La destra ha già trovato il cavallo con cui correre verso le elezioni politiche del 2027: la sicurezza. Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani litigano su Europa, armi, pensioni, tasse e leadership, ma quando entrano in scena ordine pubblico, occupazioni, rivolte urbane o assalti alle forze dell’ordine tornano immediatamente a marciare nella stessa direzione. Il campo largo, invece, non ha ancora individuato un tema altrettanto forte, capace di superare le differenze tra Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra.
Gli episodi delle ultime settimane hanno reso il problema impossibile da nascondere. La morte di Abderrahim Fakir durante un intervento della polizia a Bologna, gli scontri scoppiati durante le successive proteste e l’assalto ai cantieri della Tav in Val di Susa hanno consegnato alla maggioranza il terreno sul quale si sente più sicura. Meloni ha definito la guerriglia di Chiomonte «violenza organizzata», mentre Elly Schlein ha condannato gli assalti accusando però il governo di sfruttarli politicamente.
Sala ammette il problema: «Attenti a non sembrare indulgenti»
A fotografare l’imbarazzo della sinistra è Giuseppe Sala. Il sindaco di Milano ha definito gli assalti No Tav «un atto criminale» e ha parlato di «violenza per la violenza», senza attenuanti politiche o sociali. Subito dopo, però, ha aggiunto una frase che vale più di molte analisi: «Io non credo che noi a sinistra siamo indulgenti. Dobbiamo stare attenti a non rischiare di mostrarlo».
Il problema si trova tutto in quel verbo: sembrare. Il centrosinistra può condannare la violenza, ma spesso lo fa tardi, con formule prudenti o accompagnando la condanna con una lunga serie di distinguo. Nel frattempo la destra occupa lo spazio mediatico, associa gli oppositori ai centri sociali e trasforma ogni esitazione in una prova di complicità.
Elly Schlein ha respinto l’accusa di indulgenza e ha ricordato che il Pd non ha mai avuto tentennamenti davanti alla violenza. Eppure il messaggio fatica a raggiungere l’opinione pubblica. La premier appare netta, la segretaria dem sembra costretta a difendersi. Anche quando le posizioni reali risultano meno distanti di quanto racconti la propaganda, la destra detta le parole e la sinistra le rincorre.
Il centrodestra litiga su tutto, ma la sicurezza lo riunisce
La forza politica della sicurezza non dipende soltanto dalla sensibilità degli elettori. Dipende anche dalla sua capacità di ricomporre una coalizione attraversata da scontri continui. Forza Italia difende l’europeismo, la Lega guarda a Mosca, Fratelli d’Italia sostiene Kiev; Tajani apre al fondo europeo SAFE, Salvini frena, Crosetto corregge entrambi. Ma davanti agli scontri di piazza ogni differenza scompare.
Meloni può invocare fermezza dello Stato, Salvini chiedere pene più dure e Tajani difendere polizia e legalità. Nessuno dei tre deve rinunciare alla propria identità politica. La sicurezza diventa così una bandiera comune, semplice da comunicare e capace di parlare tanto all’elettore moderato quanto a quello più radicale.
Stefano Folli, su Repubblica, individua proprio qui il vantaggio del centrodestra: l’ordine pubblico rappresenta il suo cavallo elettorale per il 2027, mentre gli avversari non dispongono ancora di un’arma equivalente.
Schlein e Conte non hanno ancora un baricentro
La difficoltà del centrosinistra nasce dall’assenza di un baricentro condiviso. Il Pd prova a tenere insieme sicurezza e garanzie, Giuseppe Conte punta sul disagio sociale e Avs teme qualsiasi inseguimento della destra sul terreno repressivo. Ogni parola rischia quindi di aprire una frattura.
Lo stesso schema emerge sulla politica estera e sulla difesa. I democratici sostengono l’Ucraina e guardano con favore a una maggiore cooperazione europea, il M5S rifiuta il riarmo e Avs si oppone all’aumento delle spese militari. Quando i leader rinviano tutto al futuro programma comune, non risolvono il problema: lo nascondono sotto il tavolo.
Un programma elettorale non può ridursi a dieci pagine di compromessi scritte per evitare litigi. Deve indicare una direzione riconoscibile, spiegare quale Paese vuole costruire e offrire agli elettori una ragione positiva per cambiare governo. Al momento il campo largo condivide soprattutto l’obiettivo di battere Meloni, ma non ancora una visione abbastanza forte per riuscirci.
Rincorrere Meloni non basta
La sinistra non può regalare la sicurezza alla destra, ma non può nemmeno limitarsi a imitarne il linguaggio. Deve costruire una proposta autonoma: tutela delle persone nelle periferie, contrasto alla criminalità, presenza dello Stato nelle strade, forze dell’ordine preparate e rispettate, ma anche prevenzione, servizi sociali e garanzie contro gli abusi.
La sicurezza riguarda chi torna a casa la sera, chi apre un negozio, chi vive in un quartiere degradato e anche chi partecipa pacificamente a una manifestazione senza voler finire in mezzo alla guerriglia. Finché il centrosinistra continuerà a trattarla come un tema imbarazzante o proprietario degli avversari, Meloni avrà già vinto metà della battaglia.
Il centrodestra ha trovato il proprio cavallo. Schlein e Conte devono ancora decidere se inseguirlo oppure presentarne uno migliore. E il derby del 2027, almeno sul piano della comunicazione politica, è già cominciato.







