«Butta sti cosi da qualche parte, che li andiamo a recuperare. Pure a carico di ignoti va bene». Gli «sti cosi» sono 50 chili di cocaina. A pronunciare quelle parole, secondo le intercettazioni finite nell’inchiesta, sarebbe stato uno dei poliziotti del commissariato di Anzio arrestati l’8 settembre dalla Sisco di Roma.
Una storia nella quale si incrociano agenti di polizia, narcotrafficanti, informatori, enormi partite di droga e alcuni nomi già comparsi nelle inchieste sulla criminalità romana. Sullo sfondo torna anche Fabrizio Piscitelli, “Diabolik”, il capo ultras della Lazio ucciso al Parco degli Acquedotti nel 2019.
Al centro dell’indagine ci sono cinque poliziotti del commissariato di Anzio, accusati di avere costruito rapporti con bande criminali e spacciatori della zona. Tra loro figurano il sovrintendente Antonio Pucci, soprannominato “Tarzan”, e l’assistente capo Alessandro Fortunato, detto “er Cinghiale”.
«Er Tarzan» ed «er Cinghiale»: le intercettazioni sull’auto della polizia
A raccontare una parte dei rapporti contestati agli agenti sono le conversazioni registrate all’interno della Jeep Renegade di servizio. Nei dialoghi compaiono Pucci, Fortunato e soprattutto Simone Salvatore, narcotrafficante che i poliziotti utilizzavano come informatore.
Salvatore aveva frequentazioni di tutt’altro che secondarie. Nel 2022 aveva raccontato di avere movimentato quantità enormi di stupefacenti, tra 75 e 150 chili di cocaina e oltre 300 chili di hashish alla settimana, ed era entrato e poi uscito da un programma di protezione.
Aveva inoltre avuto rapporti con Piscitelli e con la batteria albanese di Ponte Milvio legata ai nomi di Elvis Demce, Orial Kolaj e Arben Zogu.
Proprio Salvatore diventa il personaggio chiave di quanto accade il 25 maggio 2025.
Il carico da 50 chili di cocaina e l’affare da un milione
Quel giorno Salvatore custodisce 50 chili di cocaina nel suo rimessaggio per barche in via Campo Cerreto, a Nettuno. Gli agenti sanno del carico e conoscono anche i dettagli della compravendita che dovrebbe avvenire tra i fornitori albanesi e alcuni acquirenti pugliesi in arrivo da Fiano Romano.
Un affare gigantesco.
Salvatore aggiorna direttamente Fortunato: «Io so’ rientrato a casa adesso, abbiamo mandato l’indirizzo e stiamo aspettando che ci mandano il messaggio con l’orario: appena so ti aggiorno subito».
Ma il narcotrafficante vuole anche proteggersi. Chiede che gli eventuali arresti non avvengano nella zona di Nettuno, perché un intervento della polizia vicino al luogo della compravendita potrebbe trasformarlo immediatamente nel sospettato numero uno agli occhi dell’organizzazione.
Ed è a quel punto che arriva la frase intercettata: «Butta sti cosi da qualche parte che li andiamo a recuperare. Va bene pure a carico di ignoti».
La risposta di Salvatore spiega quanto valga quella montagna di polvere bianca: «Come faccio, abbiamo fatto da garanzia, dovrei coprire un milione di euro».
I rapporti con la galassia criminale di Diabolik
Il nome di Simone Salvatore porta l’inchiesta direttamente dentro alcuni degli ambienti più pesanti del narcotraffico romano. L’uomo aveva raccontato i propri rapporti con Diabolik e aveva frequentato esponenti della batteria albanese che per anni aveva gestito importanti traffici di droga nella Capitale.
Eppure proprio un personaggio con quel curriculum criminale era diventato una fonte dei poliziotti di Anzio.
Il rapporto tra informatore e investigatori, secondo l’accusa, avrebbe però oltrepassato il confine della normale gestione confidenziale. Gli agenti avrebbero trattato con Salvatore modalità, luoghi e tempi degli interventi, cercando contemporaneamente di proteggerne il ruolo all’interno dell’organizzazione criminale.
Il capo della sezione investigativa Mauro Matalone, secondo la ricostruzione contenuta negli atti, avrebbe invece respinto la richiesta di evitare gli arresti nella zona di Nettuno.
I 25 chili spariti e l’arresto pilotato finito con un morto
La vicenda prende poi una piega ancora più drammatica. Nel corso di quelle operazioni 25 chili di cocaina sfuggono al controllo e quello che gli investigatori descrivono come un arresto pilotato finisce con la morte del trafficante albanese Arberi Sinomati, 38 anni.
È uno dei passaggi più pesanti dell’intera inchiesta, perché mostra quali conseguenze avrebbe prodotto il sistema di rapporti costruito attorno all’informatore e alla partita di droga.
Le indagini finiscono così per rovesciare completamente i ruoli. Gli uomini che avrebbero dovuto dare la caccia ai narcotrafficanti diventano a loro volta oggetto delle investigazioni.
L’8 settembre arriva il punto di rottura: cinque poliziotti del commissariato di Anzio finiscono arrestati.
E nelle carte restano quelle conversazioni che raccontano dall’interno il rapporto tra uomini dello Stato e protagonisti del narcotraffico romano: «Er Tarzan», «er Cinghiale», un informatore con legami nella galassia di Diabolik e 50 chili di cocaina da un milione di euro attorno ai quali si muove una storia che ha finito per travolgere un intero gruppo investigativo.







