Ci sono film che si guardano. E poi ci sono film che si incontrano. “Baracoa” appartiene alla seconda categoria. Due giorni fa, fuori concorso al Taormina Film Festival, l’opera diretta da Luis Ernesto Doñas ha ricevuto l’abbraccio di uno dei festival più antichi e prestigiosi d’Italia, regalando al pubblico qualcosa che va ben oltre una semplice proiezione. È stato un momento di cinema vero. Di quelli che ricordano perché ci siamo innamorati delle storie raccontate sul grande schermo.
E forse non poteva esserci luogo migliore di Taormina per celebrare un film che porta dentro di sé due addii importanti. “Baracoa”, infatti, custodisce l’ultima sceneggiatura firmata da Filippo Ascione, recentemente scomparso, e una delle ultime interpretazioni cinematografiche di un monumento vivente del nostro cinema come Giancarlo Giannini.
Un passaggio di testimone, un’eredità artistica, un atto d’amore verso quel cinema italiano che ancora sa emozionare, sorprendere e raccontare l’animo umano.
L’ultima sceneggiatura di Filippo Ascione
Per chi ha conosciuto Filippo Ascione, questa presentazione aveva inevitabilmente il sapore del commiato. Ma anche quello della gratitudine.
Ascione apparteneva a quella generazione di autori che hanno contribuito a costruire il grande cinema italiano. Aveva lavorato con Federico Fellini, con Carlo Verdone, era stato una delle anime della stagione d’oro di Cecchi Gori. Nella sua carriera aveva conquistato David di Donatello e Nastri d’Argento. Eppure portava tutto quel prestigio con una semplicità quasi disarmante.
Le parole le sceglieva con cura. Le pronunciava piano. Preferiva ascoltare piuttosto che mettersi al centro della scena. Ed è forse per questo che “Baracoa” possiede una grazia particolare. Non urla mai. Non cerca effetti speciali. Non rincorre mode. Racconta gli esseri umani.
Dentro ogni dialogo si percepisce quella sensibilità che ha sempre caratterizzato la scrittura di Ascione. La capacità di trovare poesia nelle fragilità, umanità nei difetti, tenerezza nei personaggi più disillusi.
Giancarlo Giannini, l’ultimo gigante
Poi c’è Giancarlo Giannini. E basta pronunciare il suo nome perché il cinema italiano si alzi in piedi. Nel ruolo del generale Felipe, ispirato alla figura storica di Gino Doné, l’unico partigiano europeo che combatté accanto ai rivoluzionari di Fidel Castro, Giannini regala una prova di straordinaria intensità. Non ha bisogno di effetti o artifici. Gli basta uno sguardo. Una pausa. Un silenzio.
Riempie lo schermo con la naturalezza dei grandi. E lo fa interpretando un uomo che ha vissuto tutta la vita inseguendo ideali, rivoluzioni, sogni e rimpianti. Attorno a lui si muovono Carlos Luis Gonzalez, nei panni del figlio Pepe, e lo straordinario Yadier Fernandez, che dà vita al medico militare Jimmi e alla drag queen Estrellita, uno dei personaggi più belli e complessi degli ultimi anni.
È proprio dal confronto tra questi mondi apparentemente inconciliabili che nasce la magia del film prodotto da quello scopritore di storie importanti che è Francesco Papa.
Un viaggio nell’anima di Cuba e degli esseri umani
“Baracoa” è un road movie, ma soprattutto è un viaggio interiore. È una storia di padri e figli, di identità negate e ritrovate, di rivoluzioni politiche e sentimentali. Dall’Avana fino alla remota Baracoa, attraversando mille chilometri di Cuba, i protagonisti compiono un percorso che finisce per trasformare tutti.
Luis Ernesto Doñas guarda l’isola con uno sguardo innamorato ma mai retorico. Il neorealismo italiano affiora nelle immagini, nella dignità con cui vengono raccontati la povertà, la solitudine e la speranza. Ma si avvertono anche echi di Almodóvar, di Özpetek, di “Fragola e cioccolato” e persino del miglior cinema italiano degli anni Sessanta.
Il risultato è un film profondamente libero, capace di parlare di diversità, famiglia, memoria e riconciliazione senza mai trasformarsi in un manifesto ideologico. Come ha spiegato lo stesso regista, Cuba non è soltanto lo sfondo della storia. È una protagonista viva, in continuo cambiamento, che cambia pelle insieme ai suoi personaggi.







Ecco perché il piccolo cinema italiano continua a soffrire
La presentazione di Taormina, però, lascia anche una domanda amara. Se esistono film come “Baracoa”, perché il pubblico continua ad allontanarsi dalle sale? La risposta, forse, è meno drammatica di quanto si creda. Il pubblico non ha smesso di amare il cinema. Semplicemente, troppo spesso non riesce a incontrare i film migliori. Da anni il sistema continua a privilegiare gli stessi nomi, gli stessi meccanismi, gli stessi prodotti. Intanto opere autentiche, coraggiose e profondamente umane restano confinate nei festival o in distribuzioni marginali.
Eppure “Baracoa” dimostra che il talento esiste ancora. Che il cinema italiano sa ancora raccontare storie universali. Che esistono sceneggiatori come Filippo Ascione, attori come Giancarlo Giannini e registi come Luis Ernesto Doñas capaci di costruire opere che parlano al cuore. Forse la crisi del nostro cinema non nasce dall’assenza di idee. Nasce dall’invisibilità delle idee migliori. E allora la serata di Taormina assume un valore che va oltre il singolo film. Diventa un promemoria. Un invito a guardare dove spesso non guardiamo più.
Perché le rivoluzioni, come dice una delle battute più belle di “Baracoa”, non finiscono mai. E forse neppure il grande cinema italiano è finito davvero. Bisogna soltanto permettergli di essere visto.
Barracoa uscirà distribuito dalla White Lion Media di Federica Folli e Pete Maggi. Andate a vederlo!







