Nel delitto di Garlasco esiste un interrogativo rimasto per anni ai margini del racconto: chi poteva entrare nella villetta dei Poggi senza forzare la porta? Le carte parlano di quattro mazzi di chiavi appartenenti ai componenti della famiglia, ma durante le vacanze una copia dell’abitazione era stata affidata anche agli zii di Chiara. Quel mazzo comprendeva tre chiavi e il telecomando dell’allarme.
Il dettaglio non dimostra che qualcuno utilizzò quelle chiavi la mattina del 13 agosto 2007. Allarga però l’elenco delle persone che, almeno in teoria, disponevano di un accesso regolare alla casa. E riporta al centro due elementi fondamentali: la porta trovata socchiusa e l’assenza di segni di effrazione.
I quattro mazzi della famiglia Poggi e le chiavi affidate agli zii
Roberto Porta, perito informatico nominato nel primo processo ad Alberto Stasi, ha ricordato che i verbali indicavano quattro mazzi: uno per Giuseppe Poggi, uno per Rita Preda e gli altri due per i figli Marco e Chiara.
Le carte raccontano però anche un’altra circostanza. Prima di partire per le vacanze, Giuseppe Poggi aveva consegnato le chiavi della villetta alla sorella Maria Rosa Poggi e al cognato Ermanno Cappa, genitori di Paola e Stefania. La sera dell’omicidio, la zia di Chiara portò ai carabinieri un portachiavi nero e rosso con tre chiavi d’ingresso e il telecomando dell’immobile.
Ermanno Cappa spiegò che il cognato gliele aveva affidate il 4 agosto, chiedendogli di bagnare una parte dell’orto durante l’assenza della famiglia. Non aveva poi utilizzato quel mazzo perché Chiara era rimasta a Garlasco e poteva occuparsi personalmente della casa. La consegna delle chiavi agli zii avveniva, secondo quanto riferito, anche negli anni precedenti.
Il punto ancora poco chiaro riguarda la natura di quel mazzo: era uno dei quattro attribuiti alla famiglia oppure una copia ulteriore? Le ricostruzioni pubbliche non consentono di affermare con certezza che esistesse un quinto mazzo. Non risultano neppure prove della realizzazione di duplicati clandestini. La Provincia Pavese ha ricostruito la consegna delle chiavi agli zii e la loro restituzione ai carabinieri la sera del delitto.
L’allarme poteva essere disattivato anche dall’esterno
Il telecomando assume importanza perché il sistema perimetrale della villetta poteva essere attivato e disattivato sia dall’interno sia dall’esterno. Alle 9.12 del 13 agosto l’impianto registrò la disattivazione definitiva. Non poteva però identificare la persona che aveva premuto il comando né stabilire da quale punto preciso lo avesse fatto.
La notte precedente compare inoltre una sequenza ancora discussa: alle 1.52 qualcuno disattivò l’allarme e lo riattivò circa un minuto dopo. Porta ha spiegato che poteva trattarsi di una semplice verifica del funzionamento. Il dato certifica l’operazione, non l’identità di chi la eseguì.
La sentenza definitiva contro Alberto Stasi ha interpretato la disattivazione delle 9.12 come il momento in cui Chiara accolse una persona conosciuta, alla quale avrebbe aperto mentre indossava ancora il pigiama. La nuova indagine su Andrea Sempio prospetta invece un’altra dinamica: l’assassino potrebbe avere approfittato della porta socchiusa o non chiusa a chiave dopo l’uscita dei gatti in giardino. Anche questa resta una ricostruzione accusatoria da sottoporre al giudizio del tribunale. Ansa ha riportato l’ipotesi formulata dalla Procura nella chiusura delle indagini.
La porta socchiusa non prova l’uso delle chiavi
Quando Alberto Stasi arrivò in via Pascoli, raccontò di aver trovato la porta d’ingresso socchiusa. Dopo essere uscito dalla villetta, dichiarò di non averla richiusa. Poco dopo, anche i primi carabinieri la trovarono aperta. La posizione osservata dagli investigatori non consente quindi di stabilire come si presentasse la porta al momento dell’aggressione.
L’assenza di effrazione offre almeno tre scenari teorici: Chiara aprì volontariamente all’assassino; qualcuno entrò usando una chiave; oppure approfittò di una porta momentaneamente lasciata aperta. Nessuno di questi scenari può essere dimostrato soltanto attraverso il registro dell’allarme.
Resta poi un’altra domanda: chi conosceva le abitudini della famiglia e sapeva che Chiara era sola, che l’allarme proteggeva il perimetro e che i gatti uscivano in giardino? Su questo punto le prime indagini privilegiarono la ricostruzione dell’ingresso consentito a una persona molto vicina alla vittima, senza trasformare la disponibilità delle diverse chiavi in un’autonoma pista investigativa.
Le chiavi consegnate dai Cappa documentano una possibilità materiale, non un coinvolgimento. Nessun componente della famiglia Cappa risulta accusato dell’omicidio. Il vero enigma rimane il sistema degli accessi: quante copie circolavano davvero nell’agosto 2007, quali telecomandi funzionavano e se gli investigatori verificarono in modo completo la disponibilità di ogni mazzo. Senza queste risposte, la mancanza di scasso non racconta come entrò l’assassino. Dimostra soltanto che non ebbe bisogno di forzare la porta.







