Garlasco, il magistrato rompe il silenzio: «L’indizio decisivo era una bufala». L’ombra dell’errore giudiziario sulla condanna di Stasi

Alberto Stasi – credit,lapresse

Undici anni dopo rompe il silenzio il magistrato che nel 2015 aveva chiesto di annullare la condanna di Alberto Stasi. Oscar Cedrangolo, allora procuratore generale della Cassazione, è tornato a parlare del delitto di Garlasco in un’intervista rilasciata a Zona Bianca su Rete 4, spiegando perché riteneva che quella sentenza non fosse sufficientemente solida.

Cedrangolo ha ricordato il ruolo della Cassazione con una frase destinata a riaccendere il dibattito sul caso: «In questa sede e in queste aule non si giudicano gli imputati ma le sentenze. Si stabilisce se la sentenza è fatta bene o male. Se è fatta bene si conferma, se fatta male si annulla. Io non sono in grado con queste carte di dire se è innocente o non lo è, e nemmeno voi».

L’indizio contestato

Secondo l’ex procuratore generale, il punto più debole della sentenza riguardava il primo dei sette indizi utilizzati per arrivare alla condanna di Stasi. L’accusa sosteneva che il giovane avesse tentato di far apparire l’omicidio di Chiara Poggi come un incidente domestico, un comportamento che avrebbe rappresentato un importante elemento a suo carico.

Cedrangolo, però, contesta proprio questo passaggio. Nell’intervista definisce quella ricostruzione «una solenne bufala», sostenendo che non fu Alberto Stasi a proporre quella versione dei fatti. A suo giudizio furono invece i primi investigatori intervenuti nella villetta di via Pascoli a formulare quell’ipotesi, poi entrata nel percorso argomentativo della sentenza.

Per l’ex magistrato, la debolezza di quell’elemento rendeva meno convincente l’intero impianto accusatorio. Non si tratta, precisa, di affermare l’innocenza o la colpevolezza dell’imputato, ma di valutare la tenuta logica della decisione giudiziaria.

Le nuove indagini

Le dichiarazioni arrivano mentre la Procura porta avanti il nuovo filone investigativo che vede Andrea Sempio come unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi.

Anche in questa fase dell’inchiesta il confronto resta soprattutto tecnico. I principali elementi al centro degli accertamenti – l’impronta attribuita a Sempio, la traccia genetica individuata sotto le unghie della vittima e i cosiddetti “soliloqui” – continuano infatti a dividere accusa e difesa, che hanno prodotto consulenze con conclusioni differenti.

La difesa ha inoltre richiamato l’attenzione su alcuni aspetti dell’inchiesta originaria che, a suo giudizio, non avrebbero ricevuto un adeguato approfondimento, tra cui la segnalazione di una bicicletta nera trovata nei campi alle spalle della villetta. Un elemento che non è mai entrato tra i punti centrali della ricostruzione processuale.

Le possibili conseguenze

Le parole di Cedrangolo hanno ricevuto l’immediato apprezzamento dell’avvocato Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi. Il legale ha definito l’intervista un passaggio importante perché, a suo avviso, consente di comprendere le ragioni che portarono il procuratore generale della Cassazione a chiedere l’annullamento della condanna.

L’intervento dell’ex magistrato non modifica gli esiti processuali già definitivi, ma riporta al centro una questione destinata ad accompagnare gli sviluppi delle nuove indagini: quanto fosse realmente solido l’impianto probatorio che portò alla condanna di Alberto Stasi.

Mentre gli investigatori proseguono gli accertamenti sull’attuale filone d’indagine, il caso di Garlasco continua così ad alimentare il confronto tra magistrati, avvocati e opinione pubblica su uno dei delitti più discussi della cronaca giudiziaria italiana.