Basta querele temerarie contro i giornalisti. Basta azioni legali usate come randelli per intimidire cronisti, direttori e testate che fanno domande scomode. Il Movimento 5 Stelle porta il caso in Parlamento con un’interpellanza firmata dalla deputata Vittoria Baldino e indirizzata al ministro della Giustizia. Al centro c’è una domanda semplice e pesantissima: il governo vuole tutelare la libertà di stampa o continuare a trascinare in tribunale chi esercita il diritto di cronaca?
L’interpellanza ripercorre quella che Baldino definisce una crescente pressione giudiziaria contro il mondo dell’informazione dall’insediamento del governo Meloni. Il riferimento è alle querele per diffamazione e alle citazioni civili per risarcimento danni promosse da esponenti dell’esecutivo contro giornalisti, cronisti d’inchiesta e direttori di testate nazionali. Secondo l’atto parlamentare, molte di queste iniziative sarebbero caratterizzate da una sproporzione tra l’offesa lamentata e le somme richieste, avvicinandosi al modello delle cosiddette Slapp, le cause strategiche contro la partecipazione pubblica usate per scoraggiare chi informa.
Il caso Dagospia e la querela di Piantedosi
Tra gli episodi citati c’è anche la querela del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi contro Dagospia per diffamazione aggravata a mezzo stampa, legata agli articoli sul rapporto tra il ministro e la giornalista Claudia Conte. Baldino sottolinea che, al netto degli aspetti personali, la vicenda pone “oggettivi e legittimi interrogativi giornalistici” su eventuali incarichi ricevuti dalla giornalista. Il punto politico è proprio questo: quando un fatto riguarda un esponente del governo e possibili intrecci con ruoli, incarichi o relazioni pubbliche, il diritto di cronaca non può essere trattato come un fastidio da zittire a colpi di carte bollate.
Nel testo vengono richiamate anche altre azioni legali attribuite a esponenti dell’esecutivo: quelle della presidente del Consiglio contro Roberto Saviano e contro Domani, la lunga serie di querele di Matteo Salvini contro giornalisti e trasmissioni, le iniziative del ministro dell’Agricoltura, le diffide attribuite al ministro del Made in Italy e la richiesta milionaria di risarcimento avanzata da Gennaro Sangiuliano contro Il Fatto Quotidiano durante il suo mandato ministeriale. Il quadro, secondo l’interpellanza, rischia di alterare l’equilibrio tra tutela dell’onorabilità individuale e diritto dei cittadini a essere informati su questioni di interesse pubblico.
Paragon, giornalisti spiati e “norma bavaglio”
Baldino inserisce nello stesso ragionamento anche il caso Paragon e lo spyware Graphite, con il quale sarebbero stati spiati giornalisti e figure della società civile. Il governo continua a negare coinvolgimenti, ma nell’interpellanza si ricorda che la società israeliana avrebbe rescisso il contratto con l’Italia per violazione del codice etico e mancata collaborazione. Un passaggio che, insieme alla crescita delle querele, compone un quadro inquietante: da una parte le azioni giudiziarie, dall’altra il sospetto di sorveglianza tecnologica su chi fa informazione.
L’atto parlamentare richiama inoltre le preoccupazioni espresse da osservatori internazionali come Reporter senza frontiere, Media Freedom Rapid Response, Commissione europea e Consiglio d’Europa, che avrebbero segnalato l’uso sistematico di procedimenti giudiziari contro giornalisti da parte di esponenti politici italiani. Da qui la richiesta al governo di chiarire quali iniziative intenda adottare per rafforzare la libertà dei media, recepire la direttiva europea anti-Slapp, dare piena attuazione al Freedom Act europeo e ripristinare garanzie più ampie rispetto alla cosiddetta “norma bavaglio” sulla pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare.
La domanda al governo
L’interpellanza chiede anche se i componenti del governo che hanno presentato querele contro giornalisti e testate intendano valutare la remissione delle azioni legali già avviate. Non solo: Baldino sollecita l’esecutivo a rendersi disponibile a conferenze stampa periodiche, aperte alle domande libere, come parte integrante del mandato di governo. Perché il nodo, alla fine, è tutto qui: chi governa deve rispondere, non intimidire; deve spiegare, non trasformare ogni domanda in un possibile fascicolo giudiziario.
Il messaggio politico è netto. In una democrazia matura il giornalismo può sbagliare, può essere criticato, può essere smentito e persino portato davanti a un giudice quando supera i limiti della legge. Ma quando le querele diventano una strategia ricorrente contro chi indaga, il problema non riguarda più il singolo articolo. Riguarda il diritto dei cittadini a sapere.







