La libertà, per Alberto Stasi, è ricominciata con un gesto quasi ordinario: un giro in moto. Niente proclami, nessuna scena costruita, nessuna festa plateale. Dopo 11 anni di carcere, il condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi ha iniziato il suo percorso di affidamento in prova ai servizi sociali entrando in quella zona sospesa in cui la pena non è più carcere pieno, ma non è neppure libertà senza condizioni. È una nuova fase, prevista dalla legge, che arriva mentre attorno al delitto di Garlasco continua a crescere il rumore delle nuove indagini su Andrea Sempio e mentre sullo sfondo resta la domanda che pesa più di tutte: ci sarà davvero un processo di revisione?
L’uscita da Bollate e il saluto al compagno di cella
Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, Stasi ha atteso la decisione dei giudici praticamente già fuori dal carcere, durante una cena semplice a casa con la sua avvocata Giada Bocellari, mentre arrivavano gli aggiornamenti via Pec. Il parere positivo era considerato ampiamente prevedibile dopo l’udienza, ma la conferma dei magistrati è arrivata solo di prima mattina.
A quel punto Alberto Stasi ha lasciato il carcere di Bollate e si è congedato da un mondo che, per oltre un decennio, è stato il suo orizzonte quotidiano. Prima di uscire ha salutato il compagno di cella, al quale ha lasciato un frigorifero portatile, un ventilatore e i pochi oggetti acquistati durante gli anni di reclusione. Poi il commiato dalle circa trecento persone, tra detenuti e personale, con cui aveva condiviso quella lunga stagione.
Per Stasi non si trattava comunque di un passaggio improvviso dalla cella alla strada. Negli ultimi anni aveva già vissuto in regime di semilibertà: dopo l’inchiesta del 2017 poteva lavorare all’esterno, uscire per un aperitivo o una cena e poi rientrare la sera nel carcere di Bollate. Questa volta, però, il cambio di prospettiva è più netto. Non deve più rientrare in cella ogni notte. Deve rispettare prescrizioni precise, ma la sua quotidianità cambia forma.
L’abbraccio con la madre e la cena senza festa
Dopo l’uscita, Stasi ha raggiunto l’appartamento preso in affitto nell’hinterland milanese. Ad attenderlo c’era la madre, Elisabetta Ligabò, che in tutti questi anni non ha mai smesso di sostenere l’innocenza del figlio. L’abbraccio tra i due ha avuto inevitabilmente un peso diverso, anche se madre e figlio si incontravano già da mesi ogni sabato.
Nessuna celebrazione, però. Nessun brindisi, nessuna festa, nessuna immagine da rinascita spettacolare. Solo una cena informale, con l’insalata di riso preparata dalla madre e la presenza dell’avvocata Giada Bocellari, figura centrale della difesa di Stasi.
È un dettaglio domestico, quasi dimesso, ma racconta bene la natura di questa fase. Alberto Stasi non è stato assolto, non ha ottenuto una revisione, non è uscito perché la sentenza sia stata cancellata. Ha avuto accesso a una misura alternativa prevista dall’ordinamento per chi possiede determinati requisiti e ha una pena residua compatibile con l’affidamento in prova. Il punto giudiziario resta un altro e riguarda il futuro: capire se le nuove indagini potranno davvero aprire la strada a una revisione della condanna.
Le prescrizioni e la promessa di non tornare a Garlasco
Il nuovo regime non cancella gli obblighi. Stasi dovrà mantenere la residenza in Lombardia, non potrà allontanarsi da casa nelle ore notturne e dovrà rispettare le prescrizioni stabilite dai magistrati. Potrà spostarsi all’interno del territorio nazionale solo se autorizzato e potrà anche guidare. Non potrà invece andare all’estero.
Un punto, però, sembra già chiaro: Alberto Stasi non intende tornare a vivere a Garlasco. Potrà raggiungere autonomamente la casa della madre, ma non immagina di ricostruire lì la propria quotidianità. Troppo pesante il nome del paese, troppo profondo il legame con il delitto che ha segnato per sempre la sua vita, quella della famiglia Poggi e la memoria collettiva italiana.
La sua immagine pubblica resta ancora inchiodata a quella definizione che per anni lo ha accompagnato: il «biondino dagli occhi di ghiaccio». Un’etichetta mediatica, più che giudiziaria, diventata quasi inseparabile dalla sua figura. Ora la scena cambia: non più il ragazzo della villetta di Garlasco, non più soltanto il detenuto di Bollate, ma un uomo che deve rientrare nella società mentre una parte del Paese continua a interrogarsi sulla sua colpevolezza e un’altra osserva con prudenza i nuovi sviluppi investigativi.
Il nodo Sempio e l’incognita della revisione
La nuova inchiesta della Procura di Pavia su Andrea Sempio ha scompaginato il racconto pubblico del caso Garlasco. Ha riaperto domande, spostato attenzioni, riportato in superficie atti, perizie, tracce e sospetti. Ma al momento la condanna di Stasi resta definitiva. L’affidamento in prova non equivale a un’assoluzione, né anticipa automaticamente una revisione.
È proprio questa la zona più delicata della vicenda. Da un lato c’è un uomo che ha scontato gran parte della sua pena e ora entra in una fase diversa del percorso penale. Dall’altro c’è una famiglia, quella di Chiara Poggi, che da quasi vent’anni convive con il dolore di un omicidio e con la pressione costante del dibattito pubblico. In mezzo c’è una macchina mediatica che continua a macinare ogni dettaglio, trasformando anche un’insalata di riso, un abbraccio e un giro in moto in frammenti di una storia nazionale mai davvero chiusa.
Per Alberto Stasi il primo giorno fuori dal carcere ha avuto il sapore di una normalità piccola e sorvegliata. Una casa in affitto, la madre, l’avvocata, una moto, la promessa di non tornare a Garlasco almeno per viverci. Il resto resta sospeso: la revisione possibile, le nuove indagini, il peso della sentenza, la memoria di Chiara Poggi. E una libertà che, per ora, non cancella nulla. Cambia soltanto il luogo da cui attendere il prossimo capitolo.







