Garlasco, il mistero dell’elastico nero di Chiara Poggi: il dettaglio che riapre il nodo della camminata di Stasi

chiara poggi

L’elastico nero di Chiara Poggi torna al centro del caso Garlasco. Non come un reperto nuovo, non come una scoperta dell’ultima ora, ma come uno di quei dettagli rimasti per anni dentro la scena del crimine e che oggi, alla luce delle nuove ricostruzioni tecniche, assumono un peso diverso. Il punto è semplice solo in apparenza: quell’elastico, caduto durante l’aggressione, rimase nello stesso punto dopo l’omicidio, a pochi centimetri dalla porta a libro e dalla gora di sangue. E proprio quella posizione, secondo il perito Fabio Falleti, apre un dubbio sulla cosiddetta camminata di Alberto Stasi all’interno della villetta di via Pascoli.

La domanda del consulente è diretta: «Come può aver maneggiato la porta senza impattare o spingere questo elastico?». Il nodo nasce dal confronto con una ricostruzione precedente. Secondo i periti del processo di primo grado, infatti, il punto in cui venne rinvenuto l’elastico coincide con quello in cui Stasi avrebbe dovuto mettere il piede per evitare di toccare il sangue. Se quella traiettoria fosse corretta, il passaggio avrebbe dovuto interferire con l’elastico. E invece l’oggetto rimase dov’era.

Il dettaglio dell’elastico nero nella scena del delitto

Nel caso Garlasco ogni centimetro della villetta ha assunto, nel tempo, un significato processuale e mediatico. La posizione del corpo di Chiara Poggi, la distribuzione delle macchie di sangue, le impronte, i percorsi ipotizzati dentro la casa, la porta a libro, la scala verso la cantina: tutto è stato misurato, discusso, contestato. L’elastico nero dei capelli di Chiara entra in questa trama come un elemento minuto, ma potenzialmente rilevante.

Il reperto si trovava a poca distanza dalla porta a libro e dalla macchia di sangue. Secondo Falleti, questa collocazione rende problematico immaginare che qualcuno abbia potuto muoversi in quel punto, maneggiare la porta e seguire la traiettoria ipotizzata senza urtarlo o spostarlo. La questione non riguarda soltanto l’elastico in sé, ma il rapporto tra quel reperto e la ricostruzione dei movimenti attribuiti a Stasi.

Il dubbio di Falleti sulla camminata di Stasi

Il ragionamento del perito poggia su un passaggio preciso: nella ricostruzione del processo di primo grado, la mattonella dell’elastico corrisponderebbe al punto in cui Stasi avrebbe dovuto appoggiare il piede per evitare la gora di sangue. Da qui nasce il dubbio tecnico. Se il piede doveva passare proprio lì, perché l’elastico non risulta spostato? E se la porta venne maneggiata in quello spazio ristretto, come può il reperto essere rimasto nella stessa posizione?

Sono domande che non stabiliscono da sole una verità alternativa, ma incidono su uno dei temi più delicati dell’intero processo: la compatibilità tra il racconto della camminata e la scena del crimine. Falleti non isola l’elastico dal resto della ricostruzione, ma lo usa come elemento di verifica. In un ambiente segnato dal sangue e dagli ostacoli, anche un piccolo oggetto rimasto fermo può diventare un problema per una traiettoria.

La replica di Giada Bocellari: «Stasi ha detto di aver pestato il sangue»

La difesa di Alberto Stasi respinge però questa lettura e riporta il confronto su un altro piano. Giada Bocellari, legale di Stasi, ricorda che sulla camminata sono già state eseguite due perizie, quella di primo grado e quella dell’appello bis. Poi scandisce il punto che, secondo la difesa, viene spesso dimenticato: «A prescindere dal fatto che sono state fatte due perizie su questo, quella di primo grado e quella dell’appello bis, si è detto che Stasi ha pestato il sangue, e Alberto Stasi ha detto di aver pestato il sangue: ce lo vogliamo mettere in testa? Alberto Stasi potrebbe benissimo aver pestato del sangue senza sporcarsi le scarpe e senza lasciare tracce, al di là dei 50 centimetri in più o in meno».

Per Bocellari, dunque, il tema non può ridursi alla distanza disponibile o al punto esatto in cui Stasi avrebbe appoggiato il piede. La difesa sostiene che Stasi abbia sempre ammesso di aver pestato il sangue e che questo non comporti automaticamente la presenza di tracce sulle scarpe o di impronte lasciate lungo il percorso.

Il nodo delle impronte mancanti

La legale insiste poi su un altro aspetto che considera decisivo: «Ci sono le impronte in cucina, ci sono le impronte nell’anticamera, ci sono le impronte nel bagno, ma come è uscito da quella casa se non ci sono le sue impronte?». È il contro-argomento della difesa. Se Stasi avesse attraversato la casa lasciando tracce riconoscibili, quelle impronte avrebbero dovuto raccontare anche il suo percorso di uscita. Per Bocellari, l’assenza di impronte attribuibili a lui lungo quel tragitto resta un punto da spiegare.

Il confronto, dunque, resta aperto. Da una parte la consulenza di Falleti valorizza l’elastico nero come elemento capace di mettere in crisi la ricostruzione della camminata. Dall’altra la difesa di Stasi sostiene che il tema sia già stato affrontato e che la vera domanda riguardi l’assenza delle sue impronte in uscita dalla villetta.

A quasi vent’anni dal delitto, il caso Garlasco continua così a ruotare attorno ai dettagli: un elastico, una porta, una mattonella, una macchia di sangue. Elementi piccoli solo in apparenza, perché nella ricostruzione dell’omicidio di Chiara Poggi ogni oggetto rimasto sulla scena può ancora cambiare il modo in cui si legge quel mattino del 13 agosto 2007.