Benzina alle stelle, diesel quasi esaurito e Hormuz chiuso: per Meloni arriva la crisi energetica peggiore degli ultimi 40 anni

L’illusione che la tempesta energetica potesse durare soltanto qualche settimana è finita. L’Italia e l’intera Europa stanno entrando nella crisi più grave degli ultimi quarant’anni, stretti tra rotte marittime bloccate, scorte ridotte al minimo e prezzi dei carburanti che cambiano da un giorno all’altro. Lo Stretto di Hormuz resta sostanzialmente chiuso, Bab el-Mandeb rischia di diventare il nuovo punto di rottura e i grandi Paesi consumatori tornano sul mercato proprio mentre l’offerta fatica a tenere il passo. Il risultato arriva direttamente ai distributori: benzina e diesel sempre più cari, famiglie e imprese sotto pressione e il governo Meloni costretto a cercare una soluzione quando l’esodo estivo è ormai alle porte.

I prezzi medi in modalità self service hanno raggiunto circa 1,91 euro al litro per la benzina e 2,04 euro per il diesel, ma in alcune aree urbane i cartelloni hanno mostrato cifre molto più pesanti. A Milano la verde ha toccato punte di 2,6 euro al litro, trasformando il pieno in una spesa capace di bruciare una parte sempre più consistente del bilancio familiare. Il rincaro non riguarda soltanto gli automobilisti: ogni aumento del gasolio si trasferisce sui trasporti, sulla logistica, sui prodotti alimentari e su buona parte delle merci che arrivano nei negozi. In poche parole, quando sale il prezzo alla pompa, dopo poco sale quasi tutto il resto.

Hormuz chiuso e Bab el-Mandeb in bilico: le rotte del petrolio diventano trappole

Il cuore della crisi si trova nelle grandi arterie marittime da cui passa una parte decisiva dell’energia mondiale. La chiusura dello Stretto di Hormuz limita il transito del petrolio proveniente dal Golfo Persico e costringe compagnie e governi a cercare rotte alternative più lunghe, costose e rischiose. Ora anche Bab el-Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, mostra segnali di instabilità. Se entrambi i corridoi restassero compromessi, le conseguenze sui tempi di consegna e sui costi assicurativi diventerebbero ancora più pesanti.

Per mesi i Paesi occidentali e le grandi industrie hanno sperato che le tensioni geopolitiche si risolvessero senza produrre una vera frattura del mercato. Nel frattempo hanno utilizzato una parte consistente delle proprie riserve per attenuare gli aumenti e garantire continuità alle forniture. Quella strategia ha rinviato il problema, ma non lo ha risolto. Oggi le scorte di diesel e jet fuel hanno raggiunto livelli estremamente bassi e il margine per affrontare nuovi shock si è ridotto quasi a zero.

A complicare il quadro è arrivata anche la Cina. Dopo avere limitato gli acquisti e fatto affidamento sulle proprie riserve, Pechino è tornata con decisione sul mercato internazionale. La domanda cinese esercita una pressione immediata sui prezzi perché compete con quella europea proprio nel momento in cui l’offerta affronta ostacoli logistici e militari. Sul gas la situazione appare ancora più delicata: Snam ha riempito in tempo i depositi italiani, ma diversi Paesi europei mostrano già segnali di difficoltà e potrebbero trascinare verso l’alto le quotazioni dell’intero continente.

Meloni inseguita dai vecchi video sulle accise

La crisi colpisce Giorgia Meloni anche sul piano politico. Le opposizioni e le associazioni dei consumatori hanno rispolverato i video nei quali, quando sedeva all’opposizione, la futura presidente del Consiglio prometteva di abolire progressivamente le accise sui carburanti. Quelle immagini tornano oggi mentre gli italiani pagano benzina e diesel a prezzi record e chiedono al governo interventi immediati.

Il problema riguarda però i costi. Per ridurre di pochi centesimi il prezzo alla pompa, l’esecutivo ha già impegnato quasi due miliardi di euro. Una cifra enorme, pari a circa la metà delle risorse destinate dal Pnrr agli asili nido, che ha prodotto risultati limitati e temporanei. Ogni taglio generalizzato delle imposte sui carburanti consuma denaro pubblico rapidamente e distribuisce lo stesso beneficio a chi guida un’utilitaria per andare al lavoro e a chi riempie il serbatoio di un’auto di lusso senza alcuna difficoltà economica.

Gli economisti definiscono questo tipo di intervento regressivo perché non distingue tra chi ha davvero bisogno di sostegno e chi potrebbe assorbire il rincaro senza particolari sacrifici. Lo considerano anche distorsivo, perché abbassare artificialmente i prezzi incentiva i consumi proprio mentre la scarsità imporrebbe il percorso opposto. In teoria, la risposta più efficace alla crisi consisterebbe nel ridurre la domanda e lasciare che i prezzi spingano cittadini e imprese a consumare meno. In pratica, nessun governo affronta facilmente una misura del genere alla vigilia delle vacanze e in un Paese dove milioni di persone dipendono dall’automobile.

Giorgetti studia le accise mobili, ma la coperta resta cortissima

Giancarlo Giorgetti conosce bene il problema e sa che i conti pubblici non consentono manovre spettacolari. Il ministro dell’Economia valuta il ritorno delle cosiddette «accise mobili», un meccanismo che utilizza l’aumento del gettito Iva generato dai rincari per ridurre temporaneamente la componente fissa delle imposte sui carburanti. Quando il prezzo sale, lo Stato incassa più Iva; una parte di quell’extra-gettito potrebbe quindi finanziare uno sconto sulle accise e frenare almeno in parte l’aumento alla pompa.

La misura sembra semplice, ma presenta diversi limiti. Prima di tutto non garantisce riduzioni consistenti, perché l’extra-gettito disponibile potrebbe non bastare a compensare una fiammata prolungata delle quotazioni. Inoltre rischia di creare instabilità nei conti e non risolve la questione di fondo: l’Italia importa gran parte dell’energia che consuma e dipende da rotte internazionali sulle quali non esercita alcun controllo diretto.

Gli autotrasportatori guardano con sospetto al progetto e chiedono un tavolo urgente con il governo. Per le imprese di trasporto il gasolio rappresenta una delle principali voci di costo e ogni aumento riduce i margini, soprattutto nei contratti già firmati che non consentono di trasferire immediatamente il rincaro sui clienti. Senza aiuti specifici, molte aziende rischiano di lavorare in perdita o di aumentare le tariffe, innescando un nuovo giro di rincari lungo tutta la filiera.

Aiuti mirati a famiglie, pendolari e camionisti

L’alternativa alle riduzioni generalizzate esiste, ma richiede scelte politiche più selettive. Il governo potrebbe concentrare le risorse sulle famiglie con Isee basso, sui pendolari che non dispongono di mezzi pubblici adeguati e sugli autotrasportatori che garantiscono la circolazione delle merci. Bonus temporanei, crediti d’imposta e rimborsi mirati costerebbero meno rispetto a uno sconto per tutti e raggiungerebbero chi subisce davvero il peso della crisi.

Una strategia di questo tipo eviterebbe di finanziare indistintamente ogni pieno e permetterebbe di proteggere le categorie più esposte. Non abbasserebbe però il prezzo visibile sui cartelloni, quello che ogni automobilista osserva entrando in un distributore. Politicamente, un sostegno mirato produce meno consenso immediato rispetto a un taglio generalizzato delle accise, anche se utilizza meglio le risorse pubbliche.

Meloni e Giorgetti si trovano così davanti a una scelta scomoda. Possono spendere altri miliardi per ridurre di pochi centesimi il prezzo dei carburanti, possono limitare gli aiuti a chi ne ha davvero bisogno oppure possono lasciare che il mercato imponga una riduzione dei consumi. Qualunque strada scelgano, qualcuno resterà scontento e la crisi continuerà a pesare sull’economia italiana.

L’estate del pieno proibitivo

Il momento non potrebbe risultare peggiore. Milioni di italiani si preparano a partire per le vacanze, le aziende aumentano le consegne e il trasporto aereo consuma grandi quantità di jet fuel proprio quando le scorte hanno raggiunto i minimi. Ogni nuovo incidente nel Golfo Persico o nel Mar Rosso può spingere ancora più in alto le quotazioni e rendere inutili in pochi giorni le misure approvate dal governo.

La crisi energetica ha ormai superato la fase dell’emergenza temporanea. Non riguarda soltanto il prezzo della benzina per qualche settimana, ma la capacità dell’Occidente di garantire forniture stabili in un mondo attraversato da guerre, blocchi navali e competizione tra grandi potenze. L’Italia entra in questa fase con risorse limitate, un debito pubblico enorme e promesse politiche sulle accise che oggi tornano come un boomerang.

Per Giorgia Meloni le notizie sono pessime. Per gli italiani, forse, sono persino peggiori: il pieno costa sempre di più, i margini di intervento si restringono e nessuno può prevedere quanto durerà la tempesta. Questa volta non basterà aspettare che i prezzi tornino giù da soli.