Garlasco, il giudice Gennari affonda il sistema: «Magistrati impreparati sulla prova scientifica, rovinate le vite di Stasi e Sempio»

Stasi e Sempio

Nel caso Garlasco non è più in discussione soltanto chi abbia ucciso Chiara Poggi. Ora il nodo diventa ancora più largo, più scomodo e forse più devastante: il sistema giudiziario italiano è davvero in grado di capire e valutare la prova scientifica? Per il giudice milanese Giuseppe Gennari la risposta è durissima. «Non c’è un magistrato italiano che sia davvero preparato sulla prova scientifica. Garlasco ne è l’esempio lampante». Una frase che sembra una provocazione, ma che Gennari inserisce dentro un ragionamento molto più ampio, contenuto nel libro La scienza non giudica, scritto insieme a Franco Taroni, tra i più autorevoli statistici forensi europei, e a Luca Luparia, avvocato e docente di diritto processuale all’Università degli Studi di Milano.

Garlasco come simbolo del cortocircuito giudiziario

Secondo Gennari, il caso dell’omicidio di Chiara Poggi mostra in modo quasi perfetto il cortocircuito tra giustizia, scienza e opinione pubblica. Da una parte ci sono Dna, impronte, autopsie, reperti e consulenze. Dall’altra ci sono giudici chiamati a decidere su materie altamente tecniche senza una formazione adeguata. In mezzo ci sono le vite delle persone coinvolte: quella di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata, e quella di Andrea Sempio, oggi indagato nella nuova inchiesta della Procura di Pavia. «È da dieci anni, dall’omicidio di Meredith Kercher, che parliamo di prova scientifica connessa a errori giudiziari», spiega Gennari. Poi arriva la frase più pesante: «Adesso siamo a discutere di Garlasco dove, comunque vada, sono state rovinate due vite, quelle di Stasi e di Sempio».

Il giudice non si limita a criticare il clamore mediatico. Il suo bersaglio è più profondo: l’incapacità strutturale del sistema di maneggiare correttamente la prova scientifica. Una carenza che diventa esplosiva quando un processo ruota attorno a reperti biologici, impronte, tracce minime e interpretazioni tecniche sulle quali si costruiscono condanne, indagini e revisioni.

La consulenza genetica del 2014 sotto accusa

Per Gennari, nel caso Garlasco c’è un passaggio preciso che mostra il problema: la consulenza genetica disposta nel 2014 dalla Corte d’Assise d’Appello, che affidò l’incarico al professor Francesco De Stefano. Secondo il giudice milanese, quella scelta sarebbe stata compiuta «in mancanza di criteri di selezione», probabilmente perché De Stefano era professore universitario e presidente della società dei genetisti forensi. Ma qui, secondo Gennari, sta l’errore: «La realtà era che De Stefano aveva un laboratorio che non era accreditato e con una dotazione strumentale non aggiornata nonostante i giudici avessero chiesto testualmente “l’utilizzo delle tecniche più moderne”».

Il punto non è soltanto il nome del consulente, ma la capacità dei giudici di capire la qualità del lavoro tecnico che stavano ricevendo. Gennari sostiene che la Corte non avrebbe compreso la debolezza dell’elaborato: «La Corte non aveva compreso che il suo era un elaborato qualitativamente non robusto. Se l’avessero capito, saremmo arrivati dove siamo ora?». È una domanda che pesa come un atto d’accusa. Perché se la prova scientifica viene gestita male, non basta dire che il processo ha seguito le sue forme. Il rischio è che quelle forme producano una verità fragile, destinata anni dopo a riaprirsi come una ferita.

«Nessun magistrato è davvero preparato»

Gennari allarga poi il discorso alla formazione dei magistrati italiani. A suo giudizio, non esiste un percorso obbligatorio e specifico sulla prova scientifica nemmeno all’interno di un organismo qualificato come la Scuola Superiore della Magistratura. Manca, dice, qualcosa di paragonabile al Referee Manual on Scientific Evidence prodotto dal National Research Council per i giudici americani. In altre parole, il magistrato italiano si trova spesso davanti a perizie complesse senza strumenti adeguati per valutarle davvero.

Alla domanda su quanti magistrati siano preparati su questi temi, Gennari risponde senza cercare formule diplomatiche: «Nessuno». E aggiunge che il problema non è soltanto l’impreparazione, ma anche «la pigrizia» e la sottovalutazione della necessità di una formazione precisa. La conseguenza è gravissima: «Ci sta che il consulente dica qualsiasi sciocchezza per compiacere la parte o la Procura ma è qui che dovrebbe intervenire il giudice». Se il giudice non è in grado di distinguere una consulenza solida da una debole, la scienza entra nel processo come un feticcio, non come uno strumento di verità.

Il rischio della revisione che sembra una vittoria

Il passaggio più amaro riguarda proprio il possibile futuro del caso Garlasco. Gennari osserva che, se si arrivasse a una revisione, molti potrebbero dire che il sistema alla fine ha funzionato. Ma per lui sarebbe una conclusione sbagliata. «Può essere che su Garlasco si arrivi a una revisione e potrà sembrare che il sistema abbia funzionato ma non è così. Tenere le persone in queste condizioni per anni è peggio dell’ergastolo».

È una frase che colpisce perché ribalta la narrazione rassicurante della giustizia che corregge sé stessa. Se una revisione arriva dopo anni di carcere, esposizione pubblica, distruzione personale e sospetti su altri soggetti, non può essere celebrata come prova di efficienza. Può semmai diventare la conferma di un fallimento precedente. Nel caso Garlasco, questo significa che la nuova indagine su Andrea Sempio e le battaglie sulla posizione di Alberto Stasi non sono soltanto un nuovo capitolo di cronaca giudiziaria. Sono anche il banco di prova di un sistema che deve dimostrare di saper leggere la scienza senza trasformarla in un’arma confusa.

La proposta: imparare dagli errori giudiziari

Gennari propone anche una possibile via d’uscita. Prende a modello il mondo sanitario, dove davanti a un evento critico si attivano procedure di risk management per capire cosa non abbia funzionato e come evitare che l’errore si ripeta. Perché non fare lo stesso nella giustizia? L’idea è quella di un organismo composto da giudici ed esperti, capace di analizzare gli errori giudiziari, spiegarne le cause e indicare correttivi concreti. Non per punire qualcuno a posteriori, ma per impedire che gli stessi sbagli si ripetano in altri processi.

È una proposta che colpisce il cuore dell’autoreferenzialità del sistema. La giustizia, spesso, corregge i propri errori solo quando è costretta dagli atti, dalle impugnazioni, dalle revisioni o dal clamore pubblico. Gennari invece chiede un salto culturale: studiare gli errori come si studiano gli incidenti negli ospedali, negli aerei, nei sistemi complessi. Perché anche un processo è un sistema complesso. E quando sbaglia, non produce solo un fascicolo da riaprire. Produce vite spezzate.

La scienza non giudica, ma i giudici devono capirla

Il titolo del libro dice già molto: La scienza non giudica. La scienza offre dati, probabilità, metodi, limiti, margini di errore. Sono i giudici a doverla comprendere, pesare e inserire dentro una decisione. Ma se non hanno gli strumenti per farlo, il rischio è enorme: scambiare un risultato incerto per una certezza, una consulenza debole per una prova granitica, una narrazione tecnica per una verità processuale.

Il caso Garlasco, con il suo intreccio di Dna, impronte, reperti, nuovi indagati, vecchie sentenze e processi mediatici, diventa così il simbolo di un problema più vasto. Non basta chiedersi se gli investigatori abbiano trovato l’elemento decisivo. Bisogna chiedersi se chi dovrà giudicare quell’elemento saprà davvero capirlo. Ed è forse questa la domanda più inquietante che Gennari lascia sul tavolo: non solo chi ha ucciso Chiara Poggi, ma se la giustizia italiana sia davvero attrezzata per riconoscere la verità quando passa attraverso la scienza.