Per capire cosa possa essere accaduto nell’appartamento di via Gulli, a Torino, nelle ore che precedono la morte di Fabio Colapietro, bisogna partire da una sostanza dal nome quasi sconosciuto: MDPHP. La chiamano «monkey dust», polvere di scimmia, ed è una droga sintetica capace di provocare forte agitazione, paranoia, alterazioni della percezione e comportamenti imprevedibili. È una delle sostanze che, secondo quanto emerso dall’inchiesta, circolavano nella casa insieme a crack, Lsd, cannabis, funghi allucinogeni e superalcolici.
Un cocktail impressionante, consumato per ore. Forse per giorni. Ed è dentro questo stato di alterazione continua che gli investigatori stanno cercando di ricostruire l’omicidio di Colapietro e ciò che avvenne subito dopo. Christian Matheus De Oliveira Morando, 26 anni, accusato di aver ucciso il 39enne, sostiene di avere enormi buchi nella memoria. Ricorda le droghe, ricorda la casa, ricorda alcuni frammenti. Ma sul momento della morte racconta un blackout.
«Non ricordo nulla»: due giorni tra crack, acidi e MDPHP
Secondo il racconto fornito agli investigatori, il gruppo avrebbe trascorso quasi due giorni consumando sostanze nell’appartamento di Nicole Formichetti, la professoressa di italiano di 47 anni coinvolta nell’inchiesta per ciò che sarebbe avvenuto dopo il delitto. La casa era diventata il teatro di un festino senza soluzione di continuità. Si fumava crack, si assumevano droghe sintetiche e allucinogeni, si bevevano superalcolici. Tra le sostanze compare proprio l’MDPHP, uno stimolante sintetico noto come «polvere di scimmia».
Il nome può sembrare quasi grottesco. Gli effetti attribuiti a questa classe di sostanze lo sono molto meno: agitazione psicomotoria, paranoia, confusione, percezioni alterate e comportamenti difficilmente controllabili. Se poi all’MDPHP si aggiungono crack, allucinogeni, alcol e la privazione del sonno, diventa ancora più difficile stabilire in quale stato si trovassero realmente le persone presenti nella casa. È questo lo scenario nel quale sarebbe maturata la morte di Colapietro.
La lite e il buco nero nella memoria
De Oliveira ha ammesso le proprie responsabilità nell’omicidio, ma continua a sostenere di non ricordare esattamente come abbia ucciso Colapietro. Secondo la sua ricostruzione, qualcuno gli avrebbe detto che il 39enne gli aveva sottratto del denaro. Da lì sarebbe nata una lite. Poi il buio.
«Non mi ricordo nulla, non so come sia successo», avrebbe raccontato il 26enne. Una dichiarazione che gli investigatori dovranno naturalmente verificare e che non consente, da sola, di attribuire alle droghe la causa dell’omicidio. Ma il livello di alterazione raccontato dai protagonisti rappresenta uno degli elementi centrali per ricostruire quelle ore. L’autopsia dovrà contribuire a stabilire la dinamica esatta della morte e verificare le dichiarazioni rese dagli indagati.
Dopo l’omicidio comincia un altro incubo
La parte forse più impressionante della vicenda arriva dopo. Colapietro è morto e nella casa ci sono almeno tre persone che devono decidere cosa fare. È qui che, secondo l’accusa, comincia il tentativo di eliminare il cadavere. Il corpo viene smembrato. Compaiono sacchi neri, nastro adesivo e cemento a presa rapida. Alcuni resti vengono sistemati nei sacchi, altri nei contenitori sui quali viene versato il cemento. Si pensa anche a trasportarli fuori dall’appartamento e a liberarsene.
Una sequenza che sembra appartenere a un delirio, ma che assume progressivamente una sua terribile concretezza: bisogna procurarsi il materiale, comprare i sacchi, acquistare il cemento, organizzare il trasporto.
Keith Butig, 22 anni, sostiene di non aver partecipato all’omicidio e di trovarsi in un’altra stanza. Avrebbe però acquistato i sacchi successivamente utilizzati per nascondere i resti. Nicole Formichetti, invece, non è accusata dell’uccisione ma di favoreggiamento e concorso nella soppressione del cadavere.
«Satana», il cemento e le telefonate fuori controllo
È De Oliveira ad attribuire alla professoressa un ruolo nella gestione di quanto accade dopo la morte, arrivando a definirla «Satana». È la sua versione dei fatti, che dovrà trovare riscontri e che non può essere considerata una ricostruzione definitiva. Intanto, però, il ventiseienne telefona all’esterno.
L’ex compagna racconta videochiamate sempre più inquietanti. Lui parla di cemento, mostra per pochi istanti guanti e nastro adesivo e successivamente telefona mentre si trova in un negozio per acquistare proprio il materiale necessario.
Sono frammenti di una realtà che sembra oscillare continuamente tra lucidità e alterazione. Perché, mentre De Oliveira sostiene di avere un vuoto nella memoria sull’omicidio, nelle ore successive qualcuno compie azioni molto concrete per tentare di nascondere ciò che è accaduto.
«C’è odore di arance»: la frase che fa scoprire tutto
Alla fine è una telefonata alla madre di De Oliveira a interrompere la sequenza. Il giovane è agitato e pronuncia una frase apparentemente senza senso. Nella casa, dice, c’è «odore di arance». La madre comprende che quelle parole nascondono qualcosa di molto più grave. Capisce che il figlio sta cercando di comunicarle la presenza di un morto e chiama il 112.
Quando gli agenti entrano nell’appartamento trovano i resti di Fabio Colapietro. Il festino è finito. Restano un uomo morto, un corpo fatto a pezzi e tre persone che devono spiegare cosa sia realmente successo durante quelle ore.
Il mistero della «polvere di scimmia»
Ed è proprio l’MDPHP uno degli elementi più inquietanti di questa storia. Non perché possa fornire automaticamente una spiegazione del delitto, ma perché contribuisce a descrivere lo stato di alterazione nel quale il gruppo avrebbe trascorso quasi due giorni. Crack, acidi, alcol, droghe sintetiche, mancanza di sonno. Poi una lite, un omicidio che il presunto autore dice di non ricordare, il corpo smembrato e il tentativo di farlo sparire.
Gli investigatori dovranno separare i ricordi reali dai blackout dichiarati, le versioni difensive dai riscontri oggettivi e gli effetti delle sostanze dalle responsabilità personali. Perché dietro il nome quasi folcloristico di «polvere di scimmia» c’è una sostanza che può accompagnarsi a paranoia e alterazioni profonde. Ma sarà l’inchiesta a stabilire che cosa sia realmente accaduto in quell’appartamento e quanto di quel viaggio nell’orrore sia stato compiuto in uno stato di alterazione e quanto, invece, con piena consapevolezza.







