Giallo della ricina, il medico indagato rompe il silenzio: «Sara Di Vita potrebbe essere stata avvelenata in due momenti distinti»

Per la prima volta parla uno dei medici coinvolti nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, uccise dalla ricina dopo il Natale 2025 a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Pietro Vuotto, uno dei cinque sanitari iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo, avanza un’ipotesi destinata ad aggiungere un nuovo elemento al giallo: Sara potrebbe aver assunto il veleno in due momenti diversi.

Vuotto era in servizio all’ospedale Cardarelli di Campobasso e visitò sia le due vittime sia Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Proprio il confronto tra le condizioni dei tre lo porta oggi a considerare plausibile una doppia esposizione della ragazza alla sostanza tossica.

Sara Di Vita e l’ipotesi dell’avvelenamento in due tempi

Il medico ricorda una Sara disidratata, con le labbra asciutte e molto pallida. Quando la quindicenne tornò in ospedale il 27 dicembre, però, il quadro appariva sensibilmente peggiorato: aveva la pressione molto bassa, mostrava uno stato confusionale, tendeva ad addormentarsi e faticava a rispondere.

Da qui nasce l’ipotesi di Vuotto. La forte differenza tra le condizioni riscontrate durante i due accessi potrebbe essere compatibile con due distinti momenti di avvelenamento. Una possibilità che gli investigatori avevano già preso in considerazione nel tentativo di ricostruire quando e come la ricina sia entrata nell’organismo delle vittime.

Antonella presentava invece sintomi molto simili a quelli della figlia, mentre Gianni Di Vita, secondo il medico, mostrava un quadro differente e condizioni complessivamente migliori.

I medici indagati e la ricina impossibile da individuare nei normali esami

Vuotto e gli altri sanitari finirono sotto indagine nei giorni immediatamente successivi alla morte di madre e figlia, quando ancora nessuno aveva scoperto la presenza della ricina. In quella fase i sintomi avevano inizialmente orientato i medici verso una tossinfezione o un’enterite.

La difesa dei sanitari sottolinea che i normali esami ospedalieri non consentivano di individuare la tossina senza elementi specifici che indirizzassero la ricerca. Anche i primi risultati degli accertamenti medico-legali sembrerebbero ridimensionare il peso di un’eventuale diversa gestione clinica: l’elevatissima concentrazione di ricina ingerita per via orale avrebbe lasciato margini estremamente ridotti per salvare Antonella e Sara.

Il filone relativo alla responsabilità dei medici resta comunque formalmente aperto e saranno gli ulteriori accertamenti disposti dalla magistratura a stabilire se vi siano state condotte penalmente rilevanti.

La Procura cerca chi ha avvelenato Antonella e Sara

Parallelamente prosegue l’inchiesta principale della Procura di Larino, che indaga contro ignoti sulla morte delle due donne. Gli investigatori cercano soprattutto di ricostruire la provenienza della ricina, il momento della somministrazione e il possibile movente.

Gli accertamenti hanno coinvolto anche alimenti, campioni biologici e dispositivi elettronici sequestrati durante l’indagine. Le analisi effettuate in Germania sui campioni di sangue di Gianni e Alice Di Vita, padre e sorella di Sara, non hanno finora evidenziato tracce di esposizione alla ricina.

L’attenzione degli inquirenti resta concentrata anche sui rapporti e sulle eventuali tensioni all’interno della cerchia familiare. Chat, computer, telefoni e testimonianze potrebbero contribuire a ricostruire ciò che accadde nei giorni precedenti il Natale 2025. Resta soprattutto una domanda: chi aveva accesso alla ricina e come riuscì a somministrarla ad Antonella e Sara senza destare sospetti?