Diciannove anni dopo, la villetta di via Pascoli a Garlasco continua a raccontare la mattina in cui Chiara Poggi venne uccisa. Sangue, impronte, posizione del corpo e percorso delle scarpe compongono una sequenza che gli atti giudiziari hanno ricostruito negli anni. Oggi quella sequenza torna di stretta attualità mentre la nuova indagine che coinvolge Andrea Sempio si avvicina a un passaggio decisivo.
Sul delitto esiste una sentenza definitiva che ha condannato Alberto Stasi a 16 anni di reclusione. La nuova inchiesta della Procura di Pavia impone però di rileggere alcuni elementi della scena del crimine alla luce degli accertamenti svolti su Sempio, amico di Marco Poggi e frequentatore della casa.
La domanda che attraversa ancora il caso è semplice soltanto in apparenza: che cosa fece l’assassino dentro quella villetta la mattina del 13 agosto 2007?
Chiara apre la porta: conosce chi ha davanti
La ricostruzione contenuta negli atti parte dall’ingresso dell’assassino. Secondo quanto stabilito nel processo, Chiara conosceva molto bene la persona che aveva davanti e non percepì immediatamente il pericolo.
La ventiseienne non avrebbe avuto il tempo di difendersi. Non emergono i segni di una lunga colluttazione e la prima aggressione avviene a pochi passi dall’ingresso. I giudici descrissero una fiducia tale da non provocare in Chiara una reazione immediata.
Poi comincia la violenza.
Chiara viene colpita, cade e batte il capo. Le sue mani si contraggono e strisciano sul pavimento mentre l’aggressore continua a colpirla. La dinamica prosegue fino al momento in cui il killer deve spostare il corpo della ragazza, che pesava poco meno di cinquanta chili.
Ed è proprio questo passaggio a lasciare alcune delle tracce più importanti.
Le mani insanguinate sulla maglia rosa di Chiara
Sulla maglia rosa del pigiama, all’altezza della spalla sinistra, vengono individuate quattro tracce riconducibili a polpastrelli insanguinati. Nella parte anteriore compare anche un frammento di impronta palmare.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, quelle tracce raccontano il momento nel quale l’assassino afferra Chiara per spostarla verso la scala della cantina.
Quelle impronte, tuttavia, non hanno fornito l’identificazione che oggi potrebbe apparire decisiva. Il corpo venne girato e la maglia arrivò al medico legale completamente intrisa di sangue, circostanza che compromise la possibilità di ricavare elementi utili da quelle tracce.
Resta però la dinamica: l’assassino prende Chiara con entrambe le mani e la porta fino all’imboccatura della scala.
Il killer non scende le scale: il corpo viene scaraventato dall’alto
Uno dei particolari più impressionanti riguarda proprio la scala che conduce alla cantina. È ripida, priva di corrimano, composta da tredici gradini e presenta due curve.
Secondo la ricostruzione contenuta negli atti, l’assassino non scende insieme a Chiara.
Le impronte delle scarpe insanguinate si fermano infatti al livello del pavimento in cotto, proprio dove iniziano i gradini in marmo. Il killer arriva sulla soglia e da quella posizione lascia precipitare il corpo.
Chiara scivola lungo la scala e si ferma più in basso. La testa raggiunge il nono gradino e resta rivolta verso il basso, mentre una parte del volto rimane visibile.
È un elemento fondamentale perché separa il percorso del corpo da quello dell’aggressore: Chiara scende quella scala, il suo assassino no.
Le scarpe numero 42 e il percorso lasciato dal sangue
Il killer lascia però dietro di sé un’altra traccia: le impronte delle cosiddette «scarpe a pallini». Le successive analisi hanno indicato una misura compatibile con il numero 42.
Le suole sporche di sangue permettono di ricostruire almeno una parte dei suoi movimenti dopo l’aggressione. Dalla zona della scala l’assassino si dirige verso il bagno, passa nella saletta sul fondo e successivamente raggiunge la cucina e l’uscita.
Non si tratta quindi soltanto di stabilire dove avvenne l’aggressione. Le tracce consentono di seguire materialmente alcuni spostamenti compiuti nella casa dopo che Chiara era già stata scaraventata verso la cantina.
Ed è a questo punto che entra in scena un altro particolare destinato a pesare enormemente nel processo.
Dopo l’omicidio il killer va in bagno e si lava
Le mani dell’assassino sono sporche di sangue. Lo dimostrano anche le tracce rimaste sulla maglia di Chiara. Secondo la ricostruzione accolta dai giudici, dopo aver abbandonato il corpo sulla scala l’aggressore raggiunge il bagno per lavarsi.
Dalla casa risultarono mancanti anche alcuni asciugamani.
Sul dispenser del sapone vennero invece individuate due impronte attribuite ad Alberto Stasi. La sentenza ha valorizzato anche questo elemento nel quadro complessivo che portò alla sua condanna definitiva.
Il passaggio resta particolarmente delicato alla luce della nuova inchiesta. Le impronte di Stasi sul dispenser costituiscono un dato, mentre la ricostruzione secondo cui quello sarebbe stato uno degli ultimi oggetti utilizzati dall’assassino appartiene alla valutazione compiuta nel processo.
L’impronta di Sempio sulla parete delle scale
Ed eccoci al punto che collega la vecchia scena del crimine alla nuova indagine.
Secondo la consulenza tecnica acquisita dalla Procura di Pavia, un’impronta della mano destra attribuita ad Andrea Sempio si trova sulla parete in prossimità della scala che conduce alla cantina. La presenza dell’impronta, da sola, non stabilisce quando sia stata lasciata né dimostra la partecipazione all’omicidio.
Sempio frequentava infatti la casa Poggi e ha dichiarato pubblicamente di essere stato nelle diverse stanze dell’abitazione. Proprio per questo il problema investigativo non consiste soltanto nell’attribuire una traccia, ma nel determinarne il significato e la collocazione temporale.
È uno dei nodi sui quali lavora la nuova indagine.
Una scena del crimine che dopo diciannove anni parla ancora
La sequenza ricostruita dagli atti rimane impressionante nella sua linearità. Chiara apre a una persona che conosce. L’aggressione comincia vicino all’ingresso. Il killer la colpisce più volte, afferra il corpo con le mani sporche di sangue e lo trascina fino alla scala. Poi lo lascia precipitare senza scendere sui gradini.
A quel punto si allontana dalla scala, raggiunge il bagno e, secondo la ricostruzione giudiziaria, si lava. Infine attraversa nuovamente la casa e se ne va.
Quasi diciannove anni dopo, investigatori, consulenti e magistrati stanno tornando proprio su quelle tracce. Impronte delle mani, scarpe, Dna e reperti che nel 2007 sembravano avere già raccontato tutto vengono riletti con tecniche e domande nuove.
Sul piano giudiziario resta ferma la condanna definitiva di Alberto Stasi. Sul piano investigativo, invece, la Procura sta cercando di stabilire quale significato attribuire agli elementi raccolti nell’indagine su Andrea Sempio e se possano trovare una collocazione coerente nella dinamica dell’omicidio.
Perché la villetta di via Pascoli conserva ancora la domanda che accompagna il caso Garlasco dal 13 agosto 2007: chi lasciò davvero tutte quelle tracce mentre Chiara Poggi moriva?







