Garlasco, il mistero dei tappeti spostati nella villetta: il RIS ne usò uno durante il luminol, altri due finirono in un paiolo

La scena del crimine del delitto di Chiara Poggi

Nel caso Garlasco spuntano tappeti che cambiano posto, compaiono davanti alla porta d’ingresso e finiscono arrotolati dentro un paiolo di rame. A quasi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, fotografie e filmati girati nella villetta di via Pascoli alimentano nuovi interrogativi sulla gestione della scena del delitto.

La ricostruzione arriva da Gianca e Fabio di WildlineCrime, che hanno confrontato le immagini degli accertamenti con le dichiarazioni rese dai familiari della vittima. Non si tratta, almeno per ora, di una nuova acquisizione investigativa né di una conclusione formulata da consulenti nominati dalla Procura. Il materiale evidenzia però alcuni spostamenti che meriterebbero una spiegazione documentale.

Il tappeto usato dal RIS durante gli esami con il luminol

Il primo dubbio riguarda le operazioni condotte dal RIS nella zona compresa tra l’ingresso e la cucina. Per individuare con il luminol eventuali tracce non visibili, gli operatori dovevano oscurare l’ambiente. Dalla fessura sotto la porta filtrava però la luce esterna.

Le immagini mostrerebbero quindi un tappeto rettangolare, lungo circa un metro e mezzo, collocato contro la parte inferiore della porta. La scelta rispondeva a un’esigenza pratica, ma apre una domanda: da dove proveniva quel tappeto?

Secondo gli autori dell’analisi, la documentazione disponibile non consentirebbe di identificarne con certezza la posizione originaria né di stabilire se qualcuno lo avesse già fotografato e catalogato. Se apparteneva alla casa, gli operatori movimentarono un elemento della scena. Questo non dimostra che il tappeto contenesse tracce rilevanti, ma rende importante ricostruire quando, come e da chi venne spostato.

Due tappeti arrotolati dentro un paiolo di rame

Un secondo particolare compare in un filmato realizzato durante gli accertamenti. Dietro la porta d’ingresso si vede un paiolo di rame che sembra contenere due tappeti arrotolati.

Anche in questo caso, le sole immagini non spiegano se i tappeti si trovassero già lì al momento del delitto oppure se qualcuno li avesse sistemati nel recipiente durante i sopralluoghi. Non chiariscono neppure da quali stanze provenissero e quali analisi abbiano eventualmente subito.

Le dichiarazioni dei familiari descrivevano numerosi tappeti e passatoie: tre nella camera dei genitori, due in quella di Chiara, uno nella stanza del fratello, due nel disimpegno superiore e altri in bagno, cucina e saletta televisiva. Il confronto con fotografie e filmati, secondo la nuova ricostruzione, non permetterebbe però di collocare con sicurezza ogni elemento.

Nessuna prova sul possibile uso durante il delitto

Le domande diventano più delicate quando qualcuno ipotizza che l’assassino possa aver usato un tappeto per trascinare Chiara verso la scala della cantina. A sostegno di questa lettura vengono indicati alcuni margini regolari della pozza di sangue, le condizioni della parte posteriore del pigiama e alcune fibre visibili nelle fotografie.

Al momento, però, nessun accertamento pubblico consente di affermare che Chiara venne trascinata sopra un tappeto. Le immagini possono suggerire approfondimenti, non sostituire una perizia. Senza i reperti originali e senza analisi microscopiche sulle fibre, non si può stabilire la provenienza di quei filamenti né collegarli a uno degli oggetti presenti nella casa.

Il punto più solido riguarda quindi il metodo seguito durante i sopralluoghi. Una scena del crimine richiede la documentazione della posizione originaria degli oggetti prima di qualsiasi spostamento. Nel caso Garlasco, numerosi operatori entrarono nella villetta e alcuni elementi cambiarono posizione durante gli accertamenti.

Resta ora da capire se verbali, fotografie e repertori offrano già una risposta sulla provenienza dei tappeti. Fino a quel momento, il paiolo e il tessuto usato per oscurare la porta rappresentano anomalie da verificare, non prove capaci di riscrivere il delitto. Alberto Stasi resta il condannato definitivo per l’omicidio di Chiara Poggi; qualsiasi diversa ricostruzione dovrà passare dalle indagini e dalle verifiche scientifiche, non soltanto dai fotogrammi rilanciati sui social.