Nel nuovo fascicolo sul delitto di Garlasco la Procura di Pavia e i carabinieri di Milano hanno provato a riaprire ogni porta rimasta socchiusa. Non una sola pista, almeno all’inizio, ma tutte le ipotesi possibili: Alberto Stasi con il concorso di altri soggetti, due persone mai identificate, oppure una contaminazione del Dna trovato sulle unghie di Chiara Poggi. Il punto di partenza, fin dalla prima informativa del 31 gennaio 2025, resta proprio quello: il materiale genetico sotto le unghie della vittima, il dato che ha rimesso in movimento uno dei casi di cronaca nera più discussi degli ultimi vent’anni.
Gli investigatori hanno tentato anche strade difficili, alcune rimaste senza esito. Le rogatorie negli Stati Uniti, per ottenere da Meta i dati del vecchio profilo Facebook di Andrea Sempio e da Amazon i titoli dei libri acquistati, non hanno prodotto risultati per motivi di privacy. Sono stati cercati anche dati satellitari su Garlasco per ricostruire meglio i movimenti del 13 agosto 2007, ma quel materiale non era più recuperabile. A quel punto gli inquirenti hanno utilizzato anche Google Maps per valutare il presunto passaggio pomeridiano di Giuseppe e Andrea Sempio in via Pascoli, ritenuto dagli investigatori «palesemente inverosimile».
Il Dna sulle unghie di Chiara Poggi
Il primo nodo resta il Dna. Secondo la nuova indagine, il materiale genetico trovato sulle unghie di Chiara Poggi avrebbe rappresentato la “genesi” del fascicolo. Da lì gli inquirenti hanno elaborato tre possibilità: un’azione di Stasi con altri due soggetti, un omicidio compiuto da due persone mai identificate oppure una contaminazione. Ma il tempo trascorso, quasi diciotto anni, ha reso tutto più difficile.
Per questo la Procura ha puntato sulle intercettazioni, considerate negli atti «unico strumento utile ed idoneo per l’acquisizione delle necessarie fonti probatorie». Non solo nei confronti di Andrea Sempio, ma anche attorno alle persone che potevano fornire elementi sul contesto: familiari, amici, conoscenti, componenti della famiglia Cappa e persone vicine a Chiara. L’obiettivo dichiarato non era cercare responsabilità a caso, ma raccogliere «commenti utili sulla frequentazione della loro abitazione» e su aspetti della vita privata della vittima che, all’epoca, non sarebbero stati completamente approfonditi.
Le frasi di Sempio dopo gli avvisi
Secondo gli atti, Andrea Sempio avrebbe fornito da subito elementi ritenuti interessanti dagli investigatori. Dopo avere ricevuto gli avvisi, avrebbe pronunciato frasi considerate allusive: «Eri lì tre giorni prima… dna in casa certo che c’è. Ok, mi fanno il tampone, mi prendono le cose, ok… ora… trovano di sicuro qualcosa, una mia impronta in casa ci sarà».
La Procura legge questi passaggi come segnali di preoccupazione e come tentativi di anticipare possibili contestazioni. Sempio, in un altro momento, avrebbe annunciato a voce alta la sua contrarietà al prelievo genetico, salvo poi ammettere, davanti all’invito coatto: «Sono un po’ preoccupatino». Sono frasi che, prese da sole, non bastano a provare nulla. Ma nella lettura investigativa acquistano peso se affiancate al Dna, all’impronta 33, ai verbali degli amici e ai soliloqui registrati in auto nel 2017.
L’appunto gettato e il caso Nuzzi
Nel primo pedinamento, gli investigatori avevano registrato anche un comportamento giudicato ambiguo: Sempio avrebbe gettato un biglietto con parole apparentemente attinenti al delitto di Garlasco. Quel dettaglio, inizialmente valorizzato dagli inquirenti, ha però trovato una possibile spiegazione diversa. Il giornalista Gianluigi Nuzzi ha ricondotto l’appunto, con alcuni riscontri, a indicazioni legate al capitolo Garlasco del suo spettacolo teatrale.
È un esempio importante perché mostra come la nuova indagine abbia dovuto distinguere continuamente tra suggestioni e elementi realmente utili. Alcuni dettagli sono rimasti rumore di fondo. Altri, invece, sono stati inseriti nel quadro accusatorio.
Gli amici e il dubbio sull’“è mio amico quindi non può essere stato lui”
Anche le intercettazioni e i dialoghi degli amici dell’epoca entrano nel fascicolo. Fra’ Alessandro Biasibetti scherza con Mattia Capra chiedendo: «Hai tenuto lo scontrino, qualcosa?». Capra, però, pochi giorni dopo riflette in modo più serio: «C’è l’errore di pensare: è mio amico quindi non può esser stato lui. Non è da fare».
È una frase che gli investigatori considerano significativa perché mostra, almeno nel loro ragionamento, il momento in cui anche l’ambiente vicino a Sempio inizia a non escludere più nulla soltanto sulla base del rapporto personale. Non è una prova, ma un tassello del clima che si muove attorno alla riapertura dell’indagine.
Le piste escluse e il rumore di fondo
Il fascicolo contiene anche molte piste battute e poi ridimensionate. Ci sono le inquietudini in casa Cappa, l’appuntamento di Daniela Ferrari nello studio milanese che fu di Vincenzo La Russa, il dragaggio del canale di Tromello pur con la consapevolezza che fosse «improbabile che un qualunque oggetto, ancorché pesante, sia ancora presente». C’è anche il timore dei pm di evitare fughe di notizie che potessero compromettere le attività investigative.
Ci sono poi le perquisizioni a casa dei parenti di Michele Bertani, amico di Andrea Sempio morto suicida nel 2016. Gli investigatori non lo consideravano coinvolto nel delitto, ma cercavano nei suoi cellulari e nei suoi diari elementi utili a «colmare quel vuoto temporale relativo alla vita di Sempio Andrea prima del 2017». Tutto questo racconta un’indagine ampia, che ha inseguito più fili prima di concentrarsi su uno solo.
L’impronta 33 e il passaggio in via Pascoli
Accanto al Dna, resta centrale l’impronta 33, che secondo le nuove consulenze sarebbe riconducibile alla mano destra di Andrea Sempio. È uno degli elementi più forti nel ragionamento della Procura, perché collegherebbe l’indagato alla scena del delitto e in particolare alla zona della scala in cui venne trovato il corpo di Chiara Poggi.
Altro punto contestato dagli inquirenti riguarda il passaggio di Andrea e Giuseppe Sempio in via Pascoli nel pomeriggio del 13 agosto 2007. La nuova ricostruzione lo considera casuale solo in apparenza e lo definisce «palesemente inverosimile». Da qui il titolo ideale della nuova lettura accusatoria: Sempio, secondo la Procura, non sarebbe finito “per caso” vicino al luogo del delitto dopo l’omicidio.
Perché Sempio resta l’unico indagato
Alla fine, secondo la ricostruzione degli atti, molte piste si sono sgonfiate e il fascicolo si è stretto attorno ad Andrea Sempio. Le rogatorie non hanno dato esito, alcune verifiche non hanno prodotto svolte, altri elementi sono rimasti suggestioni. Ma Dna, impronta 33, intercettazioni, soliloqui e valutazioni sui movimenti del 13 agosto 2007 hanno portato la Procura a mantenere un unico indagato.
La nuova inchiesta non cancella automaticamente la condanna definitiva di Alberto Stasi, che resta l’unico condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. Ma mette sul tavolo una domanda enorme: se davvero il Dna sotto le unghie, l’impronta sulla scala e alcuni passaggi intercettati indicano Andrea Sempio, quale ruolo ebbe quella mattina nella villetta di via Pascoli?
Sempio resta indagato e deve essere considerato innocente fino a eventuale sentenza definitiva. Ma la direzione della Procura appare ormai chiara: dopo avere battuto tutte le piste, gli investigatori ritengono che il fascicolo porti a lui. Solo a lui.







