Il caso Garlasco torna al centro di «Ore 11» e questa volta Milo Infante mette sul tavolo quello che rischia di diventare il grande paradosso giudiziario dell’intera vicenda: cosa accadrebbe se la Procura di Pavia arrivasse alla conclusione che Andrea Sempio debba essere processato per l’omicidio di Chiara Poggi mentre per lo stesso delitto esiste ancora una condanna definitiva nei confronti di Alberto Stasi?
La questione diventa sempre più concreta mentre si avvicina il 28 settembre, data indicata per la chiusura delle indagini su Sempio, e la Procura generale di Milano continua contemporaneamente a studiare gli atti che potrebbero portare a una richiesta di revisione della condanna di Stasi.
Secondo quanto riferito durante la trasmissione, sul tavolo della Procura generale ci sarebbero già una sessantina di faldoni, ai quali potrebbero aggiungersi nuove consulenze. Un lavoro inevitabilmente complesso, perché una revisione della sentenza definitiva rappresenterebbe un passaggio decisivo nell’intera storia giudiziaria del delitto di via Pascoli.
Garlasco, il nodo della condanna definitiva di Alberto Stasi
Il giornalista Luca Fazzo individua proprio nella sentenza contro Stasi il problema che Pavia dovrà affrontare: «Finché Alberto Stasi risulta condannato in maniera definitiva per questo delitto vedo complicato portare a processo Sempio».
Infante porta il ragionamento alle estreme conseguenze. Se Pavia ritenesse di avere raccolto elementi sufficienti per indicare Sempio come responsabile dell’omicidio, si potrebbe arrivare a una situazione apparentemente contraddittoria: una Procura convinta della responsabilità di un nuovo indagato mentre un’altra persona continua a essere definitivamente condannata per lo stesso delitto.
Fazzo ritiene possibile un congelamento della situazione in attesa di capire quale sarà il destino giudiziario di Stasi. Il conduttore sottolinea però un altro problema: una revisione può richiedere molto tempo. «Ci troveremmo in un Paese in cui la Procura, che rappresenta la giustizia, sostiene l’innocenza di Stasi e la colpevolezza di Sempio, ma non lo processiamo perché c’è già un condannato in via definitiva?», domanda Infante.
Il conduttore aggiunge inoltre di ritenere che la difesa di Stasi stia lavorando autonomamente alla revisione e ipotizza l’esistenza di un nuovo elemento. Se la Procura generale non dovesse procedere, secondo Infante potrebbero essere direttamente i legali del condannato a presentare un’istanza alla Corte d’Appello di Brescia.
I «non ricordo» di Cassese e le anomalie dell’interrogatorio di Sempio
La discussione si sposta quindi sulle indagini originarie e sulla posizione dell’allora colonnello dei carabinieri Marco Cassese, oggi indagato dopo essere stato ascoltato dagli inquirenti.
Al centro delle domande ci sono soprattutto i numerosi «non ricordo» pronunciati durante l’interrogatorio e quanto sarebbe accaduto durante l’audizione di Andrea Sempio nel 2007. Fra gli episodi tornati sotto la lente degli investigatori c’è anche il malore del giovane e l’arrivo di un’ambulanza.
Infante insiste proprio su questo punto. L’arrivo di un’ambulanza all’interno di una caserma, osserva, difficilmente passa inosservato: oltre alla necessità di assistere la persona che sta male, normalmente si presta attenzione alle circostanze del malore e a quanto accade durante l’intervento.
Umberto Brindani sottolinea invece la quantità di episodi che, secondo le nuove ricostruzioni, sarebbero avvenuti durante quelle ore senza trovare adeguato riscontro nel verbale: entrate e uscite, la ricerca dello scontrino e lo stesso malore di Sempio. «Cassese ha una memoria selettiva», osserva Brindani, ricordando come alcuni particolari vengano ricostruiti con precisione mentre su altri prevalga il «non ricordo».
Per Infante, il fatto stesso che Cassese sia stato iscritto nel registro degli indagati significa che gli accertamenti sulle vecchie indagini non possono essere considerati conclusi: «Indagare non viene fatto per dispetto, vuol dire che non finisce qui».
Fazzo attacca Cassese, Milo Infante lo blocca in diretta
È a questo punto che il confronto in studio diventa più acceso. Fazzo sostiene che l’attenzione degli investigatori sulla posizione di Cassese non sia casuale e collega il suo ruolo alla convinzione, maturata nelle prime fasi dell’inchiesta, che la pista Stasi fosse quella decisiva.
Poi arriva la stoccata personale. Fazzo osserva che questo spiegherebbe anche perché, dopo diciannove anni, Cassese sia ancora colonnello mentre diversi suoi colleghi sono diventati generali. Infante interviene immediatamente e prende le distanze: «Questa battuta però non te la faccio passare, non mi sembra giusto nei suoi confronti».
Un richiamo netto che riporta il confronto sul terreno dell’inchiesta. Perché il punto non è la carriera di Cassese, ma capire se le indagini condotte dopo l’omicidio di Chiara Poggi abbiano trascurato elementi che oggi, diciannove anni dopo, stanno assumendo un significato completamente diverso.
Ed è proprio questo il nodo che rende la nuova fase del caso Garlasco sempre più delicata: mentre Pavia cerca di stabilire se esistano elementi sufficienti per procedere contro Sempio, Milano deve capire se quanto sta emergendo possa incidere sulla condanna definitiva di Stasi. Due percorsi giudiziari diversi che potrebbero presto trovarsi davanti alla stessa, enorme domanda: può reggere ancora la verità giudiziaria stabilita definitivamente nel 2015?







