Un omicidio pianificato, feroce, ossessivo. Un femminicidio consumato dentro una stanza da letto, con la rabbia del possesso e del controllo trasformata in sangue. E poi il corpo nascosto in un trolley, caricato in auto e gettato in un burrone come fosse spazzatura. È questa la scena ricostruita dalla Procura di Roma davanti alla Terza Corte d’Assise di Rebibbia, dove i pm Maria Perna e Giuseppe Cascini hanno chiesto la condanna all’ergastolo per Mark Samson, il ventiquattrenne accusato di aver ucciso l’ex fidanzata Ilaria Sula il 26 marzo 2025.
La richiesta è arrivata al termine di una requisitoria durissima, lunga ore, nella quale l’accusa ha parlato apertamente di un delitto “premeditato”, compiuto per motivi “abietti” e “futili”, aggravato dalla relazione affettiva tra vittima e imputato. “Quello che è successo a Ilaria è un femminicidio”, ha detto il procuratore aggiunto Cascini. “Se non accetta il mio possesso e il mio dominio, la cancello”. Una frase che per la Procura riassume l’intera logica criminale di Samson.
Le parole della Procura
Le parole pronunciate in aula hanno avuto il peso di una sentenza morale prima ancora che giudiziaria. “Non ha avuto pietà mentre la colpiva, non ha avuto pietà nel lasciarla morire, non ha avuto pietà nel raccogliere i suoi resti e gettarla come un rifiuto”, ha detto il pm Cascini davanti ai giudici popolari e ai familiari della ragazza. “Non ha avuto pietà perché dopo tutto questo è andato a mangiare una piadina, poi a divertirsi. Non ha avuto pietà nemmeno nel dire la verità”.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, Samson avrebbe attirato Ilaria in una trappola. La ragazza aveva già preso le distanze da quella relazione che gli investigatori descrivono come soffocante e ossessiva. Le coinquiline di Ilaria lo chiamavano “il sesto inquilino” per quanto fosse presente e invadente nella vita della giovane. La controllava, la seguiva, spiava i suoi movimenti e persino le sue conversazioni. Quando la ragazza aveva iniziato a capire chi fosse davvero, il rapporto era precipitato.
Il controllo ossessivo e la rabbia del rifiuto
La Procura ha raccontato una relazione segnata dal dominio psicologico. Samson avrebbe mentito per mesi sugli studi universitari, fingendo risultati e percorsi mai esistiti. Quando Ilaria lo scopre, qualcosa si rompe definitivamente. Chiede una pausa. Vuole allontanarsi. Lui non accetta.
“Un controllo ossessivo, morboso”, lo definisce l’accusa. Samson spiava Ilaria, controllava telefonate e spostamenti, covando rabbia e rancore. La situazione esplode quando scopre che la ragazza stava chattando con un’altra persona. “Ilaria è solo mia, lo deve capire nel bene o nel male”, avrebbe confidato agli amici. Per i magistrati, è in quel momento che nasce la premeditazione dell’omicidio.
La notte del delitto
La Procura sostiene che la sera del 25 marzo Samson convocò Ilaria a casa con una scusa urgente. Lei entra nell’appartamento di via Homs alle 22.01. Lui, secondo gli inquirenti, aveva già deciso cosa fare.
Quello che accade in quella stanza viene definito dall’accusa “un massacro”. Ilaria lotta, si difende, prova a resistere. Le unghie spezzate, i graffi, gli ematomi raccontano la violenza disperata degli ultimi minuti di vita. Samson la colpisce con pugni al volto, alla tempia, mentre la ragazza è già a terra e sanguina. Le tappa la bocca per impedirle di urlare. Poi le infligge tre coltellate al collo per reciderle la giugulare.
“Era uno scricciolo ed è morta dissanguata”, dice la pm in aula. Una frase che spezza i genitori della ragazza. Il padre si alza e lascia l’aula. La madre resta seduta, tremando e piangendo, stringendo fazzoletti tra le mani.
Il trolley, il burrone e i depistaggi
Dopo l’omicidio, secondo la Procura, Samson pensa soltanto a cancellare le tracce. Con l’aiuto della madre – che ha già patteggiato due anni di carcere – pulisce il sangue nella stanza, nasconde il corpo dentro un trolley e lo carica in macchina.
Guida fino alle campagne di Capranica Prenestina e getta il cadavere in un burrone profondo quindici metri. Poi torna a Roma e continua la sua vita come se nulla fosse accaduto.
Nei giorni successivi invia messaggi dal telefono della vittima fingendosi Ilaria, raccontando agli amici che la ragazza si troverebbe fuori città. Ma le celle telefoniche e la localizzazione del cellulare lo inchiodano. La Procura parla di un tentativo sistematico di depistaggio: cancellazione di messaggi, dati eliminati dai telefoni, bugie continue agli investigatori e perfino ai genitori della vittima, che lui aveva abbracciato giurando di non sapere nulla.
“Manipolatore e bugiardo fino all’ultimo”
Secondo gli investigatori della Squadra Mobile coordinati da Roberto Giuseppe Pititto, Samson avrebbe cercato fino all’ultimo di manipolare tutti. “Un manipolatore, ipocrita, abituato a mentire”, lo definisce l’accusa. La confessione arriva soltanto quando viene definitivamente incastrato dagli elementi raccolti dagli investigatori.
Anche in aula, però, per la Procura il ragazzo non avrebbe mostrato alcun vero pentimento. “Nessun rimorso, nessun dispiacere”, ha detto la pm Perna. “Samson ha agito in un modo che è indice di una personalità allarmante”.
Fuori e dentro l’aula gli amici di Ilaria indossano magliette con il volto sorridente della ragazza e una scritta semplice, durissima: “Giustizia per Ilaria”.







