Nel delitto di Garlasco tutti cercano il DNA, confrontano impronte e misurano scarpe, ma nessuno ha mai trovato l’arma che uccise Chiara Poggi. È il grande reperto assente da un’inchiesta che, diciannove anni dopo, ha già indicato due uomini diversi come autori della stessa aggressione. Alberto Stasi è stato condannato definitivamente a sedici anni; oggi la Procura di Pavia accusa Andrea Sempio. L’oggetto usato per colpire Chiara, però, resta fuori da entrambe le ricostruzioni.
Non è soltanto uno dei tanti misteri rimasti irrisolti. L’arma avrebbe potuto raccontare la dinamica dei colpi, la posizione dell’assassino, la sua forza, la compatibilità con le ferite e, soprattutto, restituire impronte o tracce biologiche. Sarebbe stata il punto di contatto materiale tra la mano del killer e il corpo della vittima.
Al suo posto restano ipotesi, simulazioni e conclusioni medico-legali. Tutto ciò che l’arma avrebbe potuto mostrare direttamente deve essere ricostruito attraverso ciò che ha lasciato sul corpo di Chiara.
Garlasco, il reperto che non potrà essere rianalizzato
La nuova inchiesta nasce anche dalla possibilità di rileggere con tecnologie più avanzate elementi raccolti nel 2007. Il DNA trovato sulle unghie di Chiara, le impronte e gli altri reperti sopravvissuti possono essere sottoposti a nuovi confronti e interpretazioni. Ogni esame, tuttavia, deve fare i conti con il tempo trascorso, la conservazione e le condizioni nelle quali il materiale venne originariamente acquisito.
Con l’arma questo lavoro non è possibile. Non essendo mai stata recuperata, non può essere rianalizzata, confrontata con le lesioni o sottoposta a una ricerca di tracce oggi invisibili con gli strumenti disponibili diciannove anni fa. Il progresso scientifico può tornare sui reperti esistenti, non su ciò che l’assassino riuscì a far sparire.
È un’assenza definitiva, a meno che l’oggetto non venga ritrovato. E rappresenta probabilmente il risultato più importante ottenuto dal killer dopo l’omicidio: impedire agli investigatori di esaminare ciò che aveva impugnato.
Dalle ferite di Chiara alla forma dell’arma
Le ferite consentono ai medici legali di formulare ipotesi sulle caratteristiche dello strumento utilizzato, sul numero dei colpi e sulle diverse fasi dell’aggressione. Il procedimento, però, si svolge in senso inverso: non si parte dall’arma per verificare quali lesioni possa avere prodotto, ma dalle lesioni per immaginare quale oggetto possa averle provocate.
La differenza è enorme. Più strumenti possono lasciare segni compatibili o parzialmente sovrapponibili. Senza il reperto, non è possibile stabilire se appartenesse alla famiglia Poggi, se fosse stato portato dall’esterno, se provenisse da un luogo frequentato dal colpevole o se conservasse il sangue della vittima insieme al DNA di chi lo aveva utilizzato.
L’arma avrebbe potuto chiarire anche un passaggio essenziale: la premeditazione. Se il killer la portò con sé, potrebbe essere arrivato nella villetta già preparato alla violenza. Se la prese all’interno, l’omicidio potrebbe essere esploso durante un incontro degenerato. Sono scenari diversi, con conseguenze decisive sulla ricostruzione del movente e del comportamento dell’assassino.
Due accuse costrette a girare intorno allo stesso vuoto
La sentenza contro Stasi ha dovuto raggiungere una conclusione senza l’arma, senza una confessione e senza una prova capace di mostrare direttamente il momento dell’omicidio. La nuova accusa contro Sempio parte da una ricostruzione differente e indica un altro responsabile, ma incontra lo stesso limite materiale.
Le tracce genetiche, l’impronta 33, i movimenti attribuiti all’indagato e la ricostruzione tridimensionale dell’aggressione possono contribuire a formare un quadro. Nessuno di questi elementi, però, sostituisce automaticamente l’oggetto che produsse le ferite sul corpo di Chiara. La difesa di Sempio contesta le conclusioni della Procura e saranno i giudici a stabilire se gli indizi riusciranno a superare il vaglio processuale.
Il paradosso non è soltanto che Garlasco abbia oggi un condannato definitivo e un nuovo accusato. È che entrambi vengano collegati all’omicidio mentre manca ancora il reperto che potrebbe separare una ricostruzione possibile da una dimostrazione materiale. Diciannove anni di indagini hanno permesso di tornare sul DNA, sulle impronte e sui computer. L’arma, invece, continua a custodire l’unica storia che nessun consulente può rileggere.







