La perizia sulla camminata di Alberto Stasi torna al centro del dibattito sul delitto di Garlasco. Dopo le critiche formulate da diversi consulenti e divulgatori, anche l’Istituto di Scienze Forensi ha pubblicato una lunga analisi che contesta il metodo seguito durante l’esperimento giudiziale sulle scarpe Lacoste. L’ISF accompagna la relazione con un video dedicato a quelli che definisce «quattro errori metodologici».
Gli autori dello studio – Massimo Blanco, Maria Carla Rampulla e Mara Ricci della Divisione investigazioni scientifiche dell’ISF – concentrano l’attenzione sulla distinzione tra sangue fluido e sangue essiccato, sulle diciannove ore trascorse prima del sequestro delle scarpe, sulle caratteristiche fisiche del collaudatore e sui modelli matematici usati per ricostruire i passi compiuti nella villetta di via Pascoli.
L’analisi sostiene che l’esperimento del 2014 non abbia riprodotto le condizioni reali nelle quali Stasi avrebbe camminato dopo aver trovato il corpo di Chiara Poggi. L’Istituto parla di un «indizio al contrario»: l’assenza di sangue sulle suole, invece di rappresentare un dato neutro o favorevole all’imputato, contribuì a sostenere l’ipotesi che Stasi avesse mentito sul percorso dichiarato o avesse indossato scarpe diverse.
Occorre tuttavia chiarire la natura del documento. L’ISF ha prodotto uno studio critico indipendente, non una perizia ordinata dall’autorità giudiziaria. Gli autori propongono una rilettura scientifica degli accertamenti, ma nessun giudice ha ancora valutato le loro conclusioni in contraddittorio con i periti che lavorarono al processo. La relazione non annulla la sentenza definitiva che condanna Stasi a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi.
Il sangue secco non aderirebbe come quello fluido
Il primo punto riguarda la diversa reazione del sangue al contatto con una suola. Secondo l’ISF, la perizia collegiale guidata dal medico legale Roberto Testi verificò sia il calpestamento del sangue fluido sia quello del sangue essiccato e ottenne in entrambi i casi una risposta positiva al luminol. Il test rilevò quindi materiale ematico sulle scarpe subito dopo il passaggio.
Per gli autori dello studio, però, quel risultato descrive soltanto l’«istante zero» e non chiarisce quanto a lungo la traccia possa restare sulla suola. Il sangue ancora liquido penetra nelle porosità e nelle scanalature della gomma attraverso la pressione e la capillarità. Il sangue essiccato, invece, forma una struttura rigida e fragile: il piede rompe la crosta e può incastrarne alcuni frammenti nel battistrada, ma quelle particelle conserverebbero un’adesione superficiale e molto più debole.
L’ISF non accusa i periti del 2014 di aver omesso tutti i limiti dell’esperimento. La stessa relazione giudiziale, secondo lo studio, segnalò l’impossibilità di riprodurre esattamente l’usura accumulata nelle diciannove ore precedenti il sequestro delle Lacoste. Gli autori concentrano quindi la critica soprattutto sull’interpretazione che la Corte attribuì al test: i giudici avrebbero trasformato una positività immediata in una certezza valida anche molte ore dopo il calpestamento.
Il punto tocca uno dei passaggi più discussi della condanna. Stasi dichiarò di aver percorso il corridoio e raggiunto la scala che conduceva alla cantina, dove vide il corpo della fidanzata. Gli accertamenti non individuarono sangue sulle suole delle scarpe che consegnò agli investigatori. Secondo la ricostruzione accolta nel processo, quel dato risultava incompatibile con la quantità e la distribuzione delle macchie presenti sul pavimento.
Le diciannove ore che il test non avrebbe riprodotto
L’Istituto indica il tempo come la variabile principale. Gli investigatori sequestrarono le scarpe circa diciannove ore dopo il delitto. In quel periodo Stasi camminò su superfici diverse, dall’asfalto alla ghiaia, dal cemento ai pavimenti. Ogni passo provocò attrito, flessione e sfregamento della gomma.
Secondo l’ISF, questo movimento avrebbe potuto eliminare eventuali frammenti di sangue ormai secco. Lo studio paragona l’azione delle superfici abrasive a quella della carta vetrata: il contatto continuo consuma lo strato più esterno del battistrada e può rimuovere particelle prive di un ancoraggio profondo.
Durante l’esperimento giudiziale, invece, il collaudatore appoggiò la scarpa sulla traccia e sottopose subito la suola al luminol. Il test dimostrò la possibilità di raccogliere materiale ematico, ma non verificò la sua persistenza dopo centinaia o migliaia di passi. Per l’ISF, questa differenza impedisce di trasferire automaticamente il risultato di laboratorio al comportamento delle scarpe di Stasi.
La relazione critica anche le caratteristiche del tecnico che eseguì la prova. Secondo i dati riportati dall’Istituto, il collaudatore pesava circa venti chili più di Stasi e indossava scarpe di misura 45, mentre le Lacoste dell’imputato corrispondevano a una taglia 42. Il testo originale fornito parla di numero 44, ma la relazione pubblicata dall’ISF indica il 45.
Una massa maggiore aumenta la pressione esercitata dalla suola sulla macchia, mentre una scarpa più grande modifica l’area di contatto, la leva biomeccanica e la rullata del piede. Gli autori parlano per questo di un «timbro alterato» che avrebbe favorito il trasferimento del materiale ematico.
La critica non dimostra da sola che Stasi attraversò la casa senza raccogliere sangue. Indica, però, che l’esperimento non replicò perfettamente peso, numero di scarpa, movimento e usura successiva. Proprio quelle differenze, secondo l’Istituto, impedirebbero di attribuire al test un valore assoluto.
Il confronto con le scarpe dei soccorritori
Lo studio richiama poi il caso dei carabinieri e degli operatori del 118 che entrarono nella villetta dopo l’allarme. Gli investigatori repertarono più di venti paia di scarpe e calzari per controllare le possibili contaminazioni. Secondo la ricostruzione dell’ISF, le analisi non rilevarono sangue, con l’eccezione delle calzature del medico che raggiunse la pozza ancora fluida sotto il corpo di Chiara.
Gli autori considerano questo dato incompatibile con il principio dell’imbrattamento inevitabile. Se i soccorritori percorsero lo stesso ambiente senza conservare tracce sulle suole, anche Stasi avrebbe potuto attraversare il corridoio e perdere successivamente eventuali frammenti di sangue secco.
Il confronto richiede comunque prudenza. Per attribuirgli pieno valore bisognerebbe ricostruire con esattezza il percorso seguito da ogni soccorritore, la posizione delle macchie in quel momento, i dispositivi di protezione usati e il tempo trascorso prima dei controlli. L’ISF presenta il dato come una conferma della propria tesi, ma una valutazione giudiziaria dovrebbe confrontarlo con tutti gli atti e con le osservazioni delle altre parti.
La questione coinvolge anche il tappetino e la pedaliera della Volkswagen Golf. Dopo aver lasciato la villetta, Stasi usò l’automobile per raggiungere la caserma dei carabinieri. L’ISF sostiene che scarpe sporche di sangue liquido avrebbero dovuto trasferire almeno una parte del materiale sui pedali o sul tappetino. Gli accertamenti non individuarono tracce riconducibili a quel passaggio.
Il calcolo dei passi e gli automatismi di evitamento
L’ultimo fronte riguarda i modelli geometrici e probabilistici. Durante gli accertamenti, i periti mapparono le macchie sul pavimento e confrontarono gli spazi liberi con l’ingombro delle suole. Alcune elaborazioni indicarono una probabilità estremamente bassa di attraversare determinate zone senza toccare sangue.
L’ISF contesta l’applicazione di un modello casuale al comportamento umano. Una persona non posiziona i piedi come un oggetto bidimensionale che si muove senza percepire l’ambiente. Davanti a macchie visibili, il cervello può attivare automatismi di evitamento, modificare la lunghezza del passo e cambiare l’angolo di appoggio attraverso la visione periferica.
Secondo gli autori, il modello matematico non avrebbe tenuto conto di questi adattamenti biomeccanici. Stasi poteva vedere almeno una parte delle tracce e avrebbe potuto evitarle anche senza compiere una scelta pienamente consapevole. La relazione non ricostruisce però il suo percorso reale e non dimostra quali macchie notò o evitò. Contesta il significato probabilistico attribuito alla simulazione.
Uno studio critico che non riscrive ancora la sentenza
La nuova analisi si aggiunge alle discussioni che la riapertura delle indagini sul delitto di Garlasco ha riportato in primo piano. Anche una recente consulenza realizzata per la famiglia Poggi sostiene una conclusione opposta: lo spazio libero nel corridoio non avrebbe consentito a Stasi di passare senza intercettare le macchie. Le due ricostruzioni mostrano quanto il tema resti controverso.
L’ISF formula un giudizio durissimo. Parla di «errore forense», «forzatura delle variabili scientifiche» e «violazione del metodo scientifico». Le conclusioni dell’Istituto mettono in dubbio il valore attribuito alla camminata, ma non provano l’innocenza di Stasi e non cancellano gli altri elementi che i giudici considerarono nel processo.
La domanda centrale resta aperta: l’esperimento del 2014 dimostrò davvero che Stasi non poteva attraversare la villetta con quelle scarpe senza lasciare o conservare tracce di sangue? L’Istituto di Scienze Forensi risponde di no e sostiene che peso, numero di scarpa, usura e comportamento umano abbiano prodotto un modello lontano dalle condizioni reali.
La relazione completa e il video dell’ISF offrono nuovi argomenti al confronto scientifico. Soltanto un contraddittorio tecnico e un’eventuale valutazione giudiziaria potranno stabilire se quelle critiche incidano davvero sulla tenuta della ricostruzione processuale.







