Nel caso Garlasco c’è una voce che per anni è rimasta sullo sfondo, schiacciata dal processo, dalla condanna definitiva, dai sospetti, dalle telecamere e da un dolore impossibile da raccontare senza essere travolti. È quella di Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, il giovane condannato a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi e oggi al centro di una possibile rilettura investigativa dopo la riapertura del caso e l’iscrizione di Andrea Sempio nel registro degli indagati. In un’intervista a Repubblica, Ligabò dice di vivere questa nuova fase «con trepidazione», in attesa di «riuscire a venire fuori da questa storia». Ma soprattutto dice una cosa che pesa: «A questo punto, certo che ci credo».
La fiducia nella nuova Procura di Pavia
La madre di Alberto Stasi racconta di aver ritrovato fiducia negli investigatori dopo anni durissimi. «Dopo la condanna del 2014 la fiducia nella giustizia è venuta a traballare, ma questa Procura ha lavorato in modo eccellente», afferma. Sono parole forti, perché arrivano da una donna che dal 2007 sostiene l’innocenza del figlio e che ha visto la vicenda giudiziaria chiudersi con una sentenza definitiva. Per lei, però, quella chiusura non ha mai coinciso con la verità. «Spero fin dal 2007. Non potevo accettare quello che stava succedendo ad Alberto», dice, dando voce a una speranza rimasta accesa anche negli anni in cui il caso sembrava ormai consegnato alla storia giudiziaria.
Il riferimento è alla nuova inchiesta della Procura di Pavia su Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi e oggi al centro degli approfondimenti investigativi. Ligabò parla di «elementi forti» e non nasconde di credere che questa volta si possa arrivare a una verità diversa da quella processuale che ha portato alla condanna del figlio. È una posizione naturalmente di parte, quella di una madre, ma dentro il caso Garlasco ogni parola pronunciata dai familiari diventa immediatamente parte del dibattito pubblico.
«Ci vorrebbe più silenzio»
Ligabò parla anche del clamore mediatico che da mesi accompagna la nuova fase del caso. «Ci vorrebbe più silenzio, questo rumore è una cosa mai vista», dice. Una frase che fotografa bene il paradosso di Garlasco: un delitto vecchio di quasi vent’anni che continua a occupare televisioni, giornali, social, talk show, consulenze in diretta e processi paralleli davanti all’opinione pubblica. La madre di Stasi racconta di non avere social e di guardare poca televisione, ma di aver comunque percepito un cambiamento nel modo in cui molte persone guardano oggi suo figlio.
«Ho trovato molta solidarietà nelle piccole cose di tutti i giorni», racconta. E aggiunge che questi gesti aiutano ad andare avanti. È uno dei passaggi più umani dell’intervista, perché mostra la dimensione privata di una vicenda diventata enorme. Per anni il cognome Stasi è stato associato alla condanna per l’omicidio di Chiara Poggi. Ora, con la riapertura delle indagini, una parte dell’opinione pubblica sembra guardare al caso con occhi diversi. Ma Ligabò non chiede clamore: chiede silenzio, prudenza, tempo.
Gli avvocati e il legame con Giada Bocellari
La madre di Alberto Stasi difende anche il lavoro degli avvocati del figlio, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, finiti più volte al centro di polemiche e attacchi. «Non so che farmene», dice riferendosi ai veleni ricevuti in questi anni. Poi aggiunge una frase che racconta la lunga battaglia vissuta al fianco dei legali: «Una madre fa di tutto perché emerga la verità su suo figlio». Per Ligabò, gli avvocati sono diventati quasi una seconda famiglia. «Per noi sono diventati quasi parenti», spiega.
Il riferimento più affettuoso è per Giada Bocellari, alla quale dice di dovere «tanta gratitudine». Poi aggiunge: «Le voglio un mondo di bene, è quasi una figlia per me». È un passaggio che racconta quanto il processo Garlasco, per chi lo ha vissuto dall’interno, non sia stato soltanto una vicenda giudiziaria, ma una lunga convivenza con carte, udienze, accuse, attese, delusioni e nuove speranze. Il rapporto con i difensori diventa così parte della resistenza familiare.
Chiara Poggi e il messaggio all’assassino
Ligabò parla anche di Chiara Poggi. Dice che la ragazza «è sempre nei miei pensieri e nelle mie preghiere». Non aggiunge altro alla famiglia della vittima, alla quale dice di non avere nulla da dire. È una scelta misurata, forse anche dolorosa, in una vicenda in cui le due famiglie restano divise da una verità processuale e da una nuova inchiesta che potrebbe riaprire ogni cosa.
Poi arriva la frase più dura. Se Alberto Stasi non ha ucciso Chiara, allora da diciannove anni l’assassino vive libero. Ligabò dice di non essere abituata ad augurare il male a nessuno, ma aggiunge: «Mi auguro che non abbia passato bene» questi anni, «se ha una coscienza». È una frase comprensibile solo dentro l’abisso di una madre che ha visto il figlio condannato e che continua a credere nella sua innocenza. Non è una sentenza, non è una prova, non è un atto giudiziario. È il pensiero di chi attende da quasi vent’anni che la storia venga riscritta.
La promessa davanti alla tomba di Chiara
Il passaggio finale è forse il più simbolico. Ligabò racconta che la prima cosa che farà insieme ad Alberto, quando lui tornerà a casa, sarà andare al cimitero, alla tomba di Chiara Poggi. È un’immagine forte, destinata a dividere, ma impossibile da ignorare. Per la famiglia Poggi, Alberto Stasi resta l’uomo condannato per l’omicidio della figlia. Per la madre di Stasi, invece, è un figlio da riabilitare dopo diciannove anni di dolore e battaglie.
Il caso Garlasco resta così sospeso tra due piani che non coincidono: la verità processuale già scritta e la nuova indagine che potrebbe rimettere in discussione alcuni punti della ricostruzione. Elisabetta Ligabò guarda a questa nuova fase con fiducia e parla di «elementi forti» su Andrea Sempio. Ma la strada è ancora lunga, perché saranno gli atti, le consulenze e le decisioni dei magistrati a stabilire se quelle speranze diventeranno qualcosa di più di una madre che, dal 2007, ripete di credere nell’innocenza del figlio.







