Giallo di Pietracatella, quinta audizione per Gianni Di Vita, con lui anche un’amica. Lui e la figlia Alice negativi alla ricina

Oltre tre ore in Questura, questa volta insieme a un’amica. Gli investigatori hanno convocato nuovamente Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara Di Vita, le due donne morte alla fine dello scorso dicembre a Pietracatella dopo l’avvelenamento da ricina.

Il commercialista cinquantenne ha risposto alle domande della procuratrice di Larino Elvira Antonelli negli uffici della Questura di Campobasso. La sua posizione non è cambiata: Di Vita non è indagato, ma parte offesa e testimone nell’inchiesta per duplice omicidio volontario, che al momento non conta persone iscritte nel registro degli indagati.

Il nuovo interrogatorio arriva dopo un risultato che apre altri interrogativi: gli esami eseguiti in Germania non avrebbero rilevato ricina nell’organismo di Gianni Di Vita.

La cena del 23 dicembre al centro dell’inchiesta

Gli investigatori stanno ricostruendo soprattutto ciò che accadde il 23 dicembre, quando la famiglia cenò nella casa di via Risorgimento. Quella serata rappresenta uno dei passaggi decisivi dell’indagine sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, decedute rispettivamente il 27 e il 28 dicembre.

Di Vita aveva raccontato agli inquirenti di avere sofferto anche lui di nausea e vomito nelle ore precedenti alla cena, anche se con sintomi più lievi rispetto a quelli accusati dalla moglie e dalla figlia. I sanitari dell’ospedale di Campobasso e quelli dello Spallanzani di Roma, tuttavia, non hanno mai refertato quel malessere.

Ora gli esami condotti dall’Istituto Robert Koch di Berlino aggiungono un elemento importante: le analisi non avrebbero individuato tracce del veleno nel corpo del commercialista. Gli investigatori vogliono quindi capire che cosa abbia mangiato quella sera, quali alimenti abbia condiviso con la moglie e la figlia e quali, invece, non abbia consumato.

Perché la ricina ha colpito Antonella e Sara?

È il grande interrogativo dell’inchiesta. Se la ricina ha provocato la morte di Antonella e Sara, attraverso quale alimento è entrata nei loro organismi? E perché Gianni Di Vita, presente alla cena, non l’avrebbe ingerita?

Anche Alice Di Vita, l’altra figlia della coppia, avrebbe dato esito negativo agli esami sulla ricina. Nel suo caso, però, esiste una differenza fondamentale: Alice non partecipò alla cena del 23 dicembre.

Gli investigatori hanno già ascoltato la giovane, che il 18 agosto ha risposto nuovamente alle domande della procuratrice Antonelli. Nei prossimi giorni la Procura sentirà anche altre persone vicine alla famiglia, tra cui il fratello di Gianni Di Vita e familiari di Antonella.

Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire nel dettaglio gli ultimi giorni prima dell’avvelenamento, i rapporti familiari e soprattutto chi frequentò l’abitazione e chi avrebbe potuto avere accesso agli alimenti consumati dalla famiglia.

I 131 campioni prelevati nella casa

Le risposte più importanti potrebbero arrivare dai 131 campioni prelevati il 30 luglio nella casa di via Risorgimento. Gli specialisti stanno analizzando il materiale raccolto per cercare la ricina e, soprattutto, individuare il possibile veicolo utilizzato per somministrarla.

Capire in quale pietanza o alimento si trovasse il veleno permetterebbe di ricostruire con maggiore precisione la dinamica dell’avvelenamento. Gli investigatori devono verificare se Antonella e Sara mangiarono qualcosa che Gianni non consumò oppure se qualcuno possa avere contaminato esclusivamente le loro porzioni.

La risposta potrebbe restringere drasticamente il campo dell’indagine, perché consentirebbe di stabilire chi ebbe accesso a quell’alimento e chi avrebbe avuto concretamente la possibilità di contaminarlo.

La crisi matrimoniale raccontata da Antonella

La Procura sta approfondendo anche un altro aspetto: la situazione matrimoniale tra Antonella Di Ielsi e Gianni Di Vita nei mesi precedenti alla tragedia.

Antonella avrebbe confidato a un’amica di attraversare una crisi con il marito e potrebbe averne parlato anche con il parroco. Gli investigatori stanno raccogliendo testimonianze per comprendere la natura e la portata di quelle difficoltà e ricostruire il clima familiare precedente alle due morti.

Al momento questi approfondimenti non hanno modificato la posizione di Gianni Di Vita, che resta parte offesa e testimone e non risulta indagato.

L’inchiesta deve ancora sciogliere il nodo principale: individuare come la ricina sia arrivata sulla tavola della famiglia Di Vita e attraverso quale alimento Antonella e Sara abbiano ingerito la dose che le ha uccise. Da ciò che emergerà dalle analisi dei 131 campioni potrebbe dipendere il prossimo passo degli investigatori.