Alberto Stasi sarebbe stato trasformato nel «colpevole perfetto» molto prima che la giustizia arrivasse a una sentenza definitiva. È l’accusa lanciata da Milo Infante, che torna a mettere sotto esame il modo in cui sono state condotte e raccontate le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, confrontando il trattamento riservato all’ex fidanzato della vittima con quello di Andrea Sempio, oggi indagato nella nuova inchiesta della Procura di Pavia.
Il giornalista punta il dito soprattutto contro la rappresentazione pubblica di Stasi durante gli otto anni trascorsi tra l’inizio delle indagini e la condanna definitiva del 2015. Un periodo nel quale, sostiene, l’allora imputato avrebbe subito una pressione personale e mediatica persino più dolorosa della successiva detenzione.
«Alberto Stasi è stato mostrificato in una maniera spaventosa», ha dichiarato Infante, richiamando in particolare le accuse e le insinuazioni relative al materiale pornografico trovato sul computer dell’ex studente della Bocconi.
Il confronto con Sempio, secondo il giornalista, evidenzierebbe una differenza significativa nel modo in cui i due uomini sono stati presentati all’opinione pubblica.
«A Sempio è stato risparmiato gran parte di quello che ha subito Stasi»
Infante sostiene che Andrea Sempio, amico di Marco Poggi, fratello della vittima, abbia ricevuto un trattamento mediatico complessivamente meno aggressivo rispetto a quello riservato a Stasi.
«Ad Andrea Sempio, tutto sommato, questo è stato risparmiato in gran parte», ha affermato, riferendosi alla diffusione e alla discussione pubblica di contenuti personali.
Il giornalista ha sostenuto che il materiale finora raccontato riguardante Sempio rappresenterebbe soltanto una piccola parte di quanto sarebbe stato esaminato, aggiungendo un confronto con la pornografia trovata nei file di Stasi.
La valutazione di Infante è stata contestata da chi ricorda come anche Sempio sia stato esposto per anni a sospetti e ricostruzioni pubbliche pur non essendo stato condannato per l’omicidio.
Lo stesso avvocato Liborio Cataliotti, in passato componente della difesa di Sempio, aveva denunciato quella che definiva una «mostrizzazione» del proprio assistito.
La differenza, secondo Infante, riguarderebbe anche il rapporto dei due protagonisti con la comunicazione. Mentre Stasi ha mantenuto a lungo una posizione riservata, Sempio ha partecipato a numerose interviste e occasioni pubbliche, scegliendo di rispondere direttamente alle accuse e alle domande sul caso.
Il giornalista ha ricordato inoltre alcune dichiarazioni attribuite a Sempio, tra cui un riferimento sprezzante al «popolo bue», per evidenziare la distanza tra il suo atteggiamento passato verso l’opinione pubblica e l’attuale esposizione mediatica.
Le accuse di pedopornografia e gli errori contestati agli esperti
Uno dei punti più duri dell’intervento di Infante riguarda la ricostruzione delle attività informatiche di Alberto Stasi e, in particolare, le accuse relative alla presenza di materiale pedopornografico.
Il giornalista sostiene che alcune attribuzioni effettuate nel corso delle indagini siano state successivamente smentite e contesta il ruolo dei consulenti che hanno continuato a difendere pubblicamente quelle ricostruzioni.
Secondo Infante, gli accertamenti più recenti avrebbero chiarito che Stasi non aveva scaricato il filmato pedopornografico inizialmente ricondotto alle sue attività, mettendo in discussione la correttezza del percorso utilizzato per attribuirgli quel materiale.
La critica si concentra sulla responsabilità professionale degli esperti chiamati a interpretare dati informatici destinati ad avere un peso significativo nell’immagine pubblica dell’indagato.
«Tutti quegli scienziati che sono andati avanti anni nei salotti televisivi dovrebbero scomparire per un certo numero di anni», ha attaccato Infante, sostenendo che un errore di attribuzione tanto delicato dovrebbe avere conseguenze sulla credibilità di chi lo ha commesso.
«Perché vuol dire che non sei bravo a fare il tuo mestiere, vuol dire che hai fatto una cosa sbagliata, che sei un incompetente, che sei un incapace», ha aggiunto.
Il giornalista ha quindi posto una questione che riguarda il controllo delle consulenze tecniche: chi risponde delle conclusioni sbagliate quando vengono utilizzate per sostenere ricostruzioni accusatorie e continuano a circolare anche dopo l’emergere di elementi contrari?
Gli otto anni dei processi: «Una sofferenza che si rinnovava ogni giorno»
Infante ha affrontato anche le conseguenze personali del procedimento giudiziario su Alberto Stasi, richiamando alcune dichiarazioni rese dallo stesso condannato.
Secondo il giornalista, Stasi avrebbe vissuto gli otto anni delle indagini e dei processi con una sofferenza persino maggiore rispetto a quella provata dopo l’ingresso in carcere.
«Nel momento in cui tu entri in carcere, in qualche modo cominci a elaborare il fatto che ti è toccata e quindi te ne fai una ragione», ha spiegato Infante, riprendendo il racconto dell’ex fidanzato di Chiara Poggi.
Durante il procedimento, invece, ogni interrogatorio, udienza e nuova accusa avrebbe rappresentato un ulteriore momento di tensione, senza la possibilità di considerare conclusa la vicenda.
È una riflessione che il giornalista collega alla pressione esercitata sull’imputato anche al di fuori delle aule giudiziarie, attraverso la diffusione di informazioni personali e ricostruzioni spesso presentate al pubblico come certezze.
«Se non Stasi, chi?»: l’accusa sulle indagini di Vigevano
L’ultima parte della critica riguarda il metodo investigativo adottato nelle prime fasi dell’inchiesta. Infante sostiene che, nei momenti di difficoltà, all’interno della Procura di Vigevano sarebbe ricorsa una domanda: «Se non Stasi, chi?».
Secondo il giornalista, la risposta sarebbe stata sempre la stessa, Alberto Stasi, al punto da trasformarlo nel «colpevole perfetto» attorno al quale costruire l’intera ricostruzione del delitto.
Infante ritiene che alcune accuse abbiano successivamente mostrato debolezze o siano state messe in discussione da nuovi accertamenti. Tra gli esempi richiamati figura la controversia sulle tracce biologiche attribuite ai pedali della bicicletta di Stasi.
Il giornalista ha definito difficilmente spiegabile la vicenda del Dna di Chiara Poggi sui pedali, sostenendo che esisterebbe una spiegazione razionale delle anomalie emerse, senza però indicarla esplicitamente.
Il tema si collega ai dubbi recentemente sollevati da alcuni ex consulenti della difesa sulla gestione dei campioni e sulle analisi negative ritrovate nei documenti del Ris di Parma.
La tesi di Infante è che Stasi sia stato al centro di un processo di identificazione del colpevole nel quale anche elementi controversi avrebbero contribuito a consolidare una rappresentazione pubblica estremamente negativa.
Le sue dichiarazioni non modificano la condanna definitiva pronunciata nei confronti di Stasi, ma rilanciano il confronto sull’affidabilità di alcuni accertamenti e sulla responsabilità di chi, nel corso degli anni, li ha presentati come elementi decisivi.







