Striscia la notizia ci mancherà: l’informazione che rideva del potere sbeffeggiandolo mentre Report saliva sul pulpito

Antonio Ricci. Torna dal 25 settembre per la 30/ma edizione ‘Striscia la Notizia’ il varietà, tg satirico di Antonio Ricci, la cui prima puntata andò in onda il 7 novembre 1988. Ad aprire la stagione 2017/2018 i conduttori storici Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti. ANSA/UFFICIO STAMPA STRISCIA LA NOTIZIA +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Ci mancherà. Possiamo discutere i suoi eccessi, le sue ossessioni, le campagne portate avanti oltre il limite e persino quella formula che negli ultimi anni mostrava inevitabilmente la propria età. Ma Striscia la notizia ci mancherà, perché per quasi quattro decenni ha raccontato l’Italia senza mai fingere che l’Italia fosse un Paese normale.

Ufficialmente il programma non sarebbe morto: avrebbe soltanto imboccato una non meglio precisata “pausa”. Eppure Mediaset non gli ha trovato spazio nei nuovi palinsesti, la squadra è finita in ferie e i canali social hanno smesso di pubblicare. L’ultima puntata risale al 19 febbraio 2026. Dopo trentotto anni, l’eufemismo aziendale fatica quindi a nascondere il sapore dell’addio.

Striscia la notizia, l’inchiesta che fingeva di scherzare

Antonio Ricci aveva capito una cosa molto prima degli altri: in Italia il potere teme più il ridicolo della predica. Una contestazione può respingerla, una domanda può evitarla, un’accusa può affidarla agli avvocati. Una figura grottesca che lo rincorre per strada, invece, gli rimane addosso.

Striscia costruì su questa intuizione un linguaggio apparentemente leggero e in realtà feroce. Inviati improbabili, oggetti diventati simboli, montaggi beffardi, pupazzi, rumori, tormentoni. Tutto sembrava appartenere al varietà, ma dietro il costume spesso comparivano truffe, abusi, sprechi, promesse tradite e persone che nessun’altra redazione ascoltava.

Il programma non chiedeva al pubblico di entrare in un’aula universitaria. Lo trascinava dentro una piazza. Non presentava il giornalista come depositario della verità, ma come disturbatore professionista. Trasformava la denuncia in spettacolo e, proprio per questo, riusciva a portarla nelle case di milioni di italiani che non avrebbero mai seguito un’inchiesta tradizionale.

Striscia e Report, due Paesi davanti alla stessa telecamera

All’estremo opposto troviamo Report, il programma che la stessa Rai presenta come uno dei simboli del giornalismo investigativo e che Sigfrido Ranucci conduce insieme alla propria squadra occupandosi di politica, economia e società.

Report entra in scena con la gravità di chi apre un fascicolo. Ordina documenti, collega interessi, ricostruisce reti di rapporti e accompagna ogni passaggio con il tono di chi chiede al telespettatore attenzione, concentrazione e fiducia. Non cerca la risata. Cerca la sentenza morale.

Striscia compiva il movimento contrario. Non saliva sul pulpito: montava un banchetto da fiera proprio sotto il balcone del potente. Report comunica al pubblico che sta per mostrargli qualcosa di serio. Striscia fingeva di non avere nulla di serio da dire, poi infilava la denuncia tra una battuta e uno sberleffo.

Il programma di Ranucci parla soprattutto all’Italia che vuole sentirsi informata. Quello di Ricci parlava anche all’Italia che non si sarebbe mai definita tale. Report domanda allo spettatore di giudicare il sistema. Striscia lo invitava a riconoscersi nel cittadino esasperato, nel consumatore raggirato, nel pensionato ignorato da un ufficio o nel residente che da mesi aspettava la riparazione di una strada.

Quando il Gabibbo arrivava prima delle istituzioni

Il vero patrimonio di Striscia non coincide soltanto con i personaggi diventati parte del lessico nazionale. Sta soprattutto nella quantità di cittadini che, per anni, hanno considerato quella redazione una specie di pronto soccorso civile.

Quando un’amministrazione non rispondeva, un’azienda prendeva tempo o un ufficio rimbalzava una pratica, molte persone non cercavano più soltanto un avvocato o un rappresentante politico. Cercavano Striscia. Speravano nell’arrivo di una telecamera, perché spesso la telecamera riusciva a ottenere in pochi minuti ciò che lettere, telefonate e proteste non avevano ottenuto in mesi.

Qui emerge anche il limite del fenomeno. Una democrazia sana non dovrebbe aver bisogno di un pupazzo rosso per costringere un ente a fare il proprio dovere. Ma il successo di quel metodo raccontava perfettamente la distanza tra il cittadino e le istituzioni. Striscia non inventò quella sfiducia: la intercettò, le diede un microfono e la trasformò in televisione.

L’addio a un’autobiografia dell’Italia

Negli anni Striscia ha commesso errori, ha insistito su bersagli discutibili e talvolta ha confuso la tenacia con l’accanimento. Anche il suo linguaggio ha finito per perdere parte della forza originaria. La satira diventa meno imprevedibile quando ripete per decenni gli stessi riti.

Eppure liquidarla come un reperto del berlusconismo significherebbe non comprenderne la portata. Striscia ha attraversato governi, partiti, mode e trasformazioni televisive. Ha raccontato un’Italia litigiosa, diffidente, furba, generosa, rancorosa e pronta a rivolgersi alla tv quando non sapeva più a chi chiedere aiuto.

Report resta il volto austero dell’inchiesta che pretende risposte dal potere. Striscia è stata il suo gemello irriverente: non mostrava il distintivo, metteva un copricapo assurdo; non annunciava la battaglia civile, suonava una trombetta. Ma dietro quella confusione cercava spesso la stessa cosa.

Per questo ci mancherà. Non soltanto come programma televisivo, ma come specchio deformante di un Paese che, per riuscire a guardarsi davvero, aveva bisogno di ridere della propria faccia.