«Giustissimo il garantismo nei confronti di Andrea Sempio, ma i paladini di questo garantismo forse quel giorno lì non c’erano». Antonio De Rensis riapre una delle ferite più profonde del caso Garlasco: la gogna pubblica che investì Alberto Stasi subito dopo l’omicidio di Chiara Poggi, quando le indagini muovevano ancora i primi passi e nessuno poteva conoscere la verità giudiziaria.
L’avvocato non contesta le garanzie riconosciute oggi a Sempio. Al contrario, le considera necessarie. Chiede però che magistrati, giornalisti e opinione pubblica applichino lo stesso principio a tutti, senza scegliere chi meriti prudenza e chi invece possa finire immediatamente davanti a un tribunale mediatico.
Nel 2007 l’immagine di Stasi occupò rapidamente il centro del racconto. La stampa lo ribattezzò il «biondino dagli occhi di ghiaccio» e trasformò il suo aspetto, il tono della voce e ogni reazione in altrettanti indizi. Prima ancora dei processi, una parte dell’opinione pubblica aveva già emesso la propria sentenza.
De Rensis contro la gogna subita da Alberto Stasi
De Rensis concentra la sua critica soprattutto sui primi giorni dell’inchiesta. «Io mi chiedo se lì ho visto il garantismo. Io non l’ho visto», afferma. Il legale ricorda come molte domande rivolte a Stasi contenessero già un presupposto di colpevolezza, nonostante gli investigatori avessero appena iniziato a raccogliere gli elementi.
«Ora che noi conosciamo tutto il percorso giudiziario, dieci giorni dopo l’omicidio chi poteva avere delle certezze? Nessuno», osserva. Eppure il racconto pubblico cominciò quasi subito a descrivere il fidanzato di Chiara come un giovane glaciale, incapace di manifestare il dolore nel modo che gli spettatori si aspettavano.
La giustizia ha poi seguito un percorso lungo e tormentato, attraverso assoluzioni, annullamenti e una condanna definitiva a 16 anni. De Rensis non cancella quel risultato processuale, ma distingue la sentenza pronunciata al termine dei giudizi dalla condanna pubblica maturata quando ancora mancavano risposte certe.
La telefonata al 118 e quella freddezza trasformata in indizio
Uno dei punti sui quali il difensore torna a insistere riguarda la telefonata al 118 effettuata da Stasi dopo il ritrovamento del corpo di Chiara. Le sentenze hanno descritto il giovane come «freddo e innaturalmente distaccato», assegnando alla sua reazione un significato preciso.
De Rensis contesta proprio questo criterio. «Noi oggi giustamente diciamo: non giudichiamo i soliloqui, non giudichiamo i diari, non giudichiamo le immagini», spiega riferendosi agli elementi emersi nella nuova indagine su Sempio. «Però lì c’è scritto che quella è una telefonata innaturale, come se ci fosse una codificazione delle reazioni di ragazzi di 24 anni davanti a tragedie».
Il ragionamento pone una domanda scomoda: esiste davvero un modo “naturale” e universalmente riconoscibile di reagire alla scoperta della morte della propria fidanzata? Secondo De Rensis, investigatori e giudici hanno letto il trauma di Stasi attraverso uno schema rigido, trasformando la mancanza delle emozioni attese in un elemento contrario al giovane.
Il confronto con il trattamento riservato oggi a Sempio rende la questione ancora più evidente. Se appare scorretto interpretare diari, frasi private e comportamenti isolati come prove della personalità di un indagato, lo stesso criterio dovrebbe valere anche quando si rilegge la condotta di Stasi.
«Il garantismo deve valere per tutti»
De Rensis non chiede di togliere garanzie a Sempio per compensare quanto accadde al suo assistito. Chiede una «linea uniforme» nei giudizi. «Il garantismo ci deve essere per tutti», ribadisce. Nessun indagato dovrebbe subire una condanna mediatica prima che magistrati e giudici completino il loro lavoro.
La nuova inchiesta ha modificato il clima intorno al caso Garlasco. Oggi molti commentatori sottolineano correttamente che l’iscrizione nel registro degli indagati non equivale a una condanna e che gli elementi raccolti contro Sempio richiedono verifiche. Nel 2007, secondo il legale, quasi nessuno applicò la stessa cautela ad Alberto Stasi.
Questa differenza non cambia automaticamente il verdetto definitivo, ma apre una riflessione sul modo in cui il Paese ha seguito il delitto. Il processo mediatico non aspettò quello giudiziario: selezionò un protagonista, ne interpretò lo sguardo e costruì intorno a lui un’immagine che lo avrebbe accompagnato per quasi vent’anni.
Il dolore del padre Nicola e «l’alibi cancellato»
L’avvocato ricorda anche Nicola Stasi, padre di Alberto, morto nel 2013 a 57 anni. De Rensis lo descrive come un uomo che «è crollato dopo l’annullamento dell’assoluzione» e inserisce la sua morte tra i dolori prodotti da una vicenda che ha devastato più famiglie, pur ribadendo che la tragedia più grande resta quella vissuta dai genitori e dal fratello di Chiara.
Il legale richiama una conversazione del 23 agosto 2007 tra padre e figlio. Nell’ultima parte Nicola pronuncia una frase che, secondo De Rensis, contiene «realtà, verità e naturalezza nella drammaticità del momento»: «Quando uno non ha un alibi…».
«Peccato che quell’alibi c’era, ma qualcuno lo ha cancellato», aggiunge l’avvocato, attribuendo alla frase un significato centrale nella battaglia per la revisione. Si tratta della posizione della difesa, che ora guarda alle nuove indagini su Sempio nella speranza di trovare elementi capaci di riaprire il processo.
Diciannove anni dopo l’omicidio, De Rensis non chiede soltanto un nuovo esame delle prove. Chiede anche che il caso adotti finalmente una regola uguale per tutti: nessun giudizio sulla base di uno sguardo, di una voce o di una reazione emotiva. Né per Andrea Sempio né, retroattivamente, per Alberto Stasi.







