Arbitri, l’inchiesta si allarga: nuove partite nel mirino, spese e “bussate” al Var per ricostruire il sistema Rocchi

Gianluca Rocchi- Ipa

L’inchiesta sugli arbitraggi orientati al Var non si ferma, anzi, si allarga seguendo una traccia precisa: quella delle partite non ancora finite negli atti ufficiali, ma già indicate in una denuncia interna che oggi torna a pesare.

Il fascicolo aperto dalla Procura di Milano, che vede coinvolti l’ex designatore arbitrale Gianluca Rocchi e il supervisore Var Andrea Gervasoni, potrebbe presto arricchirsi di nuovi capitoli. A suggerirlo sono una serie di elementi emersi nelle ultime ore: dalla lettera-denuncia dell’ex guardalinee Domenico Rocca ai controlli su spese e rimborsi degli arbitri, fino alle testimonianze raccolte dagli inquirenti.

Inchiesta arbitri e Var: nuove partite nel mirino della Procura

Il primo punto chiave è proprio la lettera inviata da Domenico Rocca il 22 maggio 2025 alla Commissione arbitrale nazionale. Un documento lungo e articolato, in cui l’ex assistente arbitrale denunciava presunte anomalie nel sistema delle designazioni e negli interventi in sala Var.

In quella segnalazione si faceva riferimento a partite diverse da quelle oggi contestate a Rocchi negli inviti a comparire. Un dettaglio non secondario, perché apre la strada a un allargamento dell’indagine. Tra i match citati compare anche Inter-Roma, indicata come esempio di mancato intervento su un rigore ritenuto evidente.

Rocca, in quella lettera poi archiviata dalla giustizia sportiva ma non dalla magistratura ordinaria, parlava chiaramente di una casistica più ampia: “Ne potrei raccontare tantissime”, scriveva, evocando episodi anche più gravi.

Lissone sotto la lente: chi entrava nella sala Var

Il cuore dell’indagine resta però Lissone, sede della sala Var. È lì che la Procura sta concentrando gran parte degli accertamenti. La polizia giudiziaria, su delega del pm Maurizio Ascione, ha acquisito documenti su spese, trasferte e rimborsi degli arbitri e degli addetti al Var.

L’obiettivo è ricostruire con precisione chi frequentava la struttura e quando. Un lavoro che punta a verificare se le cosiddette “bussate” – ovvero le presunte incursioni per orientare le decisioni arbitrali – fossero episodi isolati o una prassi più diffusa.

Non solo. Tra i testimoni ascoltati figura anche il tassista che accompagnava gli arbitri a Lissone. Un dettaglio che restituisce la dimensione concreta dell’indagine: ogni spostamento, ogni presenza, ogni accesso alla sala Var viene ricostruito per capire se e come siano avvenute interferenze.

Dopo la denuncia cambia tutto

La denuncia di Rocca ha avuto effetti immediati anche sul piano interno. L’allora presidente dell’Aia, Antonio Zappi, trasmise la segnalazione alla Procura federale della Figc, che intervenne modificando le regole.

Da quel momento, chiunque entrasse a Lissone era obbligato a redigere una relazione dettagliata sulle attività svolte. Una misura che di fatto ha azzerato le presenze del team del designatore nella sala Var. Parallelamente, la Figc ha iniziato a inviare ispettori per controllare direttamente ciò che accadeva nella struttura.

Il risultato è stato un cambio netto: meno accessi, più controlli, rapporti interni sempre più tesi. E un sistema che, almeno formalmente, ha cercato di chiudere ogni spazio a possibili interferenze.

Minelli e il nodo delle “bussate”: cosa sapeva l’ambiente

A rafforzare il quadro investigativo arrivano anche le parole di Daniele Minelli, ex arbitro ritiratosi nel luglio 2025. Le sue dichiarazioni sono destinate a pesare perché arrivano da chi ha vissuto direttamente quel sistema.

“Le ‘bussate’? Nell’ambiente se ne parlava e si sapeva che il protocollo non lo permetteva”, spiega. Un’affermazione che, senza essere una prova diretta, indica la presenza di una consapevolezza diffusa.

Minelli lega anche questo tema alla gestione delle carriere arbitrali. Le valutazioni ricevute nelle partite incidono sulla graduatoria interna, da cui dipende la permanenza o meno nel sistema. In questo contesto, ogni intervento può avere conseguenze concrete sulla carriera di un arbitro.

Il mistero degli “altri” indagati

Resta infine il punto più oscuro: quello degli “altri” indagati. Negli atti si parla di concorso con più persone, ma senza indicarne l’identità. Un vuoto che pesa, perché la frode sportiva, per definizione, coinvolge almeno due soggetti.

Chi sono? Dirigenti, arbitri, intermediari? Al momento non è dato saperlo. Ed è anche per questo che Rocchi starebbe valutando la possibilità di non presentarsi all’interrogatorio fissato in Procura. La domanda resta sospesa: chi avrebbe beneficiato di un eventuale sistema di interventi al Var? E soprattutto, fino a che punto si spingeva questo meccanismo?

L’inchiesta è solo all’inizio. Ma una cosa è chiara: il calcio italiano è entrato in una fase in cui non si discutono più soltanto errori arbitrali, ma il funzionamento stesso del sistema che li dovrebbe evitare.