Per anni Luciano Garofano è stato l’uomo delle certezze scientifiche. Il generale del Ris, il volto televisivo delle investigazioni da laboratorio, l’esperto che spiegava agli italiani come una minuscola traccia potesse smascherare un assassino. Soprattutto, l’uomo che ha sempre difeso il lavoro svolto dal suo reparto sul delitto di Garlasco, arrivando a scandire parole che oggi, alla luce di quanto emerge dalla nuova inchiesta della Procura di Pavia, pesano come pietre: «Noi del Ris non abbiamo commesso errori. Tutte le procedure sono state eseguite correttamente».
Adesso proprio quelle procedure sono finite sotto la lente. E non per una teoria costruita diciannove anni dopo, ma per due analisi genetiche effettuate nel 2007 sul campione prelevato dai pedali della bicicletta di Alberto Stasi. Due controlli che diedero esito negativo dopo che, il giorno precedente, sullo stesso estratto era stato ottenuto un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi.
Quei due risultati esistevano. Eppure non comparvero nella relazione del Ris.
Nel frattempo Alberto Stasi è stato processato, assolto, nuovamente giudicato, condannato definitivamente a sedici anni per l’omicidio della fidanzata e ha trascorso anni in carcere. Nessuno può stabilire oggi che quelle due analisi avrebbero cambiato il verdetto, né trasformarle automaticamente nella prova della sua innocenza. Ma c’è una domanda che ormai nessuno può evitare: perché una contraddizione scientifica di questa portata non venne riportata?
Due test negativi esistevano già nel 2007: perché nessuno li mise nero su bianco?
È questo il cuore del terremoto che scuote nuovamente il caso Garlasco. I nuovi accertamenti hanno riportato alla luce dai dati grezzi due controanalisi eseguite il 20 settembre 2007 sul campione relativo ai pedali della bicicletta sequestrata ad Alberto Stasi.
Il giorno precedente il Ris aveva ottenuto dallo stesso estratto un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi. Le due verifiche successive, invece, diedero esito negativo.
Non è un dettaglio. Quando un risultato scientifico cambia nel giro di ventiquattr’ore sul medesimo campione, il problema non consiste nello scegliere quello che piace di più. Bisogna capire perché i risultati divergano, verificare la qualità del campione, valutare eventuali contaminazioni e approfondire la discordanza.
Proprio questo è uno dei punti sui quali si concentra oggi la nuova inchiesta. I consulenti della Procura hanno confermato l’esistenza delle due analisi e ritengono che quella contraddizione meritasse ulteriori verifiche.
Ma nella relazione del Ris quelle due analisi negative non vennero riportate.
È questo che cambia completamente la prospettiva. Non stiamo parlando di una tecnologia inventata vent’anni dopo, capace oggi di vedere ciò che nel 2007 era invisibile. I test erano stati fatti allora. I risultati erano già disponibili allora.
E qualcuno deve spiegare perché non entrarono nella ricostruzione ufficiale degli accertamenti.
Garofano: «Noi del Ris non abbiamo commesso errori»
Luciano Garofano guidava il Ris di Parma durante le prime indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Nel 2009, dopo la prima assoluzione di Alberto Stasi, difese apertamente il lavoro del reparto: «Noi del Ris non abbiamo commesso errori», dichiarò, aggiungendo che «tutte le procedure sono state eseguite correttamente».
La sua convinzione è rimasta sostanzialmente la stessa negli anni. Anche quando la Procura di Pavia ha riaperto il caso, l’ex generale ha continuato a rivendicare la qualità del lavoro svolto dai propri collaboratori: «Io, come ex comandante del Ris, sono assolutamente convinto del lavoro pregevole fatto dai miei collaboratori. Poi si può sbagliare, questo è umano. Ma non credo che noi abbiamo sbagliato».
Oggi quelle dichiarazioni acquistano inevitabilmente un peso diverso.
Perché nessuno sta sostenendo che Garofano abbia personalmente occultato quei risultati e, allo stato, l’ex generale non risulta indagato. La Procura di Pavia lo ha sentito come persona informata sui fatti insieme ad altri militari che parteciparono agli accertamenti dell’epoca.
Ma proprio perché comandava quel reparto e ne ha difeso pubblicamente il lavoro per quasi vent’anni, la questione lo riguarda direttamente sul piano della ricostruzione dei fatti: sapeva dell’esistenza delle due controanalisi negative?
Se lo sapeva, bisogna capire come vennero valutate. Se non lo sapeva, bisogna comprendere come sia stato possibile che due risultati potenzialmente così importanti non arrivassero al comandante del reparto.
Garofano raccontò i test sui pedali, ma non quei due risultati
C’è poi un particolare che rende questa storia ancora più difficile da liquidare come una semplice disputa tecnica. Soltanto pochi mesi fa Garofano è tornato pubblicamente proprio sugli accertamenti effettuati sui pedali della bicicletta di Stasi.
La sua ricostruzione era dettagliata. Spiegava che il Ris aveva sottoposto i pedali alle luci forensi, al luminol e al Combur test. Ricordava che le prime verifiche avevano dato esito negativo e che una successiva osservazione al microscopio aveva consentito di individuare nove microtracce. Otto reagirono positivamente al Combur test e gli accertamenti portarono a quantificare il Dna attribuito a Chiara Poggi in 2,78 nanogrammi per microlitro.
Una ricostruzione precisa nella quale, tuttavia, non comparivano le due successive analisi genetiche negative.
Perché?
È la domanda che adesso assume un peso enorme. Non perché consenta di attribuire automaticamente una responsabilità a Garofano, ma perché riguarda la completezza delle informazioni sulle quali magistrati, consulenti, avvocati e giudici hanno costruito per anni le proprie valutazioni.
Stasi ha trascorso anni dietro le sbarre: non è una questione da laboratorio
Quando si parla di analisi genetiche è facile perdersi tra sigle, quantità infinitesimali di materiale biologico e procedure incomprensibili per chi non possiede una preparazione scientifica. Ma dietro quei numeri c’è qualcosa di tremendamente concreto: la libertà di un uomo.
Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni per l’omicidio di Chiara Poggi. La sentenza resta pienamente valida e le nuove acquisizioni non equivalgono a una sua assoluzione. Nessuno può sapere oggi se la conoscenza di quei due test negativi avrebbe prodotto un risultato processuale differente.
Ma è altrettanto impossibile sostenere che non contino.
Una difesa deve poter conoscere anche gli elementi che contraddicono una prova utilizzata contro il proprio assistito. Un giudice deve poter valutare il quadro nella sua interezza. E se un laboratorio ottiene risultati divergenti sullo stesso campione, quella divergenza non può semplicemente scomparire dal racconto degli accertamenti senza che qualcuno spieghi perché.
È per questo che la vicenda provoca tanta rabbia. Perché mentre per anni si discuteva della forza delle prove scientifiche contro Stasi, due risultati negativi erano già stati prodotti nel laboratorio che aveva esaminato quei pedali.
Dal Ris alla consulenza per Andrea Sempio: il cortocircuito di Garofano
La storia professionale di Luciano Garofano rende il nuovo capitolo ancora più clamoroso. Figlio di un ufficiale dell’Arma, laureato in Scienze biologiche e specializzato in Tossicologia forense, entrò nel mondo delle investigazioni scientifiche alla fine degli anni Settanta e nel 1995 arrivò alla guida del Ris di Parma.
Sotto il suo comando il reparto lavorò su alcuni dei casi più importanti della cronaca nera italiana: Cogne, Novi Ligure, Erba, Donato Bilancia, Unabomber. Garofano diventò così il volto di una stagione nella quale l’investigazione scientifica conquistò un ruolo centrale anche nell’immaginario collettivo.
Dopo avere lasciato l’Arma, passò dall’altra parte del tavolo diventando consulente tecnico delle difese. E proprio nel caso Garlasco arrivò un altro cortocircuito: Garofano entrò nel collegio difensivo di Andrea Sempio, l’amico di Marco Poggi oggi indagato nella nuova inchiesta sull’omicidio e che l’ex generale ha sempre dichiarato di ritenere estraneo al delitto.
Nel settembre 2025 lasciò la squadra difensiva spiegando che la decisione nasceva dalla mancata condivisione di alcuni suoi suggerimenti tecnico-scientifici. Ora la storia lo ha riportato ancora una volta dentro il fascicolo Garlasco, ma in una posizione completamente diversa: la Procura lo ha convocato per ricostruire ciò che il Ris da lui comandato fece nel 2007.
La rabbia esplode perché adesso non basta più dire «abbiamo lavorato bene»
È probabilmente questo l’aspetto che più colpisce chi segue il caso da anni. Per quasi due decenni l’autorità della scienza ha rappresentato una delle certezze sulle quali poggiava il racconto delle indagini. Il Ris era il luogo nel quale le opinioni lasciavano spazio ai risultati di laboratorio.
Adesso scopriamo che proprio quei risultati contenevano una contraddizione che non arrivò nella relazione.
Per questo la rabbia non nasce dalla certezza che Alberto Stasi sia innocente, perché quella certezza oggi non esiste e la sua condanna resta definitiva. Nasce da qualcosa di molto più semplice: se esistevano due test negativi, chi doveva conoscere la verità aveva diritto di sapere che esistevano.
Poi sarebbe spettato ai periti discuterne il significato, agli avvocati contestarli, ai pubblici ministeri valutarli e ai giudici decidere quanto pesassero. Ma per poter giudicare una prova bisogna prima conoscerla.
E quei due test, invece, dalla relazione erano spariti.
«Ho sempre lavorato per scoprire la verità»: adesso quella verità va raccontata tutta
Luciano Garofano ha riassunto una volta la propria carriera con una frase: «Io ho sempre lavorato per scoprire la verità».
È possibile che le nuove indagini dimostrino che non conoscesse personalmente le due analisi negative. È possibile che emergano spiegazioni tecniche capaci di chiarire perché non furono riportate. Ed è possibile che, alla fine, quei risultati non cambino di una virgola la posizione giudiziaria di Alberto Stasi.
Ma proprio perché parliamo della verità, non può mancarne un pezzo.
La Procura di Pavia dovrà adesso ricostruire chi effettuò quelle analisi, chi ne vide gli esiti, chi ne conosceva l’esistenza e chi decise che non dovessero comparire nella relazione. Soltanto allora sapremo se ci troviamo davanti a un errore, a una valutazione scientifica oggi contestata oppure a qualcosa di molto più grave.
Fino a quel momento resta una certezza che nessuna prudenza linguistica può cancellare: nel 2007 furono effettuati due test genetici negativi sul campione dei pedali della bicicletta di Alberto Stasi e quei risultati non comparvero nella relazione del Ris. Stasi, invece, in carcere ci è finito davvero. E dopo diciannove anni il «noi non abbiamo sbagliato» non può più essere la risposta. Adesso servono i fatti.







