C’è una domanda che, da sola, sembra uscita da un romanzo dell’assurdo: come si mangia alla mensa di Camp Darby? A porla, qualche anno fa, sarebbe stato Salim El Koudri, l’uomo arrestato per l’attacco di Modena e accusato di avere agito con l’obiettivo di colpire più persone possibile. Una telefonata surreale, quasi grottesca se non fosse precipitata oggi dentro una vicenda drammatica, fatta di sangue, feriti, silenzi davanti al giudice, disagio psichico, ossessioni e un rapporto con la realtà che gli investigatori stanno cercando di ricostruire pezzo dopo pezzo.
Secondo quanto emerso, El Koudri avrebbe chiamato la base militare di Camp Darby, nella periferia di Livorno, per chiedere informazioni sulle modalità di arruolamento. Fin qui, una domanda già singolare. Ma durante quella conversazione avrebbe chiesto anche dettagli sulla qualità del cibo disponibile in mensa. Un dettaglio apparentemente marginale, quasi ridicolo, che però assume tutt’altro peso se inserito nel profilo di un uomo che negli anni avrebbe accumulato segnali di isolamento, messaggi ossessivi, rancori personali e contatti anomali con ambienti militari.
La telefonata alla base Nato
Camp Darby non è un luogo qualsiasi. È una delle installazioni militari più delicate della presenza americana e Nato in Italia, da decenni al centro di ombre, suggestioni, ricostruzioni storiche e vicende mai del tutto pacificate nella memoria nazionale. Proprio per questo la telefonata di El Koudri colpisce ancora di più. Non perché, allo stato, dimostri un legame operativo con ambienti militari o terroristici, ma perché aggiunge un tassello inquietante alla mappa mentale dell’indagato.
La domanda sull’arruolamento potrebbe indicare una curiosità confusa, un’attrazione verso il mondo militare, forse una fantasia di appartenenza. Quella sulla mensa, invece, sposta tutto su un piano ancora più straniato: come se nella stessa conversazione convivessero aspirazioni belliche, bisogno di struttura, immaginario di disciplina e un dettaglio domestico, quasi infantile. È proprio questa miscela a rendere il caso difficile da leggere con categorie troppo semplici.
Per ora, infatti, il gip di Modena non ha contestato l’aggravante del terrorismo. L’arresto è stato convalidato, ma la pista giudiziaria resta concentrata sulla strage aggravata dalle lesioni gravissime. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, El Koudri portava con sé un coltello e avrebbe avuto l’intenzione di colpire il maggior numero possibile di persone.
Il silenzio davanti al gip
Davanti al gip Donatella Pianezza, durante l’udienza di convalida in carcere, El Koudri non ha spiegato nulla. Nessuna ricostruzione, nessuna giustificazione, nessuna frase capace di chiarire il movente. Ha scelto il silenzio, pur fornendo agli inquirenti il codice di sblocco dei suoi dispositivi elettronici. Un gesto che apre una nuova fase investigativa, perché telefoni, computer, ricerche, messaggi e cronologia digitale potrebbero diventare decisivi per capire se dietro l’attacco ci fosse soltanto una deriva personale o qualcosa di più strutturato.
Per ora, però, il quadro resta quello di un uomo attraversato da segnali di grave fragilità e da una progressiva chiusura rispetto al mondo esterno. El Koudri era in cura al Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia per un disturbo schizoide di personalità, ma dal 27 febbraio 2024 avrebbe interrotto i contatti, sparendo di fatto dai radar sanitari e non rispondendo più alle chiamate del centro.
Il nodo psichiatrico e la decisione del giudice
Il tema della salute mentale è inevitabilmente centrale, ma va maneggiato con estrema prudenza. Il gip, almeno in questa fase, non ritiene dimostrato un nesso diretto tra il disturbo diagnosticato e l’azione violenta di Modena. Proprio per questo l’amministrazione penitenziaria dovrà sottoporre l’indagato a un periodo di osservazione.
La difesa, rappresentata dall’avvocato Fabio Giannelli, sostiene invece che una struttura psichiatrica sarebbe più adeguata per il suo assistito. Nei prossimi giorni il legale chiederà una visita specialistica e successivamente una perizia psichiatrica, passaggio che potrebbe diventare decisivo per valutare la capacità di intendere e di volere di El Koudri al momento dei fatti.
Il punto è delicatissimo. Da una parte c’è la necessità di non trasformare automaticamente ogni gesto violento in una questione psichiatrica. Dall’altra c’è l’obbligo di capire se il percorso personale dell’indagato, il suo isolamento e le sue ossessioni abbiano inciso concretamente sulla preparazione e sull’esecuzione dell’attacco.
Le ossessioni: cristiani, Ferragni e “soldi immeritati”
Il materiale già emerso racconta un profilo frammentato, pieno di fissazioni diverse e apparentemente scollegate. Oltre alla telefonata a Camp Darby, El Koudri avrebbe inviato mail contro i cristiani all’Università di Modena, dove si era laureato in economia. Avrebbe anche pubblicato un post critico nei confronti di Chiara Ferragni e scritto messaggi contro chi, secondo lui, “guadagna denaro in modo immeritato”.
È un mosaico che gli investigatori dovranno ricomporre con attenzione. La rabbia religiosa, il risentimento sociale, l’ossessione per il denaro, l’attenzione verso il mondo militare, l’isolamento dopo la laurea: tutti elementi che possono essere soltanto frammenti disordinati di disagio personale oppure indizi di una radicalizzazione individuale, non necessariamente politica o terroristica, ma comunque capace di trasformare il rancore in azione violenta.
Ed è qui che la telefonata alla base Nato torna a pesare. Non come prova di un progetto internazionale, ma come spia di un immaginario. El Koudri sembrava guardare verso luoghi di potere, disciplina, guerra, ricchezza, religione, successo mediatico. Tutto ciò che nella sua percezione poteva rappresentare ordine, privilegio o dominio.
Camp Darby, il luogo più simbolico possibile
La scelta di chiamare Camp Darby rende la vicenda ancora più disturbante. La base, situata tra Pisa e Livorno, è uno dei simboli più controversi della presenza militare americana in Italia. Negli anni è stata evocata in relazione ad alcuni dei grandi misteri italiani, dalla scoperta di Gladio da parte dei giudici Casson e Mastelloni fino alle ombre sulla strage della Moby Prince.
Naturalmente non c’è, allo stato, alcun elemento che colleghi El Koudri a quei contesti o a strutture militari. Ma proprio la forza simbolica del luogo contribuisce a rendere la telefonata un passaggio importante nella ricostruzione della sua traiettoria personale. Perché non ha chiamato una caserma qualunque? Perché proprio Camp Darby? E perché unire nella stessa conversazione l’arruolamento e la mensa?
Domande che oggi restano senza risposta, anche perché l’indagato ha scelto di non parlare. Gli investigatori potranno cercare riscontri nei dispositivi elettronici, nelle ricerche online, negli eventuali messaggi e nei contatti conservati nel telefono. È lì che potrebbe emergere se quella telefonata fosse un episodio isolato, una curiosità bizzarra o una delle tappe di un percorso più profondo.
La famiglia: “Era il primo della classe”
A rendere il quadro ancora più amaro sono le parole della famiglia. I genitori si dicono amareggiati. La sorella, di due anni più grande, ha raccontato di volerlo incontrare insieme a loro, ma anche di non sapere se riuscirà davvero a guardarlo negli occhi. “Gli voglio bene, resta sempre mio fratello. Ma allo stesso tempo penso che non so se ci riuscirò”, ha detto, descrivendo il Salim che conosceva come un ragazzo preciso, ligio alle regole, studioso, quasi “secchione”.
Poi, dopo la laurea, qualcosa sarebbe cambiato. Sempre più isolamento, pochi amici, una chiusura che in famiglia era stata interpretata come il disagio di un giovane alle prese con la difficoltà di trovare un lavoro adeguato al proprio percorso di studi. Una spiegazione comprensibile, quotidiana, quasi banale. Ma oggi quella normalità retrospettiva si riempie di interrogativi.
Cosa cercava davvero Salim El Koudri?
La domanda resta sospesa: cosa cercava davvero Salim El Koudri quando chiamò Camp Darby? Un lavoro? Un’appartenenza? Una divisa? Un’identità? O semplicemente un interlocutore dentro un universo che nella sua mente confusa rappresentava forza, ordine e potere?
Forse quella telefonata non spiega l’attacco di Modena. Forse non ha alcun valore investigativo decisivo. Ma racconta comunque qualcosa del vuoto che precede certi gesti: la distanza crescente dalla realtà, l’ossessione per mondi percepiti come irraggiungibili, la trasformazione del rancore in una geografia mentale fatta di nemici, simboli e bersagli.
Ora saranno gli accertamenti tecnici e psichiatrici a dover distinguere tra disagio, responsabilità penale, eventuale premeditazione e movente. Perché dietro la domanda surreale sulla mensa di Camp Darby non c’è soltanto una stranezza da cronaca. C’è forse uno dei pochi fili visibili di una storia che, prima di esplodere a Modena, era già sprofondata da tempo nel silenzio.







