La ricina che ha ucciso Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita per ora non è stata trovata nella casa di Pietracatella. Le prime analisi effettuate sui 131 reperti prelevati il 30 luglio nell’abitazione di via Risorgimento non hanno evidenziato tracce della potentissima tossina. Un risultato ancora provvisorio, tanto che gli specialisti tedeschi hanno deciso di riprocessare tutti i campioni prima di arrivare a conclusioni definitive.
Il dato, però, rende ancora più fitto il mistero. La presenza della ricina nei campioni biologici delle due vittime è il punto fermo dell’inchiesta per duplice omicidio volontario aggravato dal mezzo venefico. Se le nuove analisi confermassero l’assenza della sostanza negli ambienti esaminati, resterebbe da spiegare dove sia stata preparata o manipolata e attraverso quale alimento, bevanda o altro vettore sia arrivata ad Antonella e Sara. Gli esperti del Robert Koch-Institut di Berlino chiederanno alla fine di settembre una proroga per completare gli accertamenti.
Dieci ore di ricerche e 131 campioni: per ora la ricina non c’è
Il 30 luglio gli specialisti tedeschi, insieme alla Polizia Scientifica, alla Squadra Mobile di Campobasso e agli investigatori del BKA, avevano passato al setaccio gli ambienti di via Risorgimento per oltre dieci ore. L’obiettivo era cercare ricina, componenti riconducibili al Ricinus communis oppure tracce della conservazione e della manipolazione del veleno.
Il sopralluogo non aveva interessato soltanto l’appartamento nel quale vivevano Gianni Di Vita, Antonella, Alice e Sara. Gli investigatori avevano controllato anche l’abitazione al primo piano occupata da Giuseppina Cinquino, madre di Gianni, e un deposito adiacente. Mobili, vestiti, oggetti e superfici erano stati campionati. Alla fine erano stati raccolti 131 reperti, successivamente inviati in Germania. La prima lavorazione non ha restituito la traccia cercata.
Gli esperti ripetono tutti gli esami
Il risultato non viene però considerato definitivo. La delicatezza del caso ha spinto gli specialisti a sottoporre nuovamente i campioni alle analisi. Il gruppo comprende Christian Herzog, direttore del Centro per i rischi biologici e i patogeni speciali del Robert Koch-Institut, Sylvia Worbs, specialista in tossine biologiche, e il tossicologo forense Luca Morini dell’Università di Pavia. Al lavoro partecipano anche gli esperti italiani che hanno seguito il caso, tra i quali Carlo Locatelli e Daniele Merli.
La complessità degli accertamenti porterà alla richiesta di una proroga, già prospettata dalla procuratrice di Larino Elvira Antonelli. Alla fine di settembre i consulenti dovrebbero chiedere altri trenta giorni.
L’assenza di ricina nei primi test non permette comunque di concludere che la sostanza non sia mai transitata nell’abitazione. Tra l’avvelenamento e il sopralluogo sono trascorsi più di sette mesi e saranno gli specialisti a stabilire quale valore scientifico attribuire a un eventuale risultato definitivamente negativo.
Dove è stata preparata la ricina?
È questa la domanda che rischia di cambiare la direzione dell’inchiesta. Se anche il secondo ciclo di analisi non trovasse tracce del veleno, diventerebbe ancora più importante individuare un luogo diverso nel quale la ricina possa essere stata conservata, preparata o manipolata.
L’indagine resta a carico di ignoti e nessun risultato negativo permetterebbe da solo di trarre conclusioni sulle responsabilità individuali. Ma il problema investigativo è evidente: la tossina è stata trovata nei corpi di Antonella e Sara e bisogna ricostruire il percorso compiuto prima di raggiungerle. Il possibile vettore diventa quindi fondamentale. E proprio qui entra in gioco un altro enorme blocco di reperti.
Settanta alimenti sotto esame: si cerca il vettore del veleno
Gli specialisti stanno analizzando anche 70 alimenti sequestrati nelle due abitazioni di via Risorgimento tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio. Diciannove vennero prelevati il 29 dicembre nell’appartamento della famiglia Di Vita. Il 7 gennaio gli investigatori ne acquisirono altri 35, tra frigorifero e freezer. Altri 16 provenivano invece dall’abitazione di Giuseppina Cinquino.
Ci sono prodotti confezionati e preparazioni domestiche. Tutto il materiale è stato inviato a Berlino e, al momento, non risultano conclusioni ufficialmente depositate. Trovare ricina in uno di questi alimenti potrebbe rappresentare una svolta enorme: consentirebbe di ricostruire come, quando e forse anche dove sia avvenuto l’avvelenamento.
Intanto la Squadra Mobile di Campobasso ha ascoltato circa duecento persone e raccolto una grande quantità di materiale digitale. Gli esperti dovrebbero presto confrontarsi per mettere insieme tutti i risultati scientifici ottenuti e decidere quali accertamenti approfondire. A quasi nove mesi dalla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, il paradosso resta intatto: gli investigatori conoscono il veleno che le ha uccise, ma non hanno ancora trovato il luogo dal quale quel veleno è partito né il mezzo attraverso il quale è arrivato alle vittime.
E se anche la seconda analisi dei 131 reperti confermerà l’assenza della ricina nella casa di Pietracatella, il giallo diventerà ancora più inquietante: dove si trovava il veleno prima di entrare nell’organismo di Antonella e Sara e chi lo ha manipolato?







