La Francia ha deciso che la protezione dei bambini vale più degli interessi delle piattaforme digitali. L’Italia, invece, continua a discuterne. Parigi ha approvato il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni e ha affidato direttamente alle aziende tecnologiche l’obbligo di verificare l’età degli utenti. Roma dispone di almeno tre proposte di legge, ministri favorevoli, dichiarazioni solenni e anni di dibattito, ma non ha ancora trasformato nulla in una norma efficace. Nel frattempo milioni di ragazzi continuano ad aprire profili mentendo sulla data di nascita, esponendosi fin da bambini a contenuti violenti, pornografia, cyberbullismo, dipendenza dagli algoritmi e modelli di comportamento costruiti per trattenerli davanti allo schermo il più a lungo possibile.
La legge francese entrerà in vigore dal prossimo anno scolastico e renderà la Francia il primo Paese dell’Unione europea a imporre una soglia così netta. Il Parlamento ha approvato il provvedimento con una maggioranza larghissima: 243 voti favorevoli e appena due contrari al Senato, 279 sì e 81 no all’Assemblée Nationale. Emmanuel Macron ha parlato di un «grande progresso» e ha rivendicato il ruolo di apripista europeo nella protezione dei bambini e degli adolescenti. A differenza delle tante campagne di sensibilizzazione che affidano tutto alla buona volontà delle famiglie, Parigi ha scelto una regola semplice: sotto i 15 anni niente social, e la responsabilità di impedire l’accesso ricade sulle piattaforme.
Dal 1° settembre scatterà il blocco dei nuovi account
La Francia applicherà il divieto in due fasi. Dal 1° settembre 2026 nessun minore di 15 anni potrà aprire un nuovo account. Dal 1° gennaio 2027 la misura raggiungerà anche i profili già esistenti. Nel periodo intermedio, gli utenti dovranno dimostrare la propria età e le piattaforme dovranno chiudere gli account riconducibili agli under 15. Il governo non ha imposto un solo strumento tecnologico, ma ha obbligato i social network a individuare sistemi realmente efficaci, superando il vecchio meccanismo della semplice autocertificazione che oggi permette a qualunque bambino di dichiararsi maggiorenne con un clic.
Il ministro francese del Digitale Anne Le Hénanff ha chiarito che non saranno più le famiglie a dover inseguire i figli tra profili nascosti, telefoni secondari e date di nascita inventate. «Diamo la responsabilità ai social network», ha spiegato, ricordando che la Francia utilizza già sistemi di controllo dell’età per limitare l’accesso ai siti pornografici. Tra gli strumenti possibili figurano servizi pubblici come France Identité e piattaforme certificate come Docaposte, capaci di attestare l’età senza necessariamente comunicare al social tutti i dati anagrafici dell’utente.
La riforma francese interviene anche sull’uso degli smartphone a scuola, estendendo il divieto dei telefoni cellulari agli istituti superiori. Il messaggio politico appare evidente: non basta limitare le piattaforme, occorre spezzare anche il legame continuo tra adolescenti, notifiche e schermi durante le ore dedicate allo studio. La Francia non elimina internet dalla vita dei ragazzi, ma prova a fissare un confine prima che le piattaforme trasformino l’attenzione dei minori in una merce da vendere agli inserzionisti.
In Italia un quattordicenne può iscriversi da solo
In Italia, invece, la normativa consente l’iscrizione autonoma ai social a partire dai 14 anni. Sotto quella soglia occorre il consenso dei genitori, ma nella maggior parte dei casi le piattaforme si limitano a chiedere una data di nascita. Nessun documento, nessuna verifica reale, nessun ostacolo che un bambino non possa superare in pochi secondi. Il sistema tutela formalmente i minori, ma nella pratica consegna loro le chiavi di piattaforme progettate per generare dipendenza e profilare gusti, fragilità e comportamenti.
Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha definito «fondamentale» un divieto, ma il sostegno politico non ha ancora prodotto una legge. Il Parlamento continua a discutere mentre i numeri sull’uso precoce degli smartphone crescono e le famiglie affrontano da sole problemi che superano ormai la dimensione domestica. Un genitore può vietare TikTok o Instagram, ma fatica a controllare ciò che accade sui telefoni degli amici, sui dispositivi scolastici o attraverso account aperti di nascosto.
L’Italia si trova così in una posizione paradossale. Da una parte riconosce pubblicamente i danni legati all’uso precoce dei social, dall’altra mantiene un sistema che delega il controllo proprio alle piattaforme interessate ad avere più utenti possibile. La politica annuncia strette, commissioni e osservatori, ma non scioglie il nodo fondamentale: come verificare l’età senza costruire un gigantesco archivio di dati personali.
Tre proposte di legge, nessuna arrivata al traguardo
Il disegno di legge con l’iter più avanzato porta le firme di Lavinia Mennuni e Marianna Madia. Il Ddl 1136 vieta l’accesso ai social ai minori di 15 anni e obbliga le piattaforme a introdurre sistemi di verifica dell’età. Dopo un’accelerazione nel 2025, il testo si è però fermato. La proposta unisce esponenti di maggioranza e opposizione e dimostra che il tema potrebbe superare le divisioni politiche, ma nemmeno questo accordo trasversale è bastato a trasformare il progetto in legge.
Mara Carfagna ha presentato il Ddl 2861, che sceglie un modello differente. Il testo introduce un divieto assoluto per gli under 13 e un regime protetto dai 13 ai 16 anni, con parental control obbligatorio e verifiche dell’identità. La proposta non chiude completamente i social agli adolescenti, ma prova a creare un accesso graduale e sorvegliato, affidando alle famiglie un ruolo centrale.
Il Ddl 2777, firmato da Giorgia Latini, propone invece il divieto per gli under 15 e richiede il consenso dei genitori tra i 15 e i 18 anni. Il testo aggiunge programmi di educazione digitale nelle scuole e istituisce un Osservatorio nazionale sull’impatto dei social sui minori. Tre proposte diverse, dunque, ma accomunate dallo stesso destino: restano incagliate nel percorso parlamentare mentre la Francia ha già fissato date, obblighi e modalità di applicazione.
Il grande alibi della privacy
Il principale ostacolo riguarda la verifica dell’età. Per impedire davvero a un bambino di aprire un profilo non basta chiedergli quanti anni abbia: occorre controllare un documento, utilizzare un’identità digitale oppure affidarsi a un soggetto terzo che certifichi soltanto il superamento della soglia anagrafica. Ogni soluzione apre però interrogativi sulla privacy, sulla conservazione dei dati e sul rischio che le piattaforme raccolgano informazioni ancora più sensibili sugli utenti.
Le proposte italiane affidano ad Agcom il compito di vigilare e sanzionare i social che non rispettano le regole, ma il Parlamento non ha ancora trovato un equilibrio condiviso tra efficacia dei controlli e tutela dei dati personali. La stessa difficoltà ha rallentato l’introduzione della verifica dell’età per accedere ai siti pornografici, tra ricorsi, problemi tecnici e timori legati alla profilazione degli utenti.
La privacy rappresenta un problema reale, ma rischia di trasformarsi nell’alibi perfetto per non decidere. Oggi i social raccolgono già enormi quantità di dati sui minori, dai video guardati agli orari di connessione, dalle ricerche alle relazioni personali. Il paradosso è evidente: lo Stato teme di introdurre un sistema che verifichi soltanto l’età, mentre permette alle piattaforme di conoscere quasi ogni dettaglio della vita digitale di un adolescente.
Dall’Australia alla Malesia, il mondo sceglie la linea dura
La Francia non è il primo Paese al mondo ad adottare un divieto. L’Australia ha vietato i social agli under 16 dal 10 dicembre 2025, costringendo le piattaforme a bloccare i profili dei minori e introducendo sanzioni per chi non rispetta le regole. Dal 1° giugno 2026 anche la Malesia ha avviato una stretta analoga. La Spagna prepara un progetto di legge per vietare l’accesso ai minori di 16 anni, mentre Danimarca e Norvegia lavorano a provvedimenti simili.
Anche Regno Unito, Canada e Grecia discutono misure più severe. Il confronto internazionale mostra una tendenza precisa: sempre più governi considerano insufficiente il solo consenso dei genitori e chiedono alle piattaforme di assumersi una responsabilità diretta. La vecchia idea secondo cui internet sarebbe uno spazio neutrale, nel quale ogni famiglia deve semplicemente imparare a orientarsi, perde terreno davanti a sistemi costruiti per catturare l’attenzione, suggerire contenuti estremi e mantenere gli utenti connessi.
L’Italia deve decidere da che parte stare
Vietare i social ai minori di 15 anni non risolverà tutti i problemi. I ragazzi più determinati cercheranno sistemi per aggirare i controlli, alcune famiglie contesteranno un’ingerenza eccessiva dello Stato e le piattaforme proveranno a limitare i costi delle verifiche. Ma una legge fisserebbe almeno un principio: la protezione dei minori non può dipendere esclusivamente dall’abilità tecnologica dei genitori o dalla correttezza commerciale delle multinazionali.
La Francia ha scelto di correre il rischio di una norma imperfetta pur di intervenire. L’Italia preferisce continuare a cercare una soluzione perfetta e, nel frattempo, lascia tutto com’è. Ogni mese di ritardo significa nuovi bambini che aprono account, nuovi dati raccolti, nuove ore trascorse davanti agli algoritmi e nuove famiglie costrette a combattere da sole una battaglia impari.
Parigi ha fissato una data: 1° settembre 2026. Roma possiede tre disegni di legge, ma non sa ancora quando riuscirà ad approvarne uno. La domanda, dunque, non riguarda più soltanto l’efficacia di un divieto. Riguarda il tempo che l’Italia intende ancora perdere prima di decidere che l’infanzia vale più di un profilo social.







