Garlasco, il carabiniere che vide l’impronta 33 rompe il silenzio: «Era evidente, grande e faceva senso trovarla lì»

ìL’impronta 33 continua a essere uno degli elementi più discussi della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Mentre la Procura di Pavia la considera una delle tracce più importanti nella posizione di Andrea Sempio, la difesa ne contesta il valore identificativo e sostiene che non sia sufficiente per attribuire con certezza quella traccia al nuovo indagato. In questo confronto tra consulenze, perizie e ricostruzioni è riemersa nelle ultime ore una testimonianza destinata a far discutere.

Si tratta della deposizione resa il 12 giugno 2025 da un carabiniere che si trovava nella villetta di via Pascoli dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Il video è stato mostrato da Quarta Repubblica e contiene una descrizione dettagliata proprio dell’impronta 33, la traccia palmare rinvenuta sulla parete destra della scala che conduce alla cantina dove fu trovato il corpo della giovane.

«Era grande, estesa e si vedeva bene»

Nel corso della deposizione il militare ha ricordato ciò che vide durante i rilievi effettuati sulla scena del crimine. Le sue parole descrivono una traccia che, almeno secondo il suo ricordo, appariva particolarmente evidente.

«Il 27 non era così visibile, il 29 era visibile. Era particolarmente estesa. Grande. Se vedete la foto si vede. C’era anche una specie di macchia, addirittura. Sembra una goccia con degli schizzi in prossimità di una delle dita».

Una descrizione che richiama l’attenzione non soltanto sulle dimensioni dell’impronta ma anche sulla presenza di segni che il carabiniere ricorda ancora a distanza di anni. Va precisato che il militare non stava esprimendo valutazioni tecniche sulla provenienza della traccia o sulla sua attribuzione, ma raccontando ciò che osservò all’epoca dei fatti.

Cosa significa davvero «faceva senso»

La frase che ha attirato maggiormente l’attenzione è però un’altra. Parlando della posizione dell’impronta, il carabiniere ha dichiarato: «Si vedeva che era una mano destra, a parte che faceva senso una mano destra scendendo dalle scale, perché era sulla parete di destra».

L’espressione ha generato immediatamente interrogativi, tanto che durante la deposizione gli è stato chiesto di chiarire cosa intendesse dire con quelle parole. La risposta del militare è stata molto precisa.

«Io quando scendo le scale a destra, appoggio la mano destra in maniera naturale, se mi voglio appoggiare a destra. Noi andiamo a ricercare quei contatti prodotti da azioni naturali». Successivamente il concetto è stato ulteriormente chiarito. «La frase “faceva senso” può essere tradotta come “era logico”, “era logico supporre che…”».

In sostanza il carabiniere non stava attribuendo un significato sospetto alla traccia. Al contrario, stava spiegando che la presenza di una mano destra sulla parete destra della scala gli appariva coerente con il gesto spontaneo di una persona che scende quei gradini e cerca un punto d’appoggio.

L’impronta 33 resta il centro della nuova inchiesta

Le parole del militare arrivano mentre l’impronta 33 continua a occupare una posizione centrale nella nuova indagine della Procura di Pavia. Una consulenza disposta dagli inquirenti sostiene infatti di avere individuato quindici punti di corrispondenza tra quella traccia e il palmo destro di Andrea Sempio.

È proprio questo elemento che ha portato alcuni investigatori a definire l’impronta come uno dei possibili tasselli decisivi dell’inchiesta. Per l’accusa potrebbe rappresentare una presenza fisica sulla scena del crimine compatibile con quella del nuovo indagato.

La difesa di Sempio, però, respinge questa interpretazione. I legali Liborio Cataliotti e Angela Taccia hanno depositato una consulenza tecnica nella quale sostengono che le minuzie effettivamente utilizzabili sarebbero inferiori rispetto a quelle indicate dagli esperti della Procura e che l’impronta non consentirebbe una identificazione certa.

Le parole di Sempio sull’impronta della scala

Il tema era emerso anche in una conversazione intercettata e trasmessa da Mattino Cinque. In quell’occasione Andrea Sempio aveva parlato proprio dell’impronta 33 e della scala che conduce alla cantina della villetta Poggi.

«È un’impronta su una parete delle scale. Non è un’impronta insanguinata, è rosa per il reagente», affermava il 38enne.

Poi aggiungeva una sua interpretazione della presenza della traccia: «Se vai giù nella cantina, e noi ci siamo andati un paio di volte, c’è una scalettina stretta che fa una curva stretta, senza corrimano, senza niente. Scendendo, è normale che metti la mano sulla parete. Non è nulla di che».

Una spiegazione che presenta un curioso punto di contatto con quanto riferito dal carabiniere nella deposizione del 2025. Entrambi, pur partendo da prospettive completamente diverse, descrivono quel gesto come un movimento naturale per chi percorre quella scala.

Una traccia che continua a dividere

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, l’impronta 33 resta una delle prove più controverse dell’intera vicenda. Per la Procura rappresenta un elemento che potrebbe collegare Andrea Sempio alla scena del crimine. Per la difesa è invece una traccia non identificabile con certezza e perfettamente compatibile con una presenza lecita nella villetta frequentata in passato dall’amico Marco Poggi.

Le parole del carabiniere non risolvono il mistero. Offrono però una fotografia importante di come quella traccia apparisse agli occhi di chi la osservò direttamente nel 2007. Grande, evidente, ben visibile. E soprattutto collocata in un punto che, secondo il militare, risultava «logico» per il movimento naturale di una persona che stava scendendo le scale verso la cantina.