Garlasco, esplode il mistero del brik di Estathé: «Quello nel cestino non arriva dalla confezione nel frigo»

Garlasco, il giallo dell’Estathè

Un brik di Estathé, un logo che compare su alcune confezioni ma non su quella finita nella pattumiera e un lotto di produzione che sembrerebbe raccontare una storia completamente diversa. Nel delitto di Garlasco scoppia un nuovo giallo, minuscolo soltanto nelle dimensioni dell’oggetto che lo ha acceso. A sollevarlo è lo scrittore e regista Luigi Grimaldi, da anni impegnato nello studio del caso, che ha confrontato le immagini dei succhi conservati nel frigorifero di casa Poggi con quelle del brik trovato nel cestino e successivamente analizzato. La conclusione alla quale arriva non ha nulla di marginale: quella confezione non sembrerebbe provenire dallo stesso gruppo di Estathé custodito nel frigorifero.

Il dettaglio rischia di riaprire una delle scene più discusse dell’intera vicenda: la presunta colazione consumata da Chiara Poggi e Alberto Stasi nella mattina del 13 agosto 2007, prima dell’omicidio. La ricostruzione accusatoria ha attribuito per anni un ruolo importante ai rifiuti trovati nella villetta, compreso il brik sulla cui cannuccia gli esami individuarono il Dna di Stasi. Ma se quella confezione non apparteneva al lotto presente in frigorifero, da dove arrivava? Chi la portò in casa? Quando venne consumata? E perché nel cestino non comparivano i resti delle altre due confezioni mancanti dalla confezione multipla?

Il logo del Giro d’Italia che cambia la storia del brik

Grimaldi parte da un elemento visibile nelle immagini mostrate durante la trasmissione Quarto Grado. Sulle confezioni di Estathé conservate nel frigorifero compare, accanto al codice a barre, un logo promozionale legato al Giro d’Italia. Quella campagna apparteneva al periodo della corsa rosa del 2007. Il brik trovato nella pattumiera, invece, non mostra lo stesso simbolo e, secondo l’analisi dello scrittore, apparterrebbe a un lotto prodotto nel giugno di quell’anno, dopo la conclusione del Giro.

La differenza potrebbe escludere che il brik del cestino provenisse dalla confezione multipla conservata nel frigorifero. Non si tratterebbe dunque di uno dei succhi acquistati insieme agli altri e poi bevuto nella villetta, ma di una confezione arrivata da un’altra partita. Un particolare che apre una serie di domande difficili da ignorare, soprattutto perché la pattumiera ha rappresentato uno dei punti utilizzati per ricostruire i movimenti e le abitudini delle ore precedenti al delitto.

Il mistero si complica ulteriormente osservando ciò che manca. Nel frigorifero risultavano assenti due brik rispetto alla confezione originaria, ma nel cestino non comparivano i resti di due succhi riconducibili a quel lotto. C’era invece una confezione apparentemente diversa. Se l’osservazione trovasse conferma tecnica, la scena della colazione perderebbe una parte importante della propria linearità.

Il Dna di Stasi sulla cannuccia, ma il nodo della saliva resta aperto

Sulla cannuccia del brik gli esami individuarono il Dna di Alberto Stasi, un dato entrato più volte nella narrazione del caso. Grimaldi richiama però un altro elemento: gli accertamenti non avrebbero identificato in maniera certa una traccia di saliva. Il Dna, quindi, non chiarirebbe automaticamente né come né quando Stasi entrò in contatto con quella cannuccia.

Il punto non cancella il dato genetico, ma ne limita la capacità di raccontare da solo ciò che accadde. Una traccia può trasferirsi attraverso il contatto diretto, la manipolazione o altri passaggi che richiedono sempre una valutazione complessiva. Senza una collocazione temporale e senza una ricostruzione certa della provenienza del brik, quella cannuccia rischia di porre più domande di quante riesca a risolverne.

Il nuovo mistero non dimostra che qualcuno abbia collocato il brik nel cestino dopo l’omicidio e non prova una manipolazione volontaria. Mostra però una possibile incoerenza tra i prodotti conservati nel frigorifero e il rifiuto analizzato, proprio nel punto in cui l’indagine cercava elementi capaci di ricostruire la mattina della vittima.

Il Fruttolo che Chiara non avrebbe mangiato

Accanto al brik di Estathé, nella pattumiera compariva anche una confezione di Fruttolo. Anche questo elemento alimenta da anni interrogativi. Chiara Poggi soffriva di intolleranza ai derivati del latte e la perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo avrebbe escluso che avesse consumato quel prodotto nella mattina del delitto. Se non lo mangiò Chiara, resta da capire chi lo consumò e quando.

La combinazione tra il Fruttolo e l’Estathé ha sostenuto l’ipotesi di una colazione condivisa, ma i nuovi dubbi indeboliscono la compattezza di quel quadro. Il brik potrebbe provenire da un lotto diverso, il vasetto non risulterebbe ingerito dalla vittima e i rifiuti mancanti non corrisponderebbero alle confezioni assenti dal frigorifero. Quella che sembrava una sequenza semplice comincia così ad assomigliare a un mosaico costruito con tessere che non combaciano perfettamente.

Il dettaglio pesa anche sulla nuova inchiesta che coinvolge Andrea Sempio. Chiara non avrebbe avuto con l’amico del fratello un rapporto di confidenza tale da rendere naturale una colazione insieme. Ma proprio per questo la provenienza degli alimenti e l’identità di chi li consumò diventano ancora più importanti. Se la pattumiera non fotografa davvero la mattina dell’omicidio, uno dei pochi frammenti apparentemente concreti di quelle ore perde forza.

La pattumiera analizzata otto mesi dopo

Il problema più grave riguarda la gestione dei rifiuti. Gli investigatori concentrarono l’attenzione sulla pattumiera soltanto otto mesi dopo la morte di Chiara. Nel frattempo, già alla fine del 2007, alcune fotografie realizzate dai consulenti della difesa di Stasi avrebbero mostrato spostamenti o rimaneggiamenti del contenuto. Non significa necessariamente che qualcuno alterò volontariamente le prove, ma indica che la scena non rimase immobile e perfettamente conservata.

Quando un reperto passa attraverso spostamenti, aperture e manipolazioni non documentate con precisione, la sua capacità di raccontare il momento del delitto diminuisce. Ogni confezione dovrebbe conservare una provenienza certa, una posizione chiara e una catena di custodia verificabile. Nel caso del cestino di casa Poggi, proprio questi elementi continuano a produrre interrogativi.

Il brik di Estathé diventa così il simbolo di un problema più ampio. Non basta trovare un oggetto e associarlo a una persona attraverso una traccia genetica: occorre sapere quando arrivò in casa, chi lo utilizzò, come finì nella pattumiera e se rimase intatto fino agli accertamenti. Senza queste risposte, il reperto conserva un valore, ma perde la forza di una prova capace di chiudere ogni discussione.

Un piccolo cartone che può riaprire grandi domande

L’osservazione di Luigi Grimaldi non riscrive da sola il delitto di Garlasco e non cancella le sentenze già pronunciate. Apre però un nuovo fronte in un caso nel quale ogni oggetto, ogni fotografia e ogni dettaglio continuano a produrre letture diverse a quasi vent’anni dall’omicidio. Se il brik trovato nel cestino apparteneva davvero a un lotto differente da quello conservato nel frigorifero, gli inquirenti dovranno spiegare la sua provenienza e il ruolo che ebbe nella ricostruzione della mattina del 13 agosto.

La domanda, alla fine, resta semplice e potentissima: da dove arrivava quell’Estathé? Perché non coincideva con gli altri? E chi lo bevve davvero? Nel delitto di Garlasco anche un piccolo brik può diventare una voragine capace di inghiottire certezze costruite per anni.