Mafia, l’allarme di De Lucia: «In carcere i boss ricevono subito i cellulari. Cosa nostra cerca droni lanciamine»

cellulare in carcere

«Poche ore dopo essere entrati in carcere i mafiosi vengono muniti di apparecchi telefonici». Maurizio De Lucia, procuratore capo di Palermo, non arretra di un millimetro e porta davanti alla Commissione parlamentare Antimafia una denuncia ancora più grave di quella pronunciata nei giorni scorsi. Questa volta non si limita a descrivere istituti di pena ormai permeabili al potere criminale: cita numeri, episodi, sequestri e perfino nuovi scenari militari che mostrano quanto Cosa nostra continui a muoversi, comunicare e armarsi anche quando i suoi uomini finiscono dietro le sbarre.

In diciotto mesi la Procura di Palermo ha sequestrato 297 telefoni cellulari soltanto nelle carceri del capoluogo siciliano. Non si tratta di episodi isolati né di piccoli dispositivi nascosti per chiamare i familiari. Attraverso quei telefoni i detenuti mantengono i contatti con l’esterno, parlano con altri mafiosi rinchiusi in istituti diversi, coordinano attività criminali e impartiscono ordini. Il carcere, insomma, non spezza la catena di comando: in molti casi la lascia intatta.

Il detenuto con sette cellulari

Il caso più clamoroso riguarda James Burgio, mafioso agrigentino di primo piano e trafficante di droga. Durante la detenzione avrebbe avuto a disposizione sette cellulari, utilizzati per mesi per conversare in videochiamata con altri detenuti e continuare a dirigere i propri uomini. Un episodio che fotografa con brutalità la fragilità dei controlli e la capacità delle organizzazioni criminali di trasformare le celle in centrali operative.

De Lucia insiste proprio su questo punto: «Quando gli arrestati entrano in carcere, nel giro di poche ore vengono muniti di apparecchi di comunicazione con l’esterno». Fino a qualche tempo fa, spiega, circolavano soprattutto microcellulari. Oggi la disponibilità di smartphone consente videochiamate, messaggi cifrati, scambio di immagini e collegamenti costanti con le reti criminali attive fuori dagli istituti.

Il risultato non riguarda soltanto la sicurezza interna. Se un boss continua a dare ordini, la custodia cautelare perde gran parte della propria funzione e lo Stato mostra tutta la propria debolezza proprio davanti a chi dovrebbe trovare il coraggio di denunciare. «Questo stato di cose rende inefficace una custodia cautelare che finisce per cautelare ben poco e indebolisce la credibilità dello Stato nelle persone a cui chiediamo collaborazione», avverte il procuratore.

Palermo sotto il ricatto ordinato dal carcere

De Lucia ricorda anche un’inchiesta che ha mostrato in modo concreto quali conseguenze possa produrre questa rete di comunicazioni. Per mesi un gruppo di estortori ha terrorizzato commercianti palermitani utilizzando perfino kalashnikov. A coordinare le azioni, secondo gli investigatori, c’era un detenuto che impartiva ordini direttamente dal carcere.

Le celle non hanno quindi interrotto né limitato l’attività criminale. Al contrario, hanno offerto una base protetta dalla quale continuare a dirigere estorsioni e intimidazioni. È questo il punto che il procuratore considera più pericoloso: la criminalità organizzata non vive la detenzione come una cesura, ma come una fase diversa della stessa attività.

In un contesto simile, ogni falla nel sistema penitenziario moltiplica la capacità di controllo delle cosche. I mafiosi possono mantenere i rapporti con i mandamenti, seguire gli affari, intervenire nelle dispute e rafforzare il proprio prestigio. La pena perde così anche il proprio valore simbolico, perché chi finisce in carcere continua a esercitare potere.

«Cosa nostra cerca droni lanciamine»

L’allarme più inquietante riguarda però l’evoluzione degli arsenali mafiosi. La Procura ha già individuato armi acquistate nel Salento e provenienti dall’area balcanica, ma le cosche starebbero guardando a strumenti ancora più sofisticati. Il mercato nero nato intorno alla guerra tra Russia e Ucraina avrebbe infatti aperto nuovi canali per l’acquisto di equipaggiamenti militari.

«Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine, armi da cui non siamo preparati a difenderci», rivela De Lucia. La frase consegna alla Commissione Antimafia uno scenario radicalmente nuovo. Cosa nostra non cercherebbe soltanto pistole e fucili d’assalto, ma tecnologie capaci di colpire a distanza e superare i tradizionali sistemi di sicurezza.

Il procuratore non parla di un’organizzazione tornata alla struttura verticistica del passato. Le famiglie mafiose non avrebbero ancora ricostruito un comando unico, ma continuerebbero a dialogare, collaborare e condividere interessi. In questa fase, rafforzare uomini e arsenali rappresenta una priorità. Proprio per questo, la possibilità di comunicare liberamente dal carcere assume un peso ancora più grave.

La risposta a Nordio

Le parole di De Lucia arrivano dopo lo scontro con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che aveva reagito duramente alla prima denuncia del magistrato sulle carceri controllate dai boss. Il procuratore risponde senza arretrare, ma difende apertamente gli agenti penitenziari.

«Il mio rispetto per la polizia penitenziaria non può essere messo in discussione», precisa. De Lucia distingue infatti le responsabilità individuali dai problemi strutturali del sistema. Gli organici insufficienti, la carenza di strumenti e il sovraffollamento rendono più difficile controllare gli istituti e impedire l’ingresso di telefoni, droga e altri oggetti proibiti.

Tra le soluzioni immediate il procuratore indica proprio il rafforzamento della polizia penitenziaria. Sul lungo periodo, però, chiede una revisione più profonda del sistema delle pene. «Nelle carceri teniamo gente che non ci dovrebbe stare. Non tutte le pene devono essere detentive, ma un ragionamento del genere implica prendere in mano il codice penale e ragionare», spiega ai commissari.

L’obiettivo non consiste nello svuotare indiscriminatamente gli istituti, ma nel liberare risorse e personale per concentrare i controlli sui detenuti davvero pericolosi. Finché le carceri resteranno sovraffollate e prive di mezzi adeguati, i boss continueranno a sfruttare ogni falla.

Conte attacca il ministro

Lo scontro ha assunto anche un carattere politico. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, accusa Nordio di avere attaccato il procuratore invece di raccoglierne l’allarme. «Se foste il ministro della Giustizia voi cosa fareste? Accogliereste questo allarme per interventi immediati e mirati, immagino», scrive sui social. Poi aggiunge che il Guardasigilli avrebbe reagito «in maniera sguaiata» senza conoscere fino in fondo la situazione.

Critiche analoghe arrivano anche dai parlamentari del Partito democratico presenti in commissione. Per le opposizioni, i dati forniti da De Lucia impongono una risposta immediata del governo. Duecentonovantasette cellulari sequestrati in diciotto mesi soltanto a Palermo descrivono infatti un problema che non può ridursi a una polemica tra il ministro e un magistrato.

Il quadro tracciato dal procuratore mostra un sistema penitenziario che non riesce sempre a isolare i mafiosi e una criminalità pronta a sfruttare nuove tecnologie e mercati internazionali. Dai cellulari consegnati poche ore dopo l’arresto fino ai droni lanciamine, Cosa nostra continua a cercare strumenti per conservare il proprio potere. E mentre lo Stato discute, i boss parlano, ordinano e si organizzano dalle celle.