La salute di Trump diventa un caso: 22 specialisti al Walter Reed e quei dubbi che la Casa Bianca non riesce a spegnere

Donald Trump

La salute di Donald Trump torna a occupare il centro della scena americana, e non soltanto per l’età del presidente, ormai vicino agli 80 anni. A far discutere è soprattutto un numero: 22. Sono gli specialisti medici coinvolti nell’ultima valutazione sanitaria effettuata al Walter Reed National Military Medical Center, secondo il referto diffuso dalla Casa Bianca.

Una cifra imponente, superiore a quelle rese note in passato per altri presidenti americani e quasi doppia rispetto ai controlli precedenti dello stesso Trump durante la sua esperienza alla Casa Bianca. Ufficialmente, il presidente gode di «ottima salute». Ma l’insistenza con cui l’amministrazione rivendica la completezza dell’esame non ha chiuso il caso. Anzi, lo ha riaperto.

I 22 specialisti e il confronto con gli altri presidenti

Il dato colpisce perché, nella storia recente della Casa Bianca, i controlli medici presidenziali hanno coinvolto équipe molto più contenute. Per la prima visita di George H.W. Bush da presidente, nel 1989, furono chiamati cinque specialisti. Suo figlio George W. Bush, nel primo controllo medico presidenziale del 2001, venne valutato da 12 specialisti.

Trump, invece, è arrivato a quota 22. La Casa Bianca sostiene che il numero rifletta una «valutazione completa e multidisciplinare», coerente con le migliori pratiche per l’assistenza a un capo dell’esecutivo. Un funzionario ha spiegato che nel conteggio sarebbero stati inclusi anche alcuni medici generalisti e che alla valutazione avrebbero contribuito professionisti legati ad alcune importanti istituzioni universitarie.

La spiegazione ufficiale, però, non basta a tutti. Jonathan Reiner, cardiologo di lunga data dell’ex vicepresidente Dick Cheney, ha definito quel numero «straordinario», ponendo due domande semplici e pesanti: quali specializzazioni rappresentavano quei medici e perché erano così tanti? È esattamente qui che nasce il cortocircuito. Una visita molto ampia può essere letta come segno di prudenza, ma può anche alimentare il sospetto che ci fosse qualcosa da approfondire più del solito.

La linea della Casa Bianca e le domande senza risposta

Il medico del presidente, Sean Barbabella, ha certificato che Trump è in «ottima salute». La Casa Bianca ha ribadito di non avere «nulla da nascondere». Tuttavia, proprio la gestione delle informazioni sanitarie contribuisce a tenere aperto il dibattito. In passato l’amministrazione ha rifiutato di rispondere a domande specifiche sulle valutazioni mediche del presidente, compreso il motivo di un secondo esame fisico effettuato al Walter Reed nello stesso anno, quando di solito i presidenti si sottopongono a una sola visita annuale, salvo necessità particolari.

A complicare il quadro c’è anche l’episodio dell’esame radiologico. Dopo aver parlato inizialmente di una risonanza magnetica, Trump e la Casa Bianca hanno poi chiarito che il presidente si era sottoposto a una TAC nell’ambito della valutazione. Anche in quel caso, la correzione non ha contribuito a dissipare i dubbi. In materia di salute presidenziale, ogni parola pesa, ogni omissione pesa ancora di più e ogni precisazione tardiva finisce per diventare notizia.

La finasteride scomparsa dai referti

Un altro dettaglio riguarda la finasteride, farmaco comunemente usato contro la caduta dei capelli, che nei precedenti referti medici di Trump risultava tra le terapie assunte durante il primo mandato. Nei documenti più recenti, però, quel farmaco non compare più. La Casa Bianca ha rifiutato di commentare sia il precedente utilizzo sia l’eventuale interruzione della terapia.

Il punto, naturalmente, non è la caduta dei capelli del presidente, ma la trasparenza dei referti. Se un farmaco presente in passato sparisce dalla documentazione successiva, è normale che i giornalisti chiedano spiegazioni. A maggior ragione quando si parla del capo della prima potenza mondiale e di un presidente su cui l’opinione pubblica americana si interroga da tempo, anche per ragioni anagrafiche. Il dibattito sugli effetti indesiderati della finasteride, che possono includere disturbi dell’umore e del sonno, ha fatto il resto, trasformando un dettaglio farmacologico in un nuovo tassello del caso politico-mediatico.

Le caviglie gonfie e l’età che pesa sulla politica americana

Nel racconto pubblico sulla salute di Trump sono finite anche le immagini delle caviglie gonfie, rimbalzate sui media e sui social. Da sole, ovviamente, non possono dire nulla di definitivo. Ma dentro un contesto già acceso, diventano un altro elemento visivo su cui si concentrano attenzione, ironie e sospetti. La politica americana arriva da anni in cui il tema dell’età dei presidenti è diventato centrale. Joe Biden ha lasciato l’incarico a 82 anni, mentre Trump compirà 80 anni il 14 giugno. Sono i due uomini più anziani ad aver ricoperto la presidenza degli Stati Uniti.

È proprio questo scenario a rendere più delicata ogni comunicazione sanitaria. I presidenti americani non sono obbligati a divulgare integralmente le proprie cartelle cliniche, ma la pressione per una maggiore trasparenza cresce da tempo in entrambi gli schieramenti. Alcuni parlamentari hanno persino chiesto la creazione di organismi indipendenti in grado di valutare lo stato di salute del capo dell’esecutivo. Una richiesta che nasce da un punto politico molto semplice: quando il potere è concentrato nelle mani di una sola persona, le condizioni fisiche e cognitive di quella persona smettono di essere una faccenda privata.

Un presidente dichiarato sano, ma sotto osservazione

La Casa Bianca insiste: Trump sta bene. Il referto parla di «ottima salute» e presenta la maxi équipe medica come una scelta di scrupolo, non come il segnale di un problema. Eppure il numero record di specialisti, il secondo passaggio al Walter Reed, la precisazione sulla TAC, la sparizione della finasteride dai documenti e le immagini delle caviglie gonfie hanno costruito una narrazione parallela, più difficile da controllare.

Non c’è una diagnosi pubblica che contraddica la versione ufficiale. Ma c’è un clima di sospetto che la comunicazione della Casa Bianca non riesce a spegnere. E nel caso di Donald Trump, come spesso accade, il tema sanitario diventa immediatamente politico. Perché la domanda non è solo come stia davvero il presidente. La domanda è quanto gli americani possano sapere, quanto debbano sapere e quanto invece venga lasciato fuori dal racconto ufficiale.