Garlasco, i 56mila euro in contanti dei Sempio agitano la Procura: “Troppi soldi per tre mesi di lavoro degli avvocati”

Giuseppe Sempio, padre di Andrea

Cinquantaseimila euro in contanti. Tutti movimentati in pochi mesi, tutti legati al periodo più delicato della prima indagine su Andrea Sempio e tutti oggi finiti al centro di un nuovo filone che rischia di scuotere ancora una volta il caso Garlasco. Per i carabinieri del Nucleo investigativo di Milano qualcosa non torna nella versione fornita dalla famiglia Sempio sulla destinazione di quei soldi. E nelle carte depositate nel fascicolo della Procura di Pavia, il sospetto emerge nero su bianco.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, i genitori di Andrea Sempio avrebbero gestito tra i 50 e i 60mila euro in contanti tra il 2016 e il 2017, nel periodo in cui il figlio veniva indagato per la prima volta per l’omicidio di Chiara Poggi. La versione fornita dalla famiglia è sempre stata la stessa: denaro destinato a pagare gli avvocati che seguivano la difesa di Sempio e il consulente Luciano Garofano. Ma proprio questa spiegazione oggi viene considerata “non lineare” dagli investigatori.

I dubbi sui soldi pagati in contanti

Il cuore del problema non riguarda soltanto il fatto che i pagamenti sarebbero avvenuti quasi interamente in contanti. A insospettire i carabinieri è soprattutto l’entità delle somme rispetto al lavoro realmente svolto dai legali nel corso di quell’indagine, conclusa con l’archiviazione nel marzo del 2017.

Nell’informativa depositata agli atti, gli investigatori parlano apertamente di anomalie sia “per importo che per modalità”. E il ragionamento è molto preciso. Il procedimento contro Andrea Sempio, ricordano i carabinieri, fu iscritto il 23 dicembre 2016 e archiviato il 23 marzo 2017. Appena tre mesi. Un arco temporale brevissimo, durante il quale – sostengono gli investigatori – l’attività difensiva sarebbe stata piuttosto limitata.

Secondo quanto riportato nelle carte, non risulterebbero copie estratte dai fascicoli delle Procure di Pavia, Milano o Brescia. Le attività tecniche degli avvocati si sarebbero concentrate principalmente su due trasferte per incontrare Luciano Garofano, allora consulente della difesa, e sull’assistenza ad Andrea Sempio durante l’interrogatorio del 10 febbraio 2017, durato circa cinquanta minuti.

“Troppi soldi per quella attività”

Ed è qui che nasce il sospetto investigativo. Per i carabinieri, 56mila euro sarebbero una cifra enorme rispetto alla “reale portata dell’attività professionale” svolta in quei tre mesi. Un elemento che oggi assume un peso ancora più delicato perché si intreccia con l’indagine aperta dalla Procura di Brescia per corruzione in atti giudiziari.

Nel fascicolo bresciano risultano indagati l’ex pm di Pavia Mario Venditti e Giuseppe Sempio, padre di Andrea. L’ipotesi accusatoria è pesantissima: secondo gli inquirenti, quei soldi potrebbero non essere stati destinati soltanto alle spese legali, ma anche a favorire l’archiviazione del procedimento del 2017.

Un’inchiesta esplosa definitivamente dopo le perquisizioni eseguite il 26 settembre 2025 nella casa della famiglia Sempio. Durante quelle operazioni, gli investigatori trovarono un appunto destinato a diventare centrale nelle indagini: “Venditti archivia 20-30 euro”.

L’appunto trovato in casa Sempio

Per la famiglia Sempio quel foglio non avrebbe nulla di sospetto. La spiegazione fornita ai magistrati parla di una semplice previsione di spesa domestica, una sorta di promemoria su quanto sarebbe potuto costare il lavoro degli avvocati.

Ma anche questa ricostruzione non convince del tutto gli investigatori. Nelle carte si sottolinea infatti che i genitori di Andrea Sempio non avrebbero fornito “riscontri coerenti rispetto alla ricostruzione patrimoniale delle entrate e uscite”. In altre parole: i conti non tornerebbero.

E a rendere ancora più opaco il quadro c’è un altro dettaglio. Secondo quanto emerge dall’informativa, l’unica fattura emessa riguarderebbe la consulenza dell’ex generale Luciano Garofano. Per il resto, i pagamenti sarebbero avvenuti quasi esclusivamente in contanti.

Le parole di Giuseppe Sempio

Davanti agli investigatori, Giuseppe Sempio avrebbe ammesso l’utilizzo sistematico del denaro contante per pagare le spese legali. “Non ricordo, so solo che pagavamo in contanti”, avrebbe dichiarato durante un sit. Poi avrebbe aggiunto: “Ogni volta che c’erano novità ci chiamavano e ci dicevano di portare due o tremila euro”.

Una versione che però lascia aperte molte domande. Lo stesso padre di Andrea avrebbe riconosciuto che le spese complessive si aggiravano “tra i cinquantacinquemila e i sessantamila euro”, spiegando che la famiglia si sentiva completamente nelle mani dei professionisti: “Noi non sapevamo una virgola di cosa facessero”.

Parole che oggi vengono lette dagli investigatori insieme a tutti gli altri elementi raccolti nel nuovo filone aperto a Brescia. Un’indagine che procede parallelamente alla riapertura del caso Garlasco e che punta a chiarire se dietro quei contanti ci fosse davvero soltanto il pagamento degli avvocati o qualcosa di molto più grave.

Il nuovo fronte del caso Garlasco

Il nodo dei soldi rischia così di diventare uno degli aspetti più esplosivi dell’intera nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. Perché se dovesse emergere che parte di quel denaro aveva finalità diverse dalle spese difensive, il terremoto giudiziario sarebbe enorme.

Gli investigatori stanno ora lavorando per ricostruire nel dettaglio i movimenti di denaro, verificare eventuali passaggi bancari e capire chi abbia realmente ricevuto quelle somme. Un lavoro complesso che potrebbe aprire scenari completamente nuovi attorno a una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi vent’anni.