precisamente a separare fatti, coincidenze e sospetti.
Anche Natalia Potenza ha fornito agli inquirenti elementi sui rapporti fra i due uomini. Tra le circostanze già emerse c’è un incontro avvenuto dopo l’attentato durante il quale, secondo il racconto della donna, Lavitola e Ranucci avrebbero lasciato i telefoni all’interno dell’abitazione prima di parlare nel giardino. Anche questo episodio rientra nel materiale che la Procura sta cercando di interpretare e verificare.
Intanto Ranucci aspetta il giudice: in ballo c’è il ritorno a Report
Mentre l’inchiesta penale continua, Sigfrido Ranucci combatte un’altra battaglia, questa volta davanti al Tribunale del lavoro di Roma. Il giornalista ha presentato un ricorso urgente contro la decisione della Rai di rimuoverlo dalla conduzione di Report e ha chiesto di tornare al proprio posto prima dell’inizio della nuova stagione, previsto per l’8 novembre.
Il giudice, al termine dell’udienza del 25 settembre, si è riservato la decisione. Ranucci ha lasciato il tribunale sotto scorta senza rilasciare dichiarazioni.
Nel ricorso i suoi legali contestano radicalmente le motivazioni utilizzate dalla Rai e chiedono di sospendere gli effetti della procedura di ricollocazione. L’azienda, invece, ha sostenuto la legittimità della propria decisione e nelle scorse settimane ha anche inviato al giornalista una contestazione relativa ai rapporti con Lavitola.
Ranucci continua a sostenere che la sua rimozione abbia altre ragioni. Alla vigilia dell’udienza aveva detto: «Che ne sarà di Report? Ha una squadra e io spero che il meccanismo di questa squadra continui ad essere difeso, così come l’ho fatto io per vent’anni. Ed è anche questo il motivo per il quale mi hanno sostituito». Sul ricorso aveva invece evitato pronostici: «Mi atterrò a quello che dirà il Tribunale».
Adesso dunque corrono parallelamente due storie. Da una parte c’è la battaglia di Ranucci per tornare alla guida della trasmissione; dall’altra l’inchiesta sull’attentato continua ad allargarsi attorno a Lavitola, ai suoi progetti politici, ai suoi rapporti con il giornalista e, ora, ai suoi affari.
E quell’audio aggiunge una domanda alle molte già aperte: quali erano i «conti» che Lavitola non voleva far conoscere neppure ad alcune delle persone che lavoravano con lui, e perché la loro eventuale diffusione avrebbe potuto metterlo, come dice lui stesso, «in un guaio grosso»?







