Roberta Petrelluzzi non usa mezzi termini. La storica conduttrice di “Un giorno in pretura” guarda al clamore che circonda da mesi il delitto di Garlasco e pronuncia un giudizio durissimo: «Una vergogna, un’esagerazione». Nel mirino della giornalista Rai non finiscono le nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, che la Procura di Pavia conduce nell’ambito del fascicolo aperto su Andrea Sempio, ma il modo in cui molti programmi televisivi raccontano ogni sviluppo, indiscrezione o ipotesi investigativa.
Petrelluzzi contesta soprattutto l’invasione della cronaca nera in televisione e la tendenza a trasformare un procedimento giudiziario in una serie quotidiana, alimentata da anticipazioni, plastici, ricostruzioni, ospiti ricorrenti e contrapposizioni spesso più adatte a uno spettacolo che a un’informazione rigorosa. «Tutta la tv invasa da cronaca nera. Il caso Garlasco? Una vergogna, un’esagerazione. Rende tanto e costa poco, mentre noi costiamo tanto e rendiamo poco», ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera.
La conduttrice rivendica così la linea editoriale di “Un giorno in pretura”, il programma che da quasi quarant’anni racconta la giustizia attraverso le udienze, gli atti e le parole pronunciate nelle aule dei tribunali. Una scelta che richiede studio, selezione dei materiali e un lungo lavoro di montaggio, lontano dalla rincorsa quotidiana all’ultima indiscrezione. Proprio per questo Petrelluzzi considera un motivo d’orgoglio non aver mai dedicato una puntata al delitto di Chiara Poggi.
Petrelluzzi contro la spettacolarizzazione di Garlasco
Il caso Garlasco occupa da mesi una parte consistente dei palinsesti televisivi. Talk show, trasmissioni pomeridiane e programmi specializzati analizzano reperti, testimonianze, fotografie, tabulati e perizie, spesso affidando il confronto a consulenti, avvocati, giornalisti e opinionisti. La nuova inchiesta su Andrea Sempio ha riacceso l’interesse per un delitto che risale al 13 agosto 2007, quando Chiara Poggi morì nella villetta della sua famiglia in via Pascoli.
Secondo Petrelluzzi, questa attenzione continua rischia di creare una gigantesca bolla mediatica. La conduttrice paragona il fenomeno alla lunga diretta televisiva di Vermicino, che nel giugno del 1981 tenne milioni di italiani davanti allo schermo durante i tentativi di salvare Alfredino Rampi. In quel caso la televisione trasformò una tragedia reale in un evento collettivo seguito senza interruzioni. Oggi, secondo la giornalista, il meccanismo si ripresenta con forme diverse, ma conserva la stessa capacità di moltiplicare l’emotività e confondere il racconto dei fatti con lo spettacolo.
Petrelluzzi non rifiuta la cronaca giudiziaria. Tutta la sua carriera dimostra il contrario. Contesta, però, un modello che privilegia la quantità delle ore di programmazione rispetto alla qualità dell’approfondimento. “Un giorno in pretura” costruisce il racconto partendo dal processo e consente allo spettatore di ascoltare imputati, testimoni, pubblici ministeri e avvocati. Molti programmi dedicati a Garlasco, invece, anticipano il giudizio, sovrappongono ipotesi investigative e convinzioni personali e trasformano ogni elemento in una possibile svolta.
Le parole su Alberto Stasi e le due assoluzioni
La riflessione più controversa riguarda Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara Poggi e unico condannato in via definitiva per l’omicidio. Petrelluzzi richiama le due assoluzioni che segnarono la prima parte del procedimento e afferma: «Alberto Stasi è stato assolto per ben due volte. Allora: basta, interrompiamo. Se in primo grado e in appello non sono riusciti a trovare le prove sufficienti si deve chiudere».
Le parole della giornalista sintetizzano una posizione molto netta, ma il percorso giudiziario del caso richiede una ricostruzione completa. Nel 2009 il giudice Stefano Vitelli assolse Stasi al termine del processo con rito abbreviato. Nel 2011 la Corte d’assise d’appello di Milano confermò quella decisione. La Corte di cassazione, però, annullò l’assoluzione nel 2013 e ordinò un nuovo processo d’appello, indicando la necessità di approfondire diversi punti della vicenda.
Nel dicembre 2014 la nuova Corte d’assise d’appello condannò Stasi a 16 anni di reclusione. Un anno più tardi la Cassazione confermò la sentenza e rese definitiva la condanna. Il sistema giudiziario, dunque, non chiuse il caso dopo le prime due assoluzioni perché i giudici di legittimità individuarono carenze nella valutazione degli elementi raccolti e disposero un nuovo esame. Petrelluzzi concentra la propria critica sulle prime decisioni e sul principio secondo il quale due giudizi favorevoli all’imputato avrebbero dovuto imporre la conclusione del procedimento.
La sua posizione riapre inevitabilmente il confronto tra garantismo, certezza della pena e meccanismi delle impugnazioni. Le assoluzioni in primo grado e nel primo processo d’appello rappresentano passaggi fondamentali, ma non cancellano la successiva condanna definitiva. Allo stesso modo, la nuova inchiesta su Sempio non annulla automaticamente la sentenza contro Stasi: la Procura deve verificare gli elementi emersi e stabilire se possano sostenere una diversa ricostruzione del delitto.
Il confine tra informazione e processo mediatico
L’intervento di Roberta Petrelluzzi tocca una questione che supera il caso Garlasco: quale confine deve rispettare la televisione quando racconta un omicidio ancora al centro di indagini e controversie giudiziarie? Il diritto di informare comprende il racconto delle novità investigative e delle posizioni delle parti. La ricerca dell’ascolto, però, può spingere verso semplificazioni, titoli assoluti e verdetti anticipati.
Il rischio cresce quando il dibattito televisivo assegna ruoli fissi ai protagonisti: innocente, colpevole, testimone inattendibile, investigatore che avrebbe sbagliato tutto. Ogni nuova analisi può modificare il quadro, ma la televisione tende spesso a presentarla come la prova decisiva. Il pubblico riceve così una successione di certezze provvisorie che si contraddicono da un giorno all’altro e producono più confusione che conoscenza.
Nel delitto di Garlasco questo meccanismo coinvolge persone reali. La famiglia di Chiara Poggi convive da quasi vent’anni con il dolore e con l’esposizione pubblica della vicenda. Alberto Stasi sconta una condanna definitiva. Andrea Sempio affronta una nuova indagine e conserva il diritto alla presunzione d’innocenza. Anche testimoni, parenti, consulenti e investigatori subiscono gli effetti di un’attenzione mediatica che spesso oltrepassa il contenuto degli atti.
Petrelluzzi richiama quindi la televisione alla responsabilità. La cronaca giudiziaria può aiutare il pubblico a comprendere il funzionamento della giustizia, ma deve distinguere i fatti dalle ipotesi e le prove dalle suggestioni. “Un giorno in pretura” ha costruito la propria identità proprio su questo metodo: mostrare il processo, rispettarne i tempi e lasciare che gli spettatori ascoltino le diverse voci senza trasformare ogni udienza in uno spettacolo.
Il giudizio della conduttrice su Garlasco resta drastico e, soprattutto nella parte relativa ad Alberto Stasi, alimenterà nuove discussioni. Il cuore del suo intervento, tuttavia, riguarda il sistema televisivo: la cronaca nera garantisce ascolti, occupa molte ore di programmazione e richiede costi contenuti. Proprio questa convenienza economica, secondo Petrelluzzi, spinge le reti a dilatare il racconto fino a trasformare un delitto in un appuntamento seriale.







