Più passano le settimane e più appare evidente che l’inchiesta riaperta sul delitto di Chiara Poggi non stava cercando soltanto un assassino. Gli atti raccontano un lavoro molto più vasto, quasi una seconda indagine dentro l’indagine. Da una parte gli investigatori cercavano risposte sull’omicidio del 13 agosto 2007. Dall’altra cercavano di capire chi sapesse cosa, quando lo sapesse e soprattutto come fosse venuto a conoscenza di informazioni che avrebbero dovuto restare riservate.
È in questo contesto che assume particolare rilievo uno dei passaggi contenuti nelle richieste di proroga delle intercettazioni della seconda sezione Omicidi di Milano. Un passaggio che riguarda Stefania Cappa e il cosiddetto supertestimone individuato da Le Iene, la cui identità all’epoca non era ancora pubblica.
Il mistero del nome di Gianni Bruscagin
Secondo quanto scrivono i carabinieri negli atti investigativi, Stefania Cappa si sarebbe attivata per capire chi fosse il misterioso testimone al centro dell’interesse della Procura e della trasmissione televisiva.
Gli investigatori annotano: «In relazione alla vicenda Bruscagin, Stefania Cappa si è mossa per capire chi fosse il famoso testimone e ora sta cercando di comprendere chi sia e cosa faccia nella vita. Chiede dunque ad un suo amico di nome Jhonny di effettuare i necessari accertamenti sul suo conto».
Il punto che colpisce gli investigatori non è tanto la ricerca di informazioni in sé. Chiunque, trovandosi improvvisamente al centro dell’attenzione mediatica, potrebbe voler capire chi stia parlando del proprio nome. Il problema è un altro: come era arrivata proprio a quel nome?
Gianni Bruscagin, infatti, non era ancora diventato un personaggio pubblico dell’inchiesta. La sua intervista era stata sequestrata. Le sue dichiarazioni risultavano coperte dal segreto istruttorio. Eppure, secondo gli investigatori, Stefania Cappa sembrava già sapere chi fosse il supertestimone.
Per questo i carabinieri scrivono una considerazione destinata a pesare nel dibattito:
«Al di là della veridicità o meno delle dichiarazioni di Bruscagin, ciò che sorprende è che tale soggetto, come noto, è effettivamente il soggetto indicato come supertestimone dalla trasmissione televisiva la cui intervista è stata sequestrata e mai andata in onda. Le sue dichiarazioni, ancora al vigilio, sono tuttora coperte dal segreto istruttorio e non si comprende quindi come possa Stefania Cappa essere venuta a conoscenza di tali aspetti».
È questa la vera domanda che emerge dagli atti. Non se Bruscagin abbia detto la verità o meno. Ma come il suo nome abbia iniziato a circolare in ambienti che teoricamente non avrebbero dovuto conoscerlo.
Un’indagine sulle fughe di notizie
Da questo punto di vista gli atti raccontano qualcosa di più ampio del semplice caso Bruscagin.
Gli investigatori sembrano infatti concentrati anche sulla possibilità che informazioni riservate abbiano lasciato il perimetro dell’indagine. Non a caso viene richiamato un vecchio episodio riguardante la deposizione di Marco Demontis Muschitta e la convinzione, emersa negli anni, che alcune persone fossero venute a conoscenza di dettagli investigativi con sorprendente rapidità.
È per questo che il fascicolo Garlasco appare sempre più come una storia composta da più livelli. Non soltanto la ricerca dell’autore dell’omicidio, ma anche la verifica di eventuali canali informativi paralleli che avrebbero consentito la circolazione di notizie coperte da riservatezza.
Il ruolo di Francesco Chiesa Soprani
Negli stessi atti compare anche il nome di Francesco Chiesa Soprani, ex manager televisivo e amico di Paola Cappa. La circostanza interessante è che il suo nome entra nelle carte investigative prima ancora della consegna dei celebri audio che successivamente hanno attirato l’attenzione dei media.
Secondo quanto emerge dalle intercettazioni, Paola Cappa parlando con un amico fa riferimento a un messaggio ricevuto da Chiesa Soprani il 21 marzo 2025. In altri passaggi gli investigatori documentano rapporti frequenti tra i due e conversazioni che avrebbero riguardato anche Andrea Sempio. Tra le frasi riportate negli atti ce n’è una attribuita proprio a Chiesa Soprani: «Stasi è innocente, andrà in galera Sempio».
Una dichiarazione che oggi assume un peso particolare alla luce degli sviluppi successivi dell’inchiesta. Solo in un secondo momento, mesi dopo, gli audio tra Paola Cappa e Chiesa Soprani vengono effettivamente consegnati alla Procura. Lo stesso Chiesa Soprani ha confermato che i rapporti con Paola Cappa si sarebbero progressivamente interrotti tra la fine di marzo e l’inizio di aprile 2025, dopo circa un anno di contatti continui.
Un caso sempre più grande del delitto stesso
È forse questo l’aspetto che emerge con maggiore forza dagli atti. L’inchiesta riaperta dalla Procura di Pavia non sembra limitarsi all’individuazione di eventuali responsabilità per l’omicidio di Chiara Poggi. Gli investigatori stanno ricostruendo relazioni, contatti, flussi informativi e possibili fughe di notizie che negli anni avrebbero accompagnato uno dei casi giudiziari più discussi d’Italia.
Per questo il nodo Bruscagin appare oggi molto più importante di quanto possa sembrare. Non perché cambi automaticamente il quadro del delitto, ma perché apre una domanda che gli investigatori considerano centrale: come hanno fatto alcune informazioni a uscire dall’inchiesta prima ancora di diventare pubbliche? È una domanda che attraversa ormai da mesi il fascicolo Garlasco. E che, almeno per il momento, resta senza una risposta definitiva.







