Trump gioca con la guerra e crolla ancora nei sondaggi: l’Iran nel mirino e la benzina manda in crisi gli americani

Donald Trump, Ipa @lacapitalenews.it

C’è una fotografia che racconta meglio di qualsiasi discorso il momento che stanno vivendo gli Stati Uniti. Donald Trump vestito da ayatollah, immagini generate con l’intelligenza artificiale, meme di guerra, video di bombardamenti rilanciati sui social come trailer di una serie tv. Intorno, il mondo che rischia di incendiarsi davvero. Perché mentre il presidente americano continua a usare il linguaggio della provocazione permanente, dietro le quinte il Pentagono starebbe già preparando nuovi scenari militari contro l’Iran.

Secondo quanto trapela dai media americani, Trump sarebbe sempre più frustrato dallo stallo nei negoziati con Teheran e avrebbe espresso irritazione crescente anche per la chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha fatto impennare il prezzo del petrolio e della benzina negli Stati Uniti. La media americana avrebbe ormai superato i 4,50 dollari al gallone, un dato che pesa come un macigno sulle famiglie e sugli umori dell’elettorato.

La guerra che gli americani non vogliono

Ed è proprio questo il punto politico che terrorizza la Casa Bianca. I sondaggi raccontano infatti un’America molto meno interventista di quanto Trump vorrebbe far credere. Secondo il sondaggio New York Times/Siena, quasi due americani su tre considerano un errore l’inizio del conflitto con l’Iran e oltre la metà degli intervistati è contraria a una ripresa dei bombardamenti anche nel caso in cui i negoziati fallissero definitivamente.

Resta fortissima la spaccatura politica interna. La base repubblicana continua infatti a sostenere Trump quasi senza condizioni: il 70% degli elettori conservatori ritiene la guerra “giusta” e il 73% sostiene che gli attacchi dovrebbero continuare fino alla distruzione completa del programma nucleare iraniano. Ma fuori dalla bolla Maga la situazione è molto diversa.

Il tasso di approvazione del presidente sarebbe sceso al 37%, uno dei dati peggiori degli ultimi diciassette anni per un presidente americano secondo gli stessi istituti demoscopici statunitensi. Inflazione, costo della benzina, crisi economica e paura di una guerra lunga stanno erodendo consenso anche tra parte dell’elettorato repubblicano tradizionale.

Meme, propaganda e minacce

Nel frattempo Trump continua a comunicare la guerra come fosse una gigantesca campagna mediatica. Sui social circolano immagini realizzate con l’intelligenza artificiale che lo mostrano in versione leader religioso iraniano, video di esplosioni rilanciati come trofei politici e perfino adesivi satirici sulle pompe di benzina che attribuiscono direttamente a lui l’aumento dei prezzi.

Una strategia che per molti osservatori serve a trasformare il conflitto in una narrazione identitaria, quasi cinematografica. Ma dietro i meme ci sono navi militari, basi Usa sotto pressione e uno scenario che potrebbe precipitare in qualsiasi momento.

Il Pentagono, secondo diverse indiscrezioni, avrebbe già presentato a Trump vari possibili piani operativi nel caso in cui il cessate il fuoco dovesse saltare definitivamente. Eppure molti analisti militari continuano a ripetere la stessa cosa: i bombardamenti da soli non basteranno a piegare l’Iran né a costringerlo ad accettare le condizioni americane.

Il rischio di una nuova esplosione

Il problema è che la tensione sembra alimentarsi da sola. Ogni attacco, ogni minaccia, ogni video propagandistico rilancia la sensazione che il mondo sia appeso a un filo sottilissimo. Da una parte Teheran continua a ribadire che negozierà “con il dito sul grilletto”. Dall’altra Trump appare sempre più tentato dall’idea di usare la forza per sbloccare una situazione che politicamente gli sta sfuggendo di mano.

E mentre la propaganda corre sui social, gli americani fanno i conti con il prezzo reale della guerra: benzina più cara, inflazione, paura economica e il timore crescente che l’ennesimo conflitto infinito stia per travolgere di nuovo gli Stati Uniti.