La chiamano già “la casa degli imbarazzi”, il motivo è evidente. Gabriele Gravina, presidente dimissionario della Federcalcio e vicepresidente UEFA, ha venduto un appartamento a Milano alla figlia di Aleksander Čeferin. Un’operazione da 670mila euro che, pur formalmente corretta, riapre una questione che nel calcio non si spegne mai: il confine tra ciò che è legale e ciò che è opportuno.
L’operazione immobiliare a Milano
L’immobile, circa 80 metri quadrati in via Lambro, non è nuovo alle cronache. Era stato acquistato nel 2019 dalla figliastra di Gravina per 650mila euro ed è oggi al centro di una compravendita che coinvolge direttamente la famiglia del presidente UEFA.
Dal punto di vista giuridico, la linea è chiara. Čeferin ha parlato di una “transazione effettuata legalmente”, mentre il legale di Gravina ha ribadito che ogni aspetto è stato già chiarito. Nessuna anomalia, nessuna contestazione formale. Ma il punto non è solo questo.
Il precedente con Bogarelli
A pesare sull’operazione è anche un passaggio già noto. Parte delle risorse utilizzate in passato per l’acquisto dell’immobile — circa 350mila euro — proveniva da un accordo con Marco Bogarelli, figura centrale nel business dei diritti tv sportivi.
Si trattava di una somma legata a una prelazione per l’acquisto di libri antichi. L’affare non si concluse e il denaro fu restituito. Anche su questo episodio ci furono verifiche, senza esiti giudiziari. Tuttavia, il fatto che torni oggi sul tavolo contribuisce a rendere la vicenda più ingombrante.
Il nodo vero: rapporti e percezione
Il punto più delicato resta quello dei rapporti. Gravina è stato vicepresidente UEFA sotto la guida di Čeferin. La vendita di un immobile a un familiare diretto del presidente dell’organismo europeo non configura automaticamente un illecito, ma espone a una lettura inevitabile: quella di un sistema in cui i confini tra relazioni personali e ruoli istituzionali si assottigliano.
Nel calcio, più ancora che altrove, la percezione pesa quanto i fatti. E qui la percezione è quella di un intreccio troppo stretto ai vertici, in un momento in cui il sistema è già attraversato da tensioni e inchieste.
Legalità non basta
Tutto regolare, dunque. Ma non necessariamente tutto convincente. È la distanza tra queste due dimensioni a tenere aperto il caso. Perché la legalità chiude i procedimenti, ma non sempre le domande. In questo caso la domanda resta sospesa: può un’operazione privata essere davvero neutra quando coinvolge due figure così centrali nello stesso sistema di potere?







